Additare l'ex moglie come "mantenuta" è reato

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COSENZA, 16 GENNAIO - Definire “mantenuta” una persona, donna o uomo che sia, è r...

COSENZA, 16 GENNAIO - Definire “mantenuta” una persona, donna o uomo che sia, è reato. Il ricorso a quella parola, infatti, ha un evidente carattere dispregiativo e, conseguentemente, va sanzionato. Questo è quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, Sezione V Penale, sentenza n. 522/2017, depositata il 5 gennaio.

Il caso. Una donna ricorreva innanzi al Giudice di Pace competente lamentandosi del fatto che l’ex marito nella “causale” dei “vaglia” da lei ricevuti la definiva come “mantenuta”. Per tale motivo, l’uomo, finiva sotto accusa per “diffamazione”.

Tanto il Giudice di Pace che i giudici del Tribunale ritenevano assolutamente comprensibile la rabbia della donna e, pertanto, l’uomo veniva ritenuto colpevole, condannato a “1.000 euro di multa” e obbligato a versare all’ex moglie “5.000 euro” a titolo di “risarcimento del danno non patrimoniale”.

L’uomo decideva di proporre ricorso per cassazione.

La linea di pensiero dei giudici di merito veniva condivisa anche dai giudici di legittimità. Inutili le obiezioni difensive sostenute dalla difesa dell’uomo, e finalizzate a minimizzare la condotta in questione. In particolare, su questa linea veniva evidenziato che l’ex marito aveva effettuato la “spedizione di un plico sigillato”, escludendo, qunque, la possibilità che “il testo del telegramma potesse essere letto” da persone (ad esempio un operatore postale) diverse dalla destinataria.

Per la Suprema Corte, invece, si presume “la sussistenza del requisito della comunicazione con più persone qualora l’espressione offensiva sia inserita in un documento”, come un “vaglia”, destinato per sua natura “ad essere visionato da più persone”. Anche la gravità dell’epiteto non veniva messa in discussione dagli Ermellini; infatti, secondo loro risultava evidente che «il termine “mantenuta”» risultava «offensivo della reputazione» della donna, additata come «percettrice di reddito in assenza di qualsivoglia prestazione lavorativa».

Per tali motivi, la Cassazione riteneva colpevole l’uomo, condannandolo al pagamento di “1.000 euro di multa” e obbligandolo a versare all’ex moglie “5.000 euro” a titolo di “risarcimento del danno non patrimoniale”.

Avvocato Anna Maria Cupolillo Staff Giuridico Avvocato Express
 

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