MILANO - Comincia oggi il countdown alla tornata elettorale delle amministrative. A due settimane dal voto, in data unica (5 giugno), milioni di cittadini italiani saranno chiamati al voto, per un totale di circa 1300 comuni. Appuntamento importantissimo, peraltro non solo dal punto di vista quantitativo, ma anche per le diverse partite in campo che gli schieramenti politici saranno chiamati ad affrontare. [MORE]
Sarà la resa dei conti tra le due principale forze del paese: da una parte il Pd, che con il premier Matteo Renzi ha dato ieri il via alla campagna per il Sì al referendum costituzionale di ottobre, dall’altra un Movimento Cinque Stelle desideroso di ridurre la forbice elettorale su scala nazionale. Ma prima, si comincerà proprio da queste amministrative. Per il Movimento di Beppe Grillo, le speranze di conquista delle cinque città più importanti (Napoli, Roma, Bologna, Milano, Torino) sembrano fievoli, eccezion fatta per Roma. Se infatti nella Capitale i sondaggi pongono Virginia Raggi in testa, dubbi maggiori si hanno nelle altre città.
A Napoli pare invece scontato il flop Pd, dopo la grana primarie ed una Valente che stenta a decollare. Poche speranze anche per le altre compagini, con un De Magistris piglia tutto ma che sarebbe comunque costretto al ballottaggio (è dato al 42,5 %). Ma la riconferma dell'ex pm pare scontata. Verso il ballottaggio anche a Torino, con Fassino in pole per la riconferma a primo cittadino, e Bologna, anche se Merola è vicinissimo al 50%. Regge dunque il Centrosinistra, nonostante gli scandali degli ultimi mesi che hanno martoriato un Pd diviso tra Partito della Nazione e questione morale.
Più delicata dal punto di vista politico è la questione Milano. Il probabile ballottaggio è tra i due manager Stefano Parisi e Beppe Sala, con quest’ultimo dato in leggero vantaggio. La delicatezza dell’esito a Milano è legata alla “benedizione” del Premier Renzi nei confronti di Mr Expo, ragion per cui una eventuale debacle potrebbe essere considerata a tutti gli effetti una sconfitta del Premier, anche se «voto è su sindaci, non su Governo» ha ammonito ieri il sindaco d'Italia. Ma la rivoluzione arancione mancata (o proseguita), dopo cinque anni di amministrazione Pisapia, complessivamente apprezzata dai cittadini milanesi, spinge il Pd alla necessità di riconfermarsi al timone della città. Si aggiunga, dall'altra parte, che una sconfitta di Sala per mano di Parisi aprirebbe l’ennesima questione Centrodestra, riunito tra Berlusconi, Meloni e Salvini solo nel capoluogo lombardo. A quel punto sarebbe difficile per il leader del Carroccio decretare una leadership personale, con tanti cari saluti al berlusconismo. Certo, molto dipenderà dall’esito complessivo delle elezioni, ma una vittoria dell’ex manager di Albertini, rivelerebbe come l’unione delle forze del Centrodestra possa essere l’unico argine reale alla forza elettorale di PD e M5S.
Emblematica è la situazione di Roma, tra incertezze e dietrofront. Se Giorgia Meloni può dire la sua in una partita comunque complicata, soffiando il ballottaggio ad un Giachetti stabile ma limitato da un insidioso Stefano Fassina, è fuor di dubbio che un Centrodestra unito avrebbe potuto competere anche per la conquista della Capitale, approfittando di un PD martoriato dallo scandalo di Mafia Capitale e dalla brusca interruzione dell’amministrazione Marino.
Non gode certo di migliore salute il candidato berlusconiano Alfio Marchini, abbracciato dopo i tentennamenti ed il ritiro forzato di Guido Bertolaso, fedelissimo dell’ex Cav ma considerato elettoralmente inappetibile. I sondaggi non fanno sorridere: un 11% secondo il recente Demos-Repubblica, ben lontano dalla soglia del 20 attraverso la quale Meloni e Giachetti si contendono lo scettro di outsider a Virginia Raggi. Il (ri)passo indietro berlusconiano è praticamente impossibile a due settimane dal voto. Abbandonare Marchini per appoggiare Meloni lascerebbe ammettere una sconfitta senza precedenti, per una Forza Italia divisa tra moderatismo e destra salvino-lepenista. Paradossale anche la situazione M5S a Roma. Dopo le recenti questioni giudiziarie Nogarin-Pizzarotti, con la seconda ben più rilevante, considerata la forza mediatica (e non) del sindaco di Parma, il rischio è quello di non guadagnare città di primo piano ma di conquistare quella più complessa. Servirebbe una grandissima prova di maturità, dopo anni di opposizione. Si sa, governare è ben più difficile, figurarsi a Roma. In vista delle elezioni nazionali 2018, servirebbe un grande lavoro. Il rischio è quello di un flop, sul quale il Pd potrebbe limitare le ambizioni a Cinque Stelle. Referendum costituzionale permettendo. Perché quel ‘se perdo vado via’ renziano ed una vittoria dei No, rovescerebbe totalmente il quadro politico e le sorti dell’Esecutivo, benché attualmente considerato tra i più stabili in terra Ue.
Cosimo Cataleta
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