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Parola e Fede

05/12/2011, 12:47 a cura di Valeria Nisticò 6 commenti Visualizza commenti stampa Versione stampabile
Responsabile Categoria: Lara Menniti
Parola e Fede Parola e Fede

Risponde alle domande di Federico da Mantova don. Francesco Brancaccio, docente presso l’Istituto Teologico “Redemptoris Custos” di Cosenza.



D. Vorrei sapere cosa si intende nel Vangelo quando Gesù dice: lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Tu vieni e seguimi. 

 
R. Consideriamo innanzitutto il contesto di questa frase all’interno del Vangelo.
Siamo nel capitolo 8 di Matteo. Gesù ha appena terminato il discorso delle beatitudini (Mt 5-7) e le sua parole hanno diviso in due la storia. Nessuno aveva mai ascoltato niente di simile: la legge antica è portata a compimento, le parole delle beatitudini sono lo statuto della nuova alleanza scritto nei cuori, l’insegnamento di Gesù trasforma l’uomo dal di dentro. Le folle percepiscono la novità assoluta che sta davanti a loro: «Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi».
 

Le parole di Gesù sono talmente attraenti ed efficaci nella loro forza di santità, che mostrano immediatamente i loro effetti: suscitano l’entusiasmo e la disponibilità di uomini che decidono di seguirlo nella sua missione. Ascoltiamo il testo del Vangelo: «“Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: "Maestro, ti seguirò dovunque tu vada". Gli rispose Gesù: "Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo". E un altro dei suoi discepoli gli disse: "Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre". Ma Gesù gli rispose: "Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti"» (Mt 8,19-22; cfr anche Lc 9,57-62).
 

Gesù non vuole che i discepoli lo seguano solo per entusiasmo, che prendano la decisione della loro vita senza piena consapevolezza e coscienza. Allo scriba che promette di seguirlo ovunque, Gesù non oppone un rifiuto, però prospetta il reale sacrificio di amore a cui il discepolo sarà chiamato: se vuoi seguirmi, sappi che anche tu, come me, dovrai essere libero da ogni esigenza terrena, non attaccato a nessuna comodità o sicurezza, capace di mettere tutto al secondo posto rispetto alla missione che ti assumi. La scelta di seguire Gesù dovrà essere presa con piena avvertenza delle sue condizioni e delle sue esigenze: solo così il discepolo la potrà adempiere sino alla fine con vero amore. L’amore richiede non solo entusiasmo, ma anche consapevolezza, coscienza, volontà, risolutezza.
 

E siamo così alla frase che ti interessa da vicino. Entra in scena un altro uomo, presentato già come discepolo e si presume quindi che sia già disposto a non avere né “tana” né “nido”, pur di seguire Gesù. Costui chiede però al Signore il tempo di occuparsi d’altro prima di seguirlo. In fondo chiede di dedicarsi a un’opera buona: «Permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Si tratta di un’opera lodata dalle Scrittura: il libro di Tobia attesta come la sepoltura dei defunti sia opera di misericordia (crf. Tb 1,16-17; 2,3-9; 12,11-15) e, più in generale, la sepoltura di un padre è atto culminante dell’onore dovuto ai genitori secondo il quarto comandamento (Es 20,12; Dt 5,16).

La risposta di Gesù stabilisce il primato di un’opera di carità su un'altra. Tante sono le opere di carità che ciascuno può compiere. Alcune possono essere compiute da tutti; ma altre sono possibili solo a qualcuno. Seppellire i morti è opera possibile a tutti. Ma se il Signore chiama qualcuno a seguirlo per la missione di evangelizzazione, questa è una vocazione personale, specifica. Chi è chiamato ad una missione specifica dalla volontà del Signore, non può trascurarla per dedicarsi ad opere diverse che potrebbero essere compiute bene da altri.

Gesù dice a quel discepolo che anche un morto può seppellire un altro morto. E’ una formula iperbolica, per indicare che si tratta di un’azione buona che non richiede una particolare missione. E’ doveroso, dunque, che il discepolo pronto a lasciare tutto per seguire Gesù non si attardi, non trascuri la sua missione peculiare e la sua responsabilità specifica, per fare altro.
 

Un chiaro esempio ci viene da S. Pietro, negli Atti degli Apostoli: «In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell'assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: "Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola"» (At 6,1-4). Assistere le vedove bisognose, senza distinzioni e preferenze, era opera necessaria, buona, doverosa. E nella comunità erano molti quelli che potevano essere scelti per questo servizio. Ma i Dodici erano stati scelti direttamente dal Signore per il ministero dell’apostolato: sarebbe stata una grave omissione trascurare la missione affidata loro da Cristo Gesù per fare altro.
 

