"The Master", quando un film ignora con eleganza lo spettatore
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"The Master", quando un film ignora con eleganza lo spettatore

lunedì 14 gennaio, 2013

Presentato in concorso alla 69esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia dove ha vinto il Leone d’Argento per la migliore regia e la coppa Volpi, ex aequo ai due attori protagonisti, per la miglior interpretazione maschile, The master di Paul Thomas Anderson esce il 3 gennaio nelle sale italiane, accompagnato da grandi aspettative da parte del pubblico.

Primo lungometraggio, dopo alcuni decenni, ad essere girato utilizzando una pellicola in costoso formato 70mm, in uso negli anni ‘50 a Hollywood. Peccato che The Master, dei film anni 50, riporta in vita solo la nitidezza delle immagini e il tono dei colori.
L’artificio della forma finisce per rendere vuoto, sterile, un film ambizioso e ricco, sia nel contenuto che nella forma; un’occasione cinematografica così potente viene sprecata in un’autoesaltazione registica di virtuosismo e di maniera. La rappresentazione non è funzionale ad accompagnare il racconto della storia, ma è la storia che deve, a fatica e turbinosamente, star dietro alla messa in scena il cui peso è troppo forte e non sempre giustificato dall’intensità dell’azione drammatica.

Freddie Quell è un marine, reduce dalla Seconda Guerra mondiale, con turbe psichiche, alcolizzato e violento che un giorno finisce per caso su una nave diretta da San Francisco a New York, su cui viaggia Lancaster Dodd, leader spirituale di un’organizzazione filosofica denominata la Causa, il quale crede nella possibilità di accedere ai ricordi delle precedenti esistenze dopo essersi liberati dei propri. Per fare questo occorre annullare i vizi e gli istinti animaleschi e intraprendere un percorso di riabilitazione dello spirito attraverso esercizi di autocontrollo e meditazione. Inizialmente Freddie viene utilizzato da Lancaster come cavia per i suoi esperimenti ma successivamente fra i due si instaura un rapporto di amicizia e di fiducia.

La storia del film sembra far riferimento al movimento filosofico-religioso Scientology.
I due protagonisti rappresentano le due parti del “gioco”: il leader carismatico e il discepolo che si affida alla guida di un maestro sperando di ottenere risarcimenti spirituali ai mali dell’esistenza e del suo periodo storico.
Il sodalizio idilliaco, sorto in nome della fiducia accordata ad un leader, entra in conflitto quando il discepolo scopre che la ricerca della propria libertà interiore non si può rimandare ad altri, neppure se filosofi, scienziati, maestri, ma è un cammino assolutamente unico e personale che ognuno deve intraprendere attraverso la propria esperienza e il proprio giudizio.

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Sebbene il film possieda autenticità e una sua intimità di racconto questa è criptica, ermetica, emozionata, ma non emoziona. La storia viene raccontata con un linguaggio visivo e verbale che isola i personaggi da ogni contatto con il pubblico, senza consentire alcuna possibilità di immedesimazione, diventando visione pura dell’immagine, subìta, non veicolata attraverso il coinvolgimento; il dialogo fra il maestro e l’allievo si svolge a “porte chiuse”, persino la teoria scientifico-filosofica della Causa, elemento importante che avrebbe potuto creare un nodo con lo spettatore, attraverso la condivisione o il rifiuto, è incomprensibile, ermetica, soffocante.
La libertà spirituale di cui si parla non ha, attraverso la rappresentazione cinematografica, alcuna capacità di attrarre le motivazioni e l’attenzione di chi guarda.

Si assiste alle perfezioni tecniche e stilistiche più svariate e lodevoli per 137 minuti ma in alcuno di questi minuti si dimentica di essere seduti sulla poltrona del cinema, pensiero e immaginazione non hanno spazio oltre il buio della sala.
Che sia racconto di realtà o di finzione, il film porta sempre, in qualche modo, al di là del luogo fisico, nei meandri della mente o nelle altezze dell’immaginazione salvifica; in presenza di questo film la storia rimane sullo schermo e lo spettatore sulla poltrona.
Il cinema non aveva mai, come in questi ultimi anni, cercato volutamente, attraverso il virtuosismo estremo dell’immagine, una simile separazione.
Che cos’è per gli spettatori odierni un film che rinuncia alla capacità di fascinazione, alla spettacolarità del suo mezzo espressivo, che vuole vivere in maniera autonoma senza il pubblico? Una dichiarazione di maestria, una sfida alle possibilità della macchina da presa? Tale artificio può essere una nuova forma di linguaggio? Se è giusto considerare questa eventualità e il suo potenziale valore è anche vero che, come spettatori siamo assuefatti, da decenni di storia del cinema, al nostro importante ruolo di pubblico e non facilmente accettiamo di essere esclusi da un’opera, anche grandiosa e potente, ma indipendente dalla nostra partecipazione mentale o emotiva.

Alternativamente, questo film può solo confermare che la magia del cinema, impossibile da ottenere con la tecnologia, la chimica, o trucchi di maestria, risiede sempre nella miscela creativa di tutti i suoi elementi, in un libero gioco di combinazioni infinite.

Titolo originale: Id.
Regia: Paul Thomas Anderson
Interpreti: Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern, Ambyr Childers, Jesse Plemons, Rami Malek, Madisen Beaty, Lena Endre, Kevin J. O'Connor
Origine: Usa, 2012
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 144'

(in foto una scena del film)

Gisella Rotiroti


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