Napoli, 25 gennaio - Sabato 11 novembre 1989: un mite pomeriggio nella periferia orientale di Napoli si tramuta improvvisamente in un apocalittico scenario di guerra. Il bar Sayonara, nel quartiere Ponticelli, viene preso di mira da una banda di sicari inviati dal clan Sarno per colpire i rivali del clan Andreotti, ma strafatti di droga trasformano quello che sarebbe dovuto essere un agguato mirato in una strage incontrollata: muoiono sei persone (di cui quattro, si scoprirà, estranee alla camorra) e altre tre rimangono ferite (fra loro anche una bambina).[MORE]
Dopo ventuno anni di omertoso silenzio, la collaborazione con la giustizia degli stessi fratelli Sarno ha infine accelerato il processo di una promessa di verità, che ha raggiunto oggi una svolta con l’arresto, da parte dei carabinieri del nucleo Investigativo di Napoli, di tredici persone (affiliate ai clan Sarno e Aprea, allora alleati nella faida contro gli Andreotti), e il conseguente ordine di custodia cautelare imposto dal Gip.
Comune denominatore nelle indagini e nei commenti a questo efferato crimine, l’inaudita quanto sprovveduta ferocia degli attentatori: una violenza che il giudice Antonella Terzi, nella sua ordinanza, ha avuto difficoltà a descrivere attraverso parole esaurienti. Una violenza ritenuta eccessiva perfino dallo stesso mandante, il boss (adesso pentito) Ciro Sarno, il quale, nel descrivere i fatti, si è mostrato più volte rammaricato per non aver ascoltato le preoccupazioni del cugino Esposito Pacifico, che lo avvertiva dello stato di ebrezza dei suoi uomini e dei rischi di conseguenze incontrollabili. Sarno aggiunge che quelle morti ancora gli pesano.
Ma più significativa dell’amara redenzione, tardiva, di un boss, è sicuramente la riaccesa speranza per i familiari delle vittime di ottenere quanto meno un briciolo di giustizia, seppur pesantemente procrastinata.