Riceviamo e pubblichiamo
CATANZARO - Per carità, il Veneto anche per noi è il Veneto! Una delle più belle terre al mondo. Troppo preziosa nel patrimonio dell’umanità. È terra italiana, e vederla sommersa quasi interamente dalle acque fa male al cuore. L’economia in ginocchio, le industrie danneggiate con le loro macchine inutilizzabili, l’agricoltura rovinata con le colture irrimediabilmente compromesse e duecentomila capi di bestiame sepolti dalla melma e dal fango. Non ci sono parole, se non di ammirazione per la pronta corale risposta delle popolazioni venete, che immediatamente si sono rimboccate le maniche dimostrando spirito di solidarietà e immenso amore per la propria terra. [MORE]
Condivisione anche per l’immediato intervento del Governo, che con le sue più alte rappresentanze si è recato immediatamente sul posto. Berlusconi e Bertolaso, sottosegretari e ministri, i vertici tecnici dei ministeri competenti, personalmente hanno potuto verificare l’ammontare dei danni e prendere immediate corpose decisioni. Erano accompagnati da Umberto Bossi, più che ministro del Federalismo, in questa circostanza è stato il rappresentante della Lega, del suo potere di interdizione e del suo interesse elettorale. Ma, soprattutto, il rappresentante della forza politica che difende strenuamente gli interessi del Nord. Anche a lui la nostra ammirazione, perché dimostra come si difende un territorio e le popolazioni che in esso vivono ed operano. Gli stessi sentimenti su menzionati, si trasformano rapidamente in rammarico e rabbia, quando pensiamo che in situazioni molto simili, pur con le dovute proporzioni, la Calabria non ha ricevuto non solo le stesse visite, ma neppure una piccola parte di quelle attenzioni. Non un centesimo delle risorse destinate al Nord. Sono anni che ogni anno, puntualmente, la Calabria si scioglie sotto le piogge più innocue. La terra frana e scivola come una slavina su colture e case, industrie e persone. Di alcune di esse non siamo riusciti neppure a recuperare i corpi. A turno, una parte della Calabria subisce i colpi più duri. Qualche anno fa Cerzeto, rottasi sotto gli sguardi lacrimanti dei suoi cittadini. E poi Soverato, con la tragedia delle Giare e i suoi morti “imprigionati”. Due anni fa il vibonese, con altri due morti e l’economia turistica falcidiata. L’anno scorso Catanzaro, colpita ben due volte a distanza di settimane. E la sua Janò caduta a pezzi sulla strada sottostante. Quest’anno è già nuovamente toccato a Crotone, città e comprensorio, a mettersi le mani nei capelli. Però qui da noi non si vede nessuno. Non dico il presidente del Consiglio, ma neppure un sottosegretario. Oppure quel generoso Bertolaso che non può più ritornare, perché lui stesso si vergognerebbe di non aver potuto garantire gli impegni assunti nella sua visita di un anno fa. Perché questo accade? L’Italia divisa in due, sempre? Due economie, due interessi elettorali, due sofferenze, due i figli? Certo, molto conta da noi la debolezza della classe dirigente, quella parlamentare in testa. Poco autonoma, caratterialmente debole, politicamente succube verso i capi partito. Insensibile e interessata alla propria carica verticisticamente assegnatale. Ma di più conta la cultura dominante, che concepisce un certo Sud, il sud del sud, e quindi la Calabria, come ruota di scorta del Paese. Anzi, come ruota bucata, che non serve neppure riparare, visto che sui mercati può essere sostituita dalle regioni emergenti dell’Europa dell’est. Non vorrei essere cattivo, a volte però ti prende, ma viene spontaneo il sospetto che nella lotta alla ‘ndrangheta, il rapido passaggio dal vecchio adagio “se la vedano da soli e si ammazzino tra loro”, all’intenso impegno politico-governativo, che la sta sgominando, derivi dalla preoccupazione che la malavita calabrese si estenda ancora con più forza nelle regioni settentrionali, con ciò disturbando gli interessi economici di quella realtà. Non è vero, non oso pensarlo e non ci credo – come suggerisce di dire Benigni – ma forse è giunto il tempo di alzare la voce, comunque. I fatti sono lì, come la Calabria. Ambedue non si muovono.
Franco Cimino