LONDRA, 5 FEBBRAIO 2013- Il termine è stato ufficialmente coniato pochi anni fa da un educatore canadese, Bill Belsey, per descrivere un fenomeno sociale che di virtuale, purtroppo, ha ben poco. Secondo l'ultima inchiesta di Save the Children, infatti, il cyberbullismo avrebbe addirittura superato quello "tradizionale", per diventare una minaccia concreta temuta dal 72 per cento dei ragazzini intervistati.
Colpisce sempre, ad ogni ora del giorno e della notte; non ci si sente sicuri in nessun luogo, si teme che le violenze non abbiano più limiti; ne parlano così le vittime, costrette a vivere in una spirale di negatività che porta a cali del rendimento scolastico, problemi nel gestire i rapporti con i coetanei e, nel 57 per cento dei casi, a gravi forme di depressione.[MORE]
Alla vigilia del Safer Internet Day (la giornata per la promozione di un utilizzo sicuro e responsabile dei nuovi media tra i giovanissimi istituita dalla Commissione Europea), insomma, si scopre così che su scala mondiale, il cyberbullismoè di gran lunga più diffuso di quello reale, e provoca danni altrettanto gravi.
Chi lo subisce smette di andare a scuola (67 per cento), si rifiuta di fare sport, rischia di farsi del male; quattro ragazzi su dieci sono stati testimoni di cyberbullismo da parte di coetanei, e un 5 per cento ne parla come di un' esperienza regolare e consueta.
Nell'80 per cento dei casi, gli aguzzini scelgono le proprie vittime tra i banchi di scuola, in base principalmente all'aspetto estetico (67 per cento), alla timidezza (67 per cento), al supposto orientamento sessuale (56 per cento), all'essere straniero (43 per cento), all'abbigliamento non convenzionale (48 per cento) o alla dsabilità (31 per cento); non mancano nemmeno casi di ragazzine prese di mira perchè "troppo belle" rispetto al resto del gruppo.
Una volta identificatoil bersaglio, il cyberbullo invia email/sms/mmsminacciosi (48 per cento), crea gruppi su Facebook per prendere in giro (57 per cento), ruba pagine e profili (48 per cento), diffonde foto e immagini denigratorie (59 per cento), rende pubbliche conversazioni private (52 per cento).
E poichè nascondersi online è più facile, nella metà dei casi diventa quasi impossibile identificare i colpevoli; è anche per questo che denunce vere e proprie sono rare, e che principalmente, si preferisce cercare rifugio in famiglia (77 per cento) o a scuola (53 per cento), chiedendo aiuto agli insegnanti. Ed è proprio a genitori, maestri e professori che Save the Children rivolge il suo appello, per sensibilizzare al tema con i numerosi strumenti oggi a disposizione, e portare alla ribalta una piaga sociale di cui, sfortunatamente, si parla ancora troppo poco.
(immagine da: www.bullyingpreventioninjds.com)
Simona Peluso