Amnesty International, un altro anno di atrocità nell'indifferenza globale. Italia bocciata
Cronaca Calabria

Amnesty International, un altro anno di atrocità nell'indifferenza globale. Italia bocciata

mercoledì 25 febbraio, 2015

ROMA, 25 FEBBRAIO 2015 - Sembra quasi non esserci speranza: gli uomini non hanno ancora imparato a vivere come fratelli, parafrasando un verso gucciniano. È questa la fotografia del mondo che scaturisce dal Rapporto 2014/2015 di Amnesty International, associazione che si prodiga per la tutela dei diritti umani e che, come ogni anno, pubblica un report sulla situazione globale.

L'incipit del comunicato stampa apparso sul sito italiano è una durissima presa di posizione: “Vergognosa e inefficace la risposta globale all'atrocità degli Stati e dei gruppi armati”. Sotto, l'immagine della disperazione: una madre curda in lacrime, sul confine turco siriano. Stop. Parole e immagini talmente forti che dovrebbero bastare a stimolare, in ognuno di noi, uno scatto d'orgoglio. Arricchite dalla atroce freddezza dei numeri.

[MORE]Diritto a vivere. In 160 Paesi si registrano violazioni dei diritti umani. In alcuni di essi, la situazione è peggiorata.
Preoccupante è la situazione siriana, dove il Consiglio di Sicurezza Onu, colpevolmente per Amnesty International, non è intervenuto negli anni precedenti. E vittime, molto spesso, degli attacchi compiuti anche dalle forze governative, sono i civili. Duro poi l'intervento sull'Islamic State (Isis) responsabile, per l'associazione, di crimini di guerra, pulizia etnica tale da assumere proporzioni enormi. Ma non è solo Medio Oriente, in almeno 18 Paesi sono stati commessi crimini di guerra. 1 gruppo armato su 5 ha commesso abusi, in almeno 35 Paesi. Non si possono dimenticare le barbarie di Boko Haram, ma anche delle forze governative nigeriane contro persone sospettate di appartenere al gruppo armato islamico. Il Mondo è una polveriera, la violenza più vicina di quanto possa sembrarci: aldilà delle Alpi, a Kiev, si rivive il terrore delle armi.

Migranti e integrazione. “I fallimenti non hanno riguardato soltanto l'incapacità d'impedire (degli stati occidentali, ndr) le atrocità di massa. È stata anche negata l'assistenza diretta ai milioni di persone in fuga dalla violenza che inghiottiva villaggi e città”, è il monito dell'associazione che chiede più aiuti per i rifugiati e richiedenti asilo.
Il Mediterraneo si conferma un enorme cimitero di gente comune, disperata e che sogna, solo, una vita migliore. 3400 le persone che giacciono sui fondali del Mar Mediterraneo. Il primo affondo all'Italia è proprio sulla condizione dei migranti, la critica è forte quando si parla della volontà del governo italiano di stoppare Mare Nostrum: al nostro Paese viene riconosciuto lo sforzo unilaterale che ha portato in salvo 13.668 persone, vanificati dalla sostituzione di Omn con Triton, incentrata solo sul controllo dei confini non su operazioni di salvataggio. “Varie Ngo”, ricorda Amnesty,”hanno espresso il timore che ciò avrebbe messo a rischio la vita delle persone”.
Sulla questione Rom, altro richiamo ad un'Italia “non in grado di attuare la strategia nazionale per l'inclusione dei rom, soprattutto per quanto riguarda l'accesso a un alloggio adeguato”. Con tutto ciò che ne consegue per un'etnia ancora non integrata nel contesto multietnico nostrano.


Tortura. Sebbene possano sembrare evoluti a tal punto da garantire ogni forma di libertà, anche gli Stati del nord del mondo si macchiano di gravi atti di violenza contro i diritti umani. Ai 30 anni dall'adozione della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, tanta è ancora la strada da compiere: l'82% dei Paesi applica ancora metodi di tortura, soprattutto sui prigionieri. Il mea culpa del senato statunitense ("che ha dimostrato la facilità con cui era stato tollerato l'uso della tortura negli anni successivi agli Usa dell'11 settembre 2001”, riporta il Rapporto) sull'uso della tortura deve allungarsi anche agli Stati europei. E, perciò, anche all'Italia: “Ancora una volta, i tentativi d'inserire il reato di tortura nella legislazione nazionale non sono andati a buon fine, perpetuando così una violanzione degli obblighi dell'Italia ai sensi della Convenzione. Il sovraffollamento e le cattive condizioni sono rimasti problemi comuni in tutto il sistema penitenziario”. La pena, per Costituzione, deve essere rieducativa.
Ed andare in prigione non significa smettere d'essere umano.
Doveroso il richiamo di Amnesty International ai casi Giuseppe Uva e Stefano Cucchi.

Diritto all'espressione. 119 Paesi su 160 hanno imposto restrizioni alla libertà di espressione. In ¾ dei Paesi esaminati, la libertà di parola è forma di libertà e laicità ancora non raggiunta. Oltre ad una repressione della libertà di stampa, molti paesi adottano vie drastiche: i giornalisti, spesso, vengono rinchiusi e minacciati. 62 governi su 160 ha incarcerato prigionieri di coscienza, persone che esercitavano i loro diritti. Spesso, in questi Paesi, è una colpa.

Un diritto è vita. “Il 28% dei Paesi”, recita il comunicato dell'Amnesty, “hanno leggi che proibiscono completamente l'aborto anche quando la vita o la salute della donna sono in pericolo o in caso di stupro”. Molto spesso sono Paesi in cui è radicato il sentimento religioso, molto spesso integralismo. Paesi che coincidono, in un gran numero di casi, a quei 78 Paesi in cui non è concesso amare persone dello stesso sesso, dove l'amare non è amore ma è legge.
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Ma la speranza non ha lasciato il posto alla rassegnazione. “I governi a parole sostengono l'importanza di proteggere i civili, ma i politici di tutto il mondo hanno miseramente fallito nel compito di tutelare coloro che più avevano bisogno d'aiuto. Amnesty International ritiene che tutto ciò può e deve cambiare”.
Ogni lacrima versata da una persona che subisce violenze d'ogni tipo, è una sconfitta per l'intera umanità. Non può, negli anni del progresso tecnologico più avanzato, la barbarie umana farla da padrone. Laddove anche la parola è un lusso e l'odore di libertà non si respira, ma si sogna.
Conclude Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International: “Non può esserci sicurezza senza rispetto dei diritti umani”.

Salvatore Remorgida


Autore
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