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La religione nella religione

Calabria

01 GIUGNO 2015 - Non si tratta di un nuovo gioco di parole, ma di una realtà così praticata e diffusa che penso sia giusto parlarne, senza per questo assurgere in cattedra per dare pagelle di promozione o bocciatura. Mi limiterò essenzialmente ad osservare la realtà per consentire a me stesso, prima che a tutti i numerosi lettori di questa testata, di comprendere tale fenomeno e fare le debite deduzioni, nella più piena libertà individuale.  

A pensarci è proprio la nostra società che sta vivendo una religione nella religione. Come? La sua stragrande maggioranza, pur dichiarandosi credente, si professa nei fatti autonoma e indipendente da Dio. Se ci guardiamo intorno con attenzione non è difficile accorgersi che in apparenza, e magari anche strutturalmente, si viva tutti tranquilli in un determinato apparato religioso.  

La differenza viene fuori nella sua chiara cornice, quando ci si spinge ad osservare nella profondità delle tante espressioni esteriori, così spesso ben rappresentate e simulate. La realtà a questo punto ci dice che essenzialmente si è ormai senza alcun legame autentico con Dio, il trascendente, il soprannaturale, l’obbedienza alla divina volontà. A meno che non ci riferisca ad una religione fai da te o in linea con una filosofia della vita che abbracci un qualsiasi credo, in base alle emozioni personali del momento. [MORE]

Bello sicuramente, ma niente di serio per avviare in noi una verifica a 360° della nostra vita, capace di farci penetrare nel mistero del ruolo che Dio ha assegnato ad ognuno, al di là dell’abito indossato o del ruolo acquisito. Cristo è per ogni uomo, non certo per una razza o una dinastia. Si può perciò parlare di ateismo di religione, senza poter essere smentiti, in quanto sto parlando di una piaga dell’umanità, a volte sotterranea, altre palese, che rischia di indebolire i valori portanti, fino ad oggi alla base della storia del mondo.

Comprensibile l’ateo che non ha mai incontrato Dio o che forse a modo suo lo sta comunque cercando. Meno giustificabile appare chi si professa cristiano e che in concreto cura solo ciò che gli consenta un riconoscimento sociale o politico, iscrivendosi di fatto alla nuova categoria degli atei religiosi. Nessuna religione, nessuna fede, nessuna credenza ne è immune. Tutte queste dimensioni possono essere infettate. Lo stesso è successo ad Israele, unico popolo della terra scelto da Dio in Abramo, portatore nel mondo della vera fede. La sua gente si era legata a Dio con un patto che nel tempo non ha esitato a tradire. Grande è stata la sua resistenza, ma anche l’opposizione. Eppure in quei tempi la religione, nella sue forme esteriori, era lussureggiante; il suo culto stupendo; l’ascolto assente del tutto, fino al punto di inchiodare il suo Dio sopra una croce.

Il vero ascolto è dono del proprio cuore, della propria mente, dello spirito, dell’anima, del corpo. È anche consegna totale alla divina volontà. In un tempo dove si vive nella velocità frenetica delle azioni e dei pensieri e in cui si ridicolizza il termine obbedienza, inteso come fardello per la propria libertà, stretti sono i margini per cambiare rotta. L’uomo però, qualsiasi sia il suo ruolo nel mondo, non ha altra strada se non il ritorno al Dio di Abramo e a Cristo suo figlio.

Una direzione obbligata se si vogliono spegnere i segnali negativi che arrivano dalle guerre sparse sul pianeta; dagli esodi epocali; dalle leggi contro la famiglia nella sua sacralità; dalla corruzione dilagante; dalla mancanza di lavoro; dalla teoria del Gender, vero cancro per la libertà dei giovani, che riduce il sesso di una persona a semplice oggetto di una libera scelta di ognuno. A tutto questo, e tanto altro ancora, si aggiungono in fine gli effetti devastanti originati dalla religione nella religione, che se da un lato è impeccabile nella sua struttura scenica, dall’altro continua a far appassire le radici che tengono l’essere umano legato al fertile terreno del cielo.


Egidio Chiarella
http://www.egidiochiarella.it/
egidiochiarella@gmail.com