"Vamperifica" di Bruce Ornstein al RIFF, i vampiri che non mordono

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ROMA, 16 APRILE 2012 - La capitale invasa dagli esodati. Ma si tratta di vampiri: l’undicesima edizione del RIFF si è infatti aperta con la commedia horror Vamperifica, in concorso nella sezione di fiction straniera. Si tratta del secondo lungometraggio di Bruce Ornstein, già autore di Jack and His Friends, film che venti anni fa sancì l’esordio cinematografico di Sam Rockwell e Judy Reyes (la Carla di Scrubs). Questa volta chi sarà lanciato? Forse l’attore protagonista e sceneggiatore Martin Yurkovic, ibrido tra John Malkovich e Billy Corgan che interpreta Carmen, giovane efebico ed orfano che si fida solo degli amici Tracey e Josh. Le sue ambizioni artistiche vengono presto frustrate (scartato ai provini della recita scolastica), in compenso scopre di essere l’incarnazione dell’antico re vampiro Raven, grazie a due sudditi che hanno cercato il loro condottiero per oltre due secoli. Ma le uniche imprese sono le tiranniche vendette da sociopatico di Carmen, mentre si complicano i rapporti con gli amichetti del cuore.

A Roma Vamperifica arriva con un palmares rispettabile, sia pure tutto di genere: Miglior Film e Miglior Commedia Vampiresca all’Indie Horror Festival, Miglior Commedia Horror e Premio del Pubblico al the Bram Stoker International Horror Festival. Di fatto, si tratta di un prodotto dalla forte propensione televisiva, nel quale ci si può anche sforzare di reperire qualche lontano ricordo di sua maestà Landis oppure de L’ammazzavampiri, ma si finisce piuttosto col cedere alla sensazione del deja-vù con i vari Buffy (e nel film viene citata Sarah Michelle Gellar), Angel (specie nell’epilogo) e perfino Saranno famosi. Demenziale, ma non abbastanza, orrorifico, ma non abbastanza, Vamperifica è un film riuscito a metà, che metabolizza persino qualche spunto di Ragazzi perduti di Joel Schumacher, per fortuna con una sana auto-ironia in grado di tenere a distanza la deriva soap-operistica di esemplari come Twilight.

Ornstein, proprio come Carmen, sembra disporre di un poter maleficamente efficace, che non sfrutta a dovere. Il circuito indipendente consente infatti una libertà espressiva che il palco\capestro di Hollywood non sempre concede con altrettanta morbidezza, ma il regista sfrutta solo in parte la possibilità: con una leggerezza confinante col demenziale, ma senza l’audacia sadistica e visionaria di un precedente nobile, perchè sfrenatamente plebeo, del vampire horror, sia pure sui generis, come Dal tramonto all’alba di Rodriguez. A volte, mordere di più sarebbe una scelta vincente.
 

Antonio Maiorino