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Il lager di Bolzano: per non dimenticare

Simona Peluso
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Il lager di Bolzano: per non dimenticare
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 BOLZANO, 27 GENNAIO 2012- Un muro, una recinzione, delle baracche, qualche targa, a ricordarne il terribile passato: non è rimasto molto da vedere, per quanti volessero visitare il Polizei- und Durchgangslager Bozen, il campo di transito di Bolzano, in cui dall'estate del 1944 alla fine della guerra, passarono novemila, forse undicimila prigionieri.

Molto è stato distrutto, prima della fuga, per nascondere le tracce più compromettenti di quanto accadeva tra quelle mura; perchè dopo la chiusura del Lager di Fossoli di Carpi, i vecchi capannoni di proprietà del Genio militare, si trasformarono in pochi mesi in un campo a tutti gli effetti, sotto il comando del tenente SS Karl Friedrich Titho e del maresciallo SS Hans Haage, in una Bolzano che dopo l'8 settembre, era divenuta capoluogo della zona d'Operazione delle Prealpi, e si trovava quindi sotto diretto controllo dell'esercito tedesco.

Prigionieri politici, ebrei, zingari, Testimoni di Geova e omosessuali; arrivavano soprattutto dal Nord Italia, i deportati, molti dei quali finirono sui treni diretti a Mauthausen, Flossenbürg, Dachau, Ravensbrück ed Auschwitz. Chi sfuggì a questo terribile destino, fu utilizzato in loco, come manodopera gratuita per le officine del campo, ma anche nelle campagne dei dintorni,come raccoglitore di mele, nelle aziende della vicina zona industriale, o nel centro cittadino, per lo sminamento delle zone bombardate.[MORE]

Sono quarantotto le uccisioni documentate, eppure ne sono state ipotizzate circa trecento, tra quelle baracche divise in blocchi, in cui si veniva smistati secondo la categoria cui si apparteneva: lavoratori fissi, ebrei, prigionieri politici, separati dagli altri perchè considerati più pericolosi. Tantissime le testimonianze di torture nelle anguste prigioni del campo, in cui, verosimilmente, qualcuno perse la vita.

Per sfruttare il lavoro degli internati, quando i bombardamenti alleati tagliarono ogni collegamento tra il Brennero e le regioni tedesche, le SS crearono dei sottocampi a Merano, in località Certosa nel comune di Senales, a Sarentino, a Moso in Passiria, e a Vipiteno; un caso unico in Italia, dove nessuno degli altri quattro lager presenti vide mai la formazione di campi satellite.

Molto attiva, in tutto il periodo, fu la resistenza, che si mosse principalmente su tre direzioni: accanto a quella politica, organizzata dal Comitato di Liberazione Nazionale e dalle brigate partigiane, infatti, se ne sviluppò una guidata dal clero, e una nata spontaneamente dalla popolazione civile.

L'attività coinvolse decine di persone, che riuscivano a far circolare notizie dei deportati dentro e fuori del lager, a far pervenire centinaia di pacchi con generi di prima necessità, e a coordinare e realizzare con successo numerose fughe, grazie soprattutto all'aiuto di un comitato clandestino di resistenza interna, che rimase attivo finchè il campo non fu definitivamente messo fuori uso.

E' proprio a loro, a questi cittadini coraggiosi, che si deve la conservazione di tantissime lettere, scambiate tra i prigionieri e i loro cari, fatte pervenire clandestinamente ai destinatari: testimonianze toccanti, spesso gli ultimi segni di vita, di deportati che trovarono la morte nei campi di sterminio del Reich.

Simona Peluso

 


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Scritto da Simona Peluso

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