Destra europea e Stati Uniti divisi sulla guerra in Iran: distanza da Trump e nuovo asse con Orbán
AfD, Le Pen e altri leader europei frenano sul sostegno a Washington mentre gli Usa rafforzano i rapporti con Budapest in vista delle elezioni
Destra europea e guerra in Iran: cresce la distanza da Trump
La guerra in Iran sta ridefinendo gli equilibri politici tra Europa e Stati Uniti, soprattutto all’interno dell’area conservatrice e sovranista. Diversi partiti della destra europea stanno infatti prendendo le distanze dalla linea di Donald Trump, segnando un cambio di rotta rispetto ai rapporti consolidati negli ultimi anni.
Un caso emblematico è quello di Alternative für Deutschland (AfD), il partito tedesco di estrema destra, che ha apertamente criticato l’intervento americano in Medio Oriente. La posizione riflette una crescente attenzione verso l’opinione pubblica interna, sempre più preoccupata per le conseguenze economiche e geopolitiche del conflitto.
AfD cambia strategia: meno rapporti con il mondo Maga
Negli ultimi mesi l’AfD aveva intensificato i legami con l’universo politico legato a Trump, ma dopo i raid in Iran è arrivata una netta inversione di tendenza.
La co-leader Alice Weidel ha definito il conflitto “una catastrofe”, accusando gli Stati Uniti di agire senza una visione strategica chiara. Sulla stessa linea anche Tino Chrupalla, che ha messo in guardia sui rischi di una possibile escalation.
Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa internazionale, il partito avrebbe invitato i propri rappresentanti a ridurre i contatti con gli Stati Uniti, limitando viaggi e incontri politici. Una scelta che appare strettamente collegata alle prossime elezioni regionali in Germania, previste a settembre.
Il peso dell’opinione pubblica e il tema energia
Il cambio di posizione della destra tedesca non è casuale. Il conflitto in Iran sta incidendo fortemente sulla percezione degli elettori, soprattutto per i possibili effetti su prezzi dell’energia e stabilità economica.
Un sondaggio Ard-DeutschlandTrend evidenzia come il 58% dei tedeschi consideri ingiustificati gli attacchi statunitensi. Un dato che spinge i partiti a ricalibrare le proprie strategie politiche in vista delle urne.
Le consultazioni coinvolgeranno diverse aree chiave, tra cui Sassonia-Anhalt, Bassa Sassonia, Berlino e Meclemburgo-Pomerania Anteriore, rendendo il tema della politica estera centrale nel dibattito interno.
Francia e Italia: posizioni più prudenti
Anche in altri Paesi europei emergono segnali di cautela. In Francia, il leader del Rassemblement National, Jordan Bardella, ha chiesto un confronto politico interno per definire con chiarezza il ruolo del Paese nella crisi, evitando un allineamento automatico agli Stati Uniti.
In Italia, il governo guidato da Giorgia Meloni ha ribadito la necessità di mantenere una linea basata sul diritto internazionale e sul coordinamento con gli alleati, sottolineando l’importanza di evitare un’ulteriore escalation del conflitto.
Gli Stati Uniti rilanciano: Vance a Budapest con Orbán
Mentre parte della destra europea prende le distanze da Washington, gli Stati Uniti stanno rafforzando i rapporti con gli alleati più vicini alla visione trumpiana.
In questo contesto si inserisce la visita del vicepresidente JD Vance a Budapest, dove incontrerà il premier ungherese Viktor Orbán. L’obiettivo è consolidare un asse politico in Europa centrale, soprattutto in vista delle prossime scadenze elettorali.
Orbán, dal canto suo, ha ribadito la volontà di mantenere l’Ungheria come “isola di pace”, cercando un equilibrio tra il sostegno agli Usa e la necessità di evitare un coinvolgimento diretto nel conflitto.
Una destra europea sempre meno compatta
La crisi in Medio Oriente sta dunque evidenziando una crescente frammentazione all’interno dello schieramento conservatore europeo.
Da un lato, alcuni partiti cercano di prendere le distanze dalla politica estera americana per rispondere alle pressioni interne; dall’altro, Washington punta a rafforzare i legami con i partner più allineati, creando nuovi equilibri geopolitici.
Il risultato è una destra europea meno compatta, divisa tra pragmatismo elettorale e alleanze internazionali, mentre la guerra in Iran continua a influenzare profondamente le dinamiche politiche globali.
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