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Messico, né silenzio né indifferenza

Messico, né silenzio né indifferenza
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CITTÀ DEL MESSICO (MESSICO), 13 MAGGIO 2012 - «Aiutami. Mi trovo in Messico e qui stanno succedendo cose orribili. Sabato scorso a Veracruz hanno ucciso una mia collega giornalista della rivista Proceso, per la quale scrivo anch'io. Si chiama Regina Martínez. È stata strangolata a casa sua e oggi, nello stesso Stato di Veracruz, hanno trovato i corpi di altri tre giornalisti. Qui in questo articolo si dice ancora che sono due, ma proprio adesso abbiamo saputo che sono tre, e c'è anche il corpo di un'altra persona, ma ancora non sappiamo se sia un giornalista. In questo articolo dicono che prima di essere uccisi questi giornalisti sono stati torturati e mutilati. In questo Stato, governato dal dicembre del 2010 da Javier Duarte, sono stati uccisi almeno 11 giornalisti. Undici nell'arco di un anno e mezzo. Le vittime sono Miguel Ángel López Velasco, suo figlio, fotoreporter Miguel López Solana; Yolanda Ordaz, Noel López Olguin, Regina Martínez Pérez. Oltre i tre di oggi. Aiutami a farlo sapere. Spero che tu possa diffondere la notizia sul sito di Ossigeno. Appena tornerò in Italia ne riparleremo».

Questo è l'appello arrivato ad Alberto Spampinato, direttore e fondatore di Ossigeno per l'informazione, l'osservatorio sui cronisti minacciati e sulle notizie oscurate con la violenza. Ad inviarlo Cynthia Rodriguez, giornalista messicana dal 2006 in Italia come corrispondente della rivista Proceso.

Ad ottobre avevamo cercato di accendere i riflettori sul Messico – in molti casi proprio attraverso gli articoli di Proceso – ritenendo che molte siano le similitudini con il nostro paese (a partire dal potere dei cartelli della droga e delle famiglie di mafia passando per la corruzione della classe politica e, naturalmente, la pericolosità del fare il giornalista). Diventa ancora più importante, oggi, parlare di quel che avviene in quel paese. Innanzitutto perché, come ricorda Spampinato, «ciò che accade in Messico non è un problema solo del Messico». E poi perché la guerra al giornalismo libero scatenata in Messico – dove dal 2000 ad oggi sono già più di settanta i giornalisti uccisi, con 172 aggressioni avvenute nel solo 2011, come segnala l'associazione “Articulo 19” - non può essere ignorata da chi ha per anni convissuto con un giornalismo spesso tacciato di essere schierato più con il potere che non con la verità.

In Messico, nelle scorse settimane, giornaliste e giornalisti come Carmen Aristegui, José Gil, Anabel Hernández, sono scesi in strada per protestare contro questa situazione, sostenendo comunque che «quello che i mezzi di informazione devono fare è continuare ad informare». «Lo Stato ha il compito di garantire la sicurezza di tutti e di ciascuno di noi, non solamente dei giornalisti, ma di tutti i cittadini» - ha detto, durante una delle manifestazioni, José Gil, giornalista della rivista Proceso – concludendo che «nessuno dei giornalisti caduti doveva morire, e la loro morte è da attribuire al governo, che non ha fatto tutto il necessario per garantire ai giornalisti di poter lavorare in piena libertà di espressione». «Se la situazione è arrivata a questo punto», ha raccontato Zósimo Camacho, della rivista Contralinea. Periodismo de investigacion, «si deve alla corruzione, poiché i gruppi della criminalità organizzata sono spesso collusi con il governo e spesso per gli omicidi di comunicatori non si indaga nemmeno», così come denunciava la redazione di Proceso nei confronti dell'indagine aperta per l'omicidio di Regina Martínez, verso la quale si definivano scettici.

Il nostro paese ha più volte, in passato, raccolto appelli in solidarietà con vittime della repressione di questa o quella dittatura. Oggi tutti siamo chiamati ad aiutare le giornaliste ed i giornalisti messicani. «Ni el silencio ni la indiferencia, seguiremos informando», dicevano giornalisti, fotografi e semplici cittadini scesi in strada in Messico. Né il silenzio né l'indifferenza.

Il video che trovate in questo articolo – in spagnolo con sottotitoli in inglese – si chiama “Silencio Forzado”. È stato realizzato dall'associazione “Articulo 19” per far conoscere cosa significa, oggi, fare il giornalista in quello che è considerato il paese più pericoloso al mondo dove fare questo mestiere.

(foto: lavocedinomas.org)
Andrea Intonti 

Il Video


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