Era una tranquilla mattina d'agosto, il 27 agosto 1943. Il sole illuminava le vie di Catanzaro e la città sembrava vivere una giornata come tante altre. Al Bar Imperiale alcune persone erano sedute ai tavolini a gustare una fresca granita al caffè, mentre altri si affrettavano lungo il corso per sbrigare commissioni e faccende quotidiane.
Tra quei ragazzi che aiutavano la famiglia nel lavoro c'era anche mio padre, Rao Ieso, nato il 9 gennaio 1929 conosciuto negli anni successivi come il proprietario del Ristorante Arlecchino. Aveva appena quattordici anni e, come era normale a quei tempi, quando non andava a scuola dava una mano al padre, proprietario dell'Albergo Moderno situato dove oggi sorge la Banca Nazionale.
Quella mattina suo padre gli affidò una semplice commissione: portare una scarpa di un cliente dal calzolaio per una riparazione. Il laboratorio si trovava nella zona dove oggi si trova il Bar Cavatore. Sembrava una mattina uguale a tante altre, ma il destino stava per cambiare tutto.
Mentre era dal calzolaio, all'improvviso, un boato assordante squarciò il silenzio. Le bombe stavano cadendo sulla città. Mio padre ricordava ancora le raccomandazioni del nonno: durante i bombardamenti bisognava ripararsi sotto un arco o un robusto architrave. In quei momenti, però, non riuscì a capire cosa stesse accadendo.
Davanti ai suoi occhi si presentarono scene che, a distanza di oltre ottant'anni, non ha mai dimenticato. I cavalli delle carrozze, impazziti dalla paura, correvano senza controllo. Persone cadevano a terra. Gli edifici tremavano violentemente. Ricordava l'istituto Industriale che oscillava sotto le esplosioni e il San Giovanni che sembrava scuotersi ad ogni detonazione. Ovunque c'erano urla, polvere, fumo e confusione.
Quello che fino a pochi minuti prima era stato il normale svolgersi di una giornata estiva si trasformò in un incubo. Le strade erano avvolte dal fumo, si vedevano feriti, sangue sull'asfalto e persone che cercavano disperatamente di mettersi in salvo. Oggi diremmo che sembrava una scena tratta da un film dell'orrore, ma per chi la visse era una terribile realtà.
Oggi, mentre lo ascolto raccontare quei momenti nella casa di riposo dove vive, lucidissimo nonostante gli anni, mi sembra di tornare bambina. Mi stringe la mano e la sua voce, a tratti commossa ma sempre ferma, mi trasporta in quella lontana mattina del 1943. Le immagini prendono vita davanti ai miei occhi come quando da piccola mi raccontava le favole.
Ma questa non è una favola. È la memoria di un ragazzo di quattordici anni che vide la guerra entrare improvvisamente nella sua città. È il ricordo di mio padre, Rao Ieso, testimone di una delle pagine più dolorose della storia di Catanzaro, una memoria preziosa che merita di essere custodita e tramandata alle nuove generazioni affinché non dimentichino mai gli orrori della guerra e il valore della pace.
Anna Lidia Rao