Copperman, intervista a Eros Puglielli: "Più di un cinecomic: ecco il mio eroe dal cuore puro"

358
Scarica in PDF
Ricevi gli aggiornamenti direttamente sul tuo MESSENGER!
Non servivano i superpoteri per riattivare in Italia il cinema fantastico, e segnatamente, supereroi...

Non servivano i superpoteri per riattivare in Italia il cinema fantastico, e segnatamente, supereroistico, ma di certo Eros Puglielli ha sempre avuto uno sguardo speciale, ed il suo Copperman lo attesta. Il film, che annovera nel cast Luca Argentero, Galatea Renzi e Antonia Truppo, è nelle sale dal 7 febbraio, in clima pre-San Valentino, come a segnare che, sì, può sbocciare un nuovo amore tra l'industria cinematografica nazionale ed il genere, dopo i flirt di Lo chiamavano Jeeg Robot (2015) di Gabriele Mainetti e Il ragazzo invisibile (2014) di Giuseppe Tornatore. Fantastica è l'idea di Anselmo (Argentero) che, prima sognante bambino senza padre, poi aspirante eroe, vuol trasformarsi nell'Uomo di Rame, Copperman, per ripulire il mondo dell'ingiustizia. Un mondo più bello da vivere, se il destino gli fa  reincontrare Titti (la Truppo), che aveva conosciuto da bambino e con cui, ora, riallaccia il filo dell'avventura. Ne parliamo col regista Eros Puglielli.

Guardando Copperman salta all’occhio che hai scelto deliberatamente il punto di vista di Anselmo. Com’è il mondo attraverso il suo sguardo?

È un mondo senza pregiudizi, in cui c’è solo quello che si vede; non ci sono regole ferree né limitanti e si può andare oltre le leggi fisiche. Anche la scenografia ed il colore comunicato questo effetto, sono vivi e potenti. In questo mondo tutto è possibile.

Eroe non è una parola dal significato compatto, perché l’eroismo si declina in modi diversi a seconda della scrittura e del contesto narrativo. In cosa è eroe l'Anselmo di Luca Argentero?

Anselmo è eroe per la sua capacità di sentircisi e per il suo impulso di purezza verso il prossimo. È una persona che stabilisce che bisogna aiutare gli altri e che questo deve essere il centro della propria vita. Questo è l’elemento più eroico in assoluto.

Se la parola eroe meritava in una precisazione, altra espressione scivolosa è cinema di genere. In Italia si sta parlando di rinascita del cinema di genere, ma in un caso come il tuo bisogna parlare di generi: ci hai abituato a mescolare i toni, come in Ad Project o Nevermind. Non è facile ingabbiarti in una descrizione. 

Sì, è difficile perché sono amante dei generi ma non credo nelle regolette e nelle formule. Genere per me vuol dire la possibilità di andare oltre e di misurarsi con un racconto che ha degli effetti volontari: è l’atteggiamento di fare un film con la consapevolezza di quello che sarà l’impatto della storia. I generi sono espressioni potenzialmente limitanti, se interpretati male secondo poche norme aride. Il genere, piuttosto, ti dovrebbe invitare alla trascendenza delle regole. È quello che succede con gli horror o i thriller più interessanti: entrano in un certo mondo di regole, ma vanno ben oltre. Quando abbiamo visto Shining, eravamo abituati a luoghi bui, ragnatele e poca profondità di campo, invece nel film ci sono profondità di campo, tanta luce, grandi volumi, tutto visibile. Il genere ha bisogno degli autori, ha bisogno di visione. Quando un genere funziona è perché è curioso ed esplorativo: questa è la sua vera ricchezza, portarci strumenti creativi e nuove dimensioni del racconto. Personalmente amo la commistione di generi, quando s’incontrano ad esempio l’horror e la commedia nera, come in Raimi, ma anche la fantascienza con la commedia, o il grottesco con l’horror, Queste provocazioni dimostrano che gli schemi esistono per essere trascesi, ma ovviamente bisogna conoscerli per poterlo fare.

