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Guttuso al Vittoriano

Guttuso al Vittoriano
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 ROMA, 12 OTTOBRE 2012 – Un’altra ricca retrospettiva nell’autunno romano, “Guttuso 1912-2012” - al Complesso del Vittoriano dal 12 ottobre al 10 febbraio 2013 -, celebra il centenario dalla nascita “anagrafica” di Renato Guttuso (nato a Bagheria il 26 dicembre del 1911, ma dichiarato all’anagrafe di Palermo il successivo 2 gennaio), il maggiore esponente del realismo sociale italiano che per oltre cinquant’anni ha vissuto nella capitale.

 Tra i protagonisti indiscussi dell’arte italiana del Novecento, Guttuso è stato un originale interprete del suo tempo, coniugando arte, impegno civile, tensione etica, con mirabile coerenza stilistica.
 La mostra, curata dal figlio adottivo Fabio Carapezza Guttuso ed Enrico Crispolti (con il coordinamento di Alessandro Nicosia), documenta – attraverso cento opere (catalogo Skira) - le tappe di una carriera brillante, con alle spalle un apprendistato artistico precoce, iniziato nella bottega di un decoratore di carretti siciliani.
 A Roma, dove il Maestro siciliano si era stabilito definitivamente dal 1931, fino alla scomparsa, avvenuta il 18 gennaio del 1987, si presentarono le occasioni sperate. La collaborazione con personaggi come Moravia, Pasolini, Montale, Neruda, Visconti, ai quali era unito anche da un rapporto di stima reciproca e di amicizia, e ancora la militanza al Partito Comunista Italiano, la partecipazione alla Resistenza, avviarono una stagione feconda, influenzando con evidenti richiami politici la produzione di quegli anni, non risparmiandogli però polemiche clamorose. L’entusiasmo per la “lezione picassiana” gli valse negli anni Trenta la censura fascista.
 Guttuso, come pochi, ci ha lasciato un affresco corale della storia del Paese: ha quasi monitorato i cambiamenti sociali, rappresentando le persone comuni con le loro passioni, le lotte pubbliche e private, operai, contadini, braccianti, specie nelle tele del dopoguerra, per poi passare ai ritratti della Roma salottiera - siamo negli anni Sessanta -, fino alle grandi composizioni degli anni Settanta, in cui la quotidianità raggiunge una dimensione epica.
 «Il volto è tutto, sulla faccia della gente c'è la storia che stiamo vivendo, l'affanno dei giorni. La portiamo incisa più dei fatti che ci accadono in presa diretta o che avvengono lontano: noi siamo la vera pellicola della realtà; e io la dipingo», così scriveva l’artista nel 1971.

 Non solo allegorie, nella sua produzione si alternano anche nature morte, vedute urbane, e i celebri nudi di donna, trasudanti erotismo e sensualità. Una figura femminile ricorrente, a volte nascosta, è Marta Marzotto, sua musa ed amante per molti anni.
 Capolavori come la discussa pala della “Crocifissione” (1941) – «simbolo» spiegò lui stesso «di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee» -, “I Funerali di Togliatti” (1972), il manifesto della pittura antifascista con il corteo di bandiere rosso acceso, “La Vucciria” (1974), in cui ha immortalato il mercato storico di Palermo, sono invidiati da tutto il mondo.

 Tra le altre cose degne di nota, come la nomina al Senato della Repubblica nel 1975, “sfRenato Guttuso” – così l’aveva soprannominato l’amico Marino Mazzacurati per la sua vitale esuberanza - conservò per tutta la vita un forte legame con la sua terra natale - da cui molto probabilmente aveva ereditato il sentimento del tragico -, al punto da chiedere prima di morire, di essere seppellito nella Villa Cattolica di Bagheria (la villa settecentesca sede del Museo Renato Guttuso), dove dal 1990 riposano le sue spoglie, all’interno della grande Arca funebre ideata dall’amico scultore Giacomo Manzù.

(Immagine dal sito di Roma Capitale)

Domenico Carelli

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