Di tutto un po'

Wilhelm Furtwaengler: ricordo del compositore che dirige

Poco più di cinquant’anni fa, il 30 novembre 1954, si spegneva nel sanatorio di Eberstein presso Baden Baden Wihelm Furtwängler, non solo uno dei più grandi direttori del secolo ma uno dei testimoni più alti di quella cultura che affondava le proprie radici nell’humus “ancora goethiano della Germania del miglior tempo” come lo ha definito il critico e poeta Giorgio Vigolo (it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Vigolo). [MORE]

Personalità complessa, discussa anche, per quei tratti che ne definivano l’unicità nell’agone direttoriale e che trovano del resto ragione nella precocissima iniziazione musicale, come compositore. Condizione che Furtwängler non mancava di rivendicare, ritenendosi non un semplice direttore d’orchestra ma “un compositore che dirige”, sulla scia di Mendelssohn, Schumann, Brahms, fino a Mahler e Strauss. “La direzione d’orchestra è stata il rifugio che mi ha salvato la vita perché ero sul punto di morire come compositore” non si stancava mai di ribadire. Cresciuto in una famiglia di alto lignaggio culturale – il padre Adolf era uno dei maggiori archeologi dell’epoca – ebbe una formazione quanto mai ricca che lasciò un segno profondo sia sul lavoro del compositore che su quello del direttore, iniziato quest’ultimo a Monaco nel 1906 dove il ventenne Wilhelm si cimentò con la problematica Nona sinfonia di Bruckner. Fu l’avvio di una carriera tutta in crescendo: 1910 all’Opera di Strasburgo, dal 1911 al 1915 a Lubecca, fino al 1920 a Manheim, dal 1919 al 1924 fu direttore alla Tonkunstler Orchestra di Vienna. Fu anche direttore del Gewandlhaus di Lipsia, succedendo a Nikisch al comando della Filarmonica di Berlino, incarico tenuto fino alla morte. In questo particolare momento della sua vita però si aprirono molte parentesi dolorose come l’urto con il regime nazista che gli lasciò dentro la sensazione di essere esiliato nel suo stesso paese.

“Il nodo principale dell’esecuzione moderna era nel modo di equilibrare la pressione verticale data dalla complessità della partitura e la fluidità orizzontale in modo da rendere intrinsecamente giusto il tempo – ha affermato Celibidache, il noto compositore rumeno – e tale giustezza nasceva dal fatto che affrontava le partiture nel modo ideale, da compositore più che da direttore”. Una tecnica sottile, dunque, in cui Furtwängler fondeva in maniera assolutamente originale i due atteggiamenti fondamentali del dirigere, l’impulso attivo e l’abbandono, laddove il primo era ridotto al minimo mentre il secondo, quello dell’espressione, si delineava in una varietà sottilissima a partire dall’apparente casualità dell’inizio. Una casualità come la definì Fred Goldbeck, che distingue il balzo di un gatto da quello di un coniglio meccanico.

 

 

In foto il compositore durante un concerto a Berlino.

Roberta Lamaddalena