Lo stesso principio vale per noi. Non c’è solo la tentazione che viene da ciò che è oggettivamente male. C’è anche la tentazione che viene da ciò che in sé è bene, ma non il bene specifico richiesto alla singola persona secondo il suo personale ministero. Il genitore non può trascurare la famiglia per dedicarsi stabilmente a servizi che potrebbero essere svolti da altri. Il sacerdote non può trascurare il ministero della parola, il dono della grazia, la guida della comunità per dedicarsi a opere che nella società hanno già chi le assolve con specifica competenza.
Solo l’emergenza o la straordinarietà consentono al discepolo di distogliersi dal suo ministero ordinario, per svolgere un bene immediato più grande per la salvezza del prossimo, fin quando non si rientra nella situazione di normalità.

D. Che differenza c’è tra i peccati veniali e i vizi capitali.


R. Ogni peccato è male per definizione, in quanto allontana dalla santità di Dio, fonte della vita e dell’amore. Però tra peccato e peccato c’è una distinzione da operare in base alla loro grado oggettivo di gravità.
 

Ci sono le imperfezioni, riconoscibili solo da una coscienza retta e delicata. Eliminarle significa far risplendere in grande luce la santità di Cristo nella vita del discepolo.
Ci sono i peccati veniali: sono trasgressioni della volontà di Dio, contraddizioni rispetto al suo amore e alla sua verità di salvezza. Non sono però il frutto di un rifiuto della sua grazia o di una contrapposizione determinata. Provengono da debolezza umana, da trascuratezza, da tentazioni, senza che il battezzato sia arrivato al punto di rinnegare la via del Vangelo. Tuttavia, l’insidia provocata dai peccati veniali non deve essere sminuita. Ognuno di essi è come una goccia di veleno iniettato nell’anima: già in se stessa è tossica, ma quando si accumula con le altre gocce può divenire letale. Ogni peccato infatti, se non è contrastato, spinge verso un’assuefazione dell’anima al male e un progressivo indebolimento dello spirito nei confronti della vigilanza, delle virtù, dell’amore.
 

I peccati mortali sono quelli che nel cuore dell’uomo impediscono del tutto la presenza dello Spirito di Dio e distruggono l’azione della sua carità. Senza la Grazia di Dio, l’uomo è già nella morte, nella totale incapacità di salvezza. I peccati mortali sono specificati da tre condizioni: materia grave, piena avvertenza e deliberato consenso. La materia grave è definita in base all’oggettività della colpa commessa; l’avvertenza e il consenso sono invece condizioni soggettive: riguardano la consapevolezza della peccato e la determinazione di commetterlo.

Mentre il peccato è una particolare situazione di contrasto all’amore di Dio e del prossimo, il vizio è una condizione abitudinaria al peccato. In tal senso il vizio si contrappone alla virtù, che è un’abitudine, una condizione stabile nel fare il bene. La tradizione cristiana enumera sette vizi capitali, così definiti perché generano altri peccati: superbia, avarizia, invidia, ira, lussuria, golosità, pigrizia (o accidia).
Sulla distinzione tra peccati veniali, mortali e vizi, puoi consultare il Catechismo della Chiesa Cattolica, 1846-1869: http://www.vatican.va/archive/ccc/index_it.htm

Sac. Francesco Brancaccio


Fonte immagine articolo: Hermanoleon.org
 

Si ricorda che ognuno può porre i propri dubbi, i propri interrogativi scrivendo al seguente indirizzo di posta elettronica parolaefede@infooggi.it 
 

6 commenti »

  • Anna ha scritto:

    Quali vizi infestano oggi la vita nostra e del mondo? Grazie Anna da Catanzaro

  • D. Francesco ha scritto:

