Caso Yara: Bossetti nuovamente in tribunale smentisce gli indizi a suo carico
Cronaca Lombardia

Caso Yara: Bossetti nuovamente in tribunale smentisce gli indizi a suo carico

venerdì 11 marzo, 2016

BERGAMO, 11 MARZO 2016 - Massimo Bossetti, unico imputato per il delitto di Yara Gambirasio, parla così ai suoi avvocati poco prima di entrare in tribunale dove è stato interrogato: "rispondo a tutto, non ho niente da nascondere. Sono uno dei pochi imputati che ha accettato l'esame incrociato anziché le semplici dichiarazioni spontanee. Prima mi "fidavo" di quello che mi sentivo dire, poi seguendo tutto il processo ho visto che tante prove sono cadute. Adesso andrò fino in fondo per dimostrare la mia innocenza".[MORE]

Bossetti si trova a dover rispondere alle domande dell’accusa per il secondo giorno, durante un'udienza cruciale del processo, sugli indizi a suo carico concernenti gli spostamenti, le ricerche sul pc, il ritorno sul luogo del delitto, le varie incongruenze tra le dichiarazioni fornite dallo stesso agli inquirenti e gli elementi emersi a sostegno della sua colpevolezza. Si tratta della trentaduesima udienza, la seconda in una settimana che vede l'imputato come protagonista. "Quel Dna non mi appartiene è strampalato e per metà non corrisponde" ha affermato davanti alla pm Letizia Ruggeri, la prima a sottoporlo all'esame incrociato, riferendosi alla mancata corrispondenza tra il Dna nucleare e quello mitocondriale. Poi ha continuato: "E' dal giorno del mio arresto che mi chiedo come sono finito in questa vicenda, visto che non ho fatto niente e voi lo sapete". Bossetti ha anche negato di aver fatto ricerche su ragazzine come risulta dall'analisi dei suoi due computer di casa. "No, assolutamente - ha risposto - sono sincero, non esistono ricerche di questo genere nei nostri computer, assolutamente". Ha aggiunto però che qualche volta, "in intimità, quando i bambini erano a letto" lui e la moglie guardavano siti pornografici. Mai quelli che avevano come protagoniste le ragazzine. "A me piace anche la cronaca nera", ha aggiunto giustificando le sue varie ricerche sul web.

"Ho pensato che qualcuno volesse inguaiarmi”: così ha riferito Bossetti alla pm dopo il suo fermo, riferendosi al suo collega Massimo Maggioni (vicenda per la quale è imputato per calunnia). "Era una detenzione devastante - ha spiegato Bossetti - cruda, e in quelle circostanze ho pensato alle persone che avevo vicino in cantiere". Bossetti sospettò di Maggioni e lo chiamò in causa per cercare di spiegare come il suo Dna potesse essere stato trovato sul corpo di Yara, riferendosi al racconto del sangue dal naso e dei fazzoletti sporchi nel cantiere. "Mi scuso con lui per aver detto queste cose sbagliate". L’imputato ha inoltre descritto il suo arresto come "una schifezza, una cosa indegna. Non sapevo come fare, stavo svenendo, non capivo più niente. Non avevo mai visto tante forze dell'ordine, come se fossi uno spacciatore, neanche fossi stato Totò Riina". "E' avvenuto in modo vergognoso - ha continuato Bossetti - 30-40 tra carabinieri e poliziotti, tutti assieme". Quel giorno i poliziotti si sono presentati sul luogo di lavoro con la scusa di cercare eventuali lavoratori in nero: "non faccio in tempo a uscire dal getto di cemento che vedo un bestione lì davanti, che mi intima di fermarmi, mi fa inginocchiare e mi fa ammanettare". Stando alle dichiarazioni di Bossetti, quindi, egli non avrebbe avuto modo di fuggire: "sfido chiunque a correre nel getto e riuscire a correre nella soletta e poi scappare da dove? Perché non mi hanno detto il motivo per cui eravate lì, - ha detto rivolgendosi al pm - ho avuto paura perché non mi avete dato un motivo, perché mi è stato detto di non parlare, e di abbassare lo sguardo. Ho avuto una paura tremenda".

Bossetti ha poi perentoriamente negato che il furgone ripreso dalle immagini di telesorveglianza delle aziende vicino alla palestra da cui scomparve Yara fosse suo. Forse nella prossima udienza l’imputato potrà comprovare la non corrispondenza dei due mezzi servendosi di fotogrammi che saranno proiettati in aula. "Se uno è innocente, su che cosa deve cedere?", ha risposto Bossetti ai suoi avvocati alla domanda riguardante eventuali pressioni subite in carcere affinché confessasse. "Ho ricevuto pressioni da tutti", ha ammesso senza fare dei nomi. Dopo l'arresto, ha raccontato, era "disperato, distrutto", "ho tentato il suicidio - ha rivelato - e la cosa che mi ha permesso di andare avanti è stata l'unica fotografia che avevo in cella: quella della mia famiglia". "Non c'è sera - ha concluso - che non preghi per Yara, lei ha pagato con la vita: è stata una brutalità che le ha strappato la sua innocente quotidianità".


Luna Isabella

(foto da facebook.com)

 


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