    Rispondo alle domande che mi sono state poste. Sono molto contento dell'interesse suscitato da questa rubrica. Complimenti davvero agli ideatori, che la curano con competenza ed entusiasmo. D. Francesco Brancaccio A LUIGI La tentazione a volte si manifesta sotto forma di verità, ma si tratta sempre di “verità parziale”. Può leggere come esempio le tentazioni a cui fu sottoposto Gesù (Mt 4,1-11). È “parziale” un’affermazione di verità subdolamente estrapolata dal suo contesto e usata come travestimento della falsità; e il contesto di ogni verità di fede è l’integrità della Parola di Dio e della sua volontà. È “parziale” anche la verità separata dall’amore, dalla carità. Dio è carità. Per non cadere in tentazione occorre allora che il nostro spirito sia nutrito di conoscenza della Parola del Signore e la nostra anima sia vivificata dalla Grazia di Dio (“Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione”: Mt 26,41). La formazione nel Vangelo, la frequenza ai Sacramenti, la preghiera sono dunque vie essenziali, vitali, non solo per smascherare la tentazione, ma anche per resisterle efficacemente e crescere nelle virtù. Sono mezzi sempre a nostra disposizione nella Chiesa. Ad ANGELA: Con il titolo “Figlio dell’uomo” Gesù si riferiva a se stesso. Si tratta infatti di un’espressione che identifica il Messia, in allusione alla profezia di Daniele: «Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d'uomo;giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto» (Dn 7,13-14). Questo titolo messianico era scelto da Gesù perché non si prestava a interpretazioni fuorvianti nella mentalità religiosa del popolo. In particolare, l’espressione “Figlio di Dio” – sebbene usata anche nell’Antico Testamento per indicare tutto il popolo d’Israele – poteva offrire pretesti per accusare Gesù di “farsi come Dio”. Il titolo “Figlio di Davide” – tipicamente riferito al Messia in quanto discendente del re Davide ed erede del regno eterno a lui promesso da Dio – era stato troppo politicizzato da quanti attendevano il Messia come liberatore trionfante sui nemici. L’uso del titolo “Figlio dell’uomo” è dunque un segno della saggezza e della prudenza di Gesù. «Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo», significa letteralmente “non ha dove riposare”, “non ha una sua dimora”. Gesù vive per fare la volontà del Padre suo, e non antepone alcuna altra esigenza o desiderio a questa condizione fondamentale della sua esistenza. Per andare di villaggio in villaggio, rinuncia alla sicurezza di una sua dimora e si affida alla provvidenza del Padre. Anche questo è un segno della sua povertà in spirito. A ETTORE La “Voce di uno che grida nel deserto” era quella del profeta che, a nome di Dio, portava a Israele l’annuncio della sua imminente liberazione (Is 40,3). L’annuncio arrivava inatteso, imprevedibile, mentre il popolo era deportato in Babilonia e nessuna aspettativa di salvezza era umanamente pensabile. Solo Dio poteva intervenire. Il brano del Vangelo di Marco che si è letto nella prima domenica di Avvento spiega che Giovanni Battista compie definitivamente la profezia di Isaia, perché è lui che annuncia l’avvento del Cristo. Su questo brano puoi leggere il commento curato dal Mons. Costantino Di Bruno nella rubrica “Vangelo del giorno”, sul sito del Movimento Apostolico: http://www.movimentoapostolico.it/vangelodelgiorno/index.asp?ID=624 A GIULIA: In realtà davanti alla Bibbia noi siamo nella posizione di chi ascolta, non di chi parla. Siamo ascoltatori, per mettere in pratica la Parola del Signore («Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia»: Mt 7,24; «Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi»: Gc 1,22). Come persone che ascoltano e mettono in pratica la Parola di Dio, possiamo parlare per annunciarla e testimoniarla. E’ la missione che Cristo stesso ci ha affidato. La nostra parola non può però farsi padrona della Parola di Dio aggiungendo o togliendo qualcosa ad essa (cfr Mt 5,17-19) o interpretandola secondo criteri soggettivi. L’interpretazione della Parola di Dio avviene perciò nella fede della Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, che la guida a tutta la verità (cfr Gv 16,13).

  • Giulia Danubio ha scritto:

    In riferimento alla Bibbia - cosa vuol dire che:( Davanti al testo, non siamo più nella posizione di chi ascolta, ma nella posizione di chi parla) grazie Giulia

  • ettore ha scritto:

    CIAO DON FRANCESCO, RIGUARDO AL VANGELO DI DOMENICA VORREI UN APPROFONDIMENTO SULLA FRASE IO SONO VOCE DI UNO CHE GRIDA NEL DESERTO: PREPARATE LA VIA DEL SIGNORE E POI VORREI COMPRENDERE MEGLIO QUANDO GIOVANNI RENDE TESTIMONIANZA RICONOSCENDO IL CRISTO GRAZIE ETTORE CARACCIOLO.

  • Angela Codispoti ha scritto:

    Sono contenta che sul web esiste anche questo :) cosa vuol dire Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo grazie Angela Codispoti

  • Luigi Borda ha scritto:

    Bella rubrica. Buon giorno don. Francesco Brancaccio Se il peccato ė il contrasto dell'amore e se la tentazione si presenta sotto forma di veritá come faccio a conprendere e non peccare Luigi Borda

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