E che tu trasgredisca gli schemi del cinecomic, è attestato anche dall’affiorare di una “vaga” ironia sui nomi dei fumetti collezionati da Anselmo: penso a Cactus Man…

Chi da piccolo non voleva essere Cactus Man? (Ride) Supereroi tristi ed improbabili che appartengono ad un 1970 alternativo, nella nostra storia. È così: Copperman non è un cinecomic, è un film intimista. C’è l’archetipo del supereroe, ma il centro non è questo, bensì la possibilità creativa della mente di andare oltre gli ostacoli apparenti.

Si può praticamente affermare, come già in altri tuoi film, che il potere dell’immaginazione ha un effetto curativo rispetto ai traumi.

Certo, il centro del film è proprio questo. Attraverso questa capacità che hanno il corpo e la mente si possono lenire le nostre ferite e i nostri traumi, prenderne consapevolezza e guarire. Nel film c’è un doppio legame tra Anselmo e la bella di turno, Titti: l’uno riesce ad aiutare l’altro nella guarigione di una ferita dell’altro con una connessione intima molto semplice e fanciullesca ma anche molto diretta. Il film propone questo con molta delicatezza, ma di fatto è il suo aspetto fondante.

Può essere sgradevole, da parte mia, fare il cacciatore di influenze, ma parlare di cinema è la nostra passione. Uscendo dall’Italia, tra i riferimenti filmici è stato citato Il favoloso mondo di Amélie, quindi Jeunet…

…più Delicatessen, che amo molto. Uno dei riferimenti è in quel mondo. Ma anche nel cinema di Miyazaki…

Ecco, mi hai anticipato di un attimo. Cosa del sapore dell’universo di Miyazaki hai trasfuso in Copperman?

Pensa alla bambina: ha una sua dimensione, una fisicità, una carattere; o alla scenografia, ad un certo modo di vedere l’incidente e di amarlo che ha appunto Miyazaki: le automobili, l’architettura… Era un modo per centrare la temperatura emotiva della storia e fare una letteratura con molto sentimento ma non sentimentale, e Miyazaki è maestro in questo.

Questo mondo ha una sua topografia, o meglio: non ce l’ha. Come hai lavorato su scenografia e persino sulla neutralizzazione della dizione degli attori per ottenere una sorta di non-luogo, pur essendo poi la location ben identificabile, trattandosi di Spoleto? 

Appunto, il film si svolge in un non-luogo. Era nostra intenzione dire “da qualche parte accade questo, in un tempo non specificato”. Per questo non ci sono riferimenti troppo precisi sul periodo storico. Il presente non è poi così distante dal passato. Non vediamo nemmeno un telefonino! Non c’è niente che ci riporti ad una dimensione social, il clima è sospeso. Se l’avessi fatto dieci anni fa, avrebbe avuto lo stesso effetto. La dimensione della fiaba è quella dove vivono gli archetipi, dove ci sono i meccanismi basilari della nostra psiche. Spoleto è stata utilizzata per proprio con lo scopo di comporre uno spazio nuovo, favolesco, archetipico.

Una storia favolesca, meglio, fiabesca, per adulti e per bambini. Ma lo sguardo degli uni e degli altri resta diverso: cosa tendono a cogliere di Copperman rispettivamente i grandi ed i piccoli?

Secondo me non cambia tantissimo. Ho la sensazione che l’adulto percepisca di più l’elemento di superamento dei traumi. L’aspetto più adulto della storia è questo, mentre al bambino arriva tutta la parte del potere creativo e della potenza dell’immaginazione, ma in fondo questo vale anche per gli adulti stessi.

Sei più orgoglioso di aver raccontato la storia che volevi raccontare, o del risultato tecnico di aver saputo confezionare delle scene action d’inseguimento di assoluto livello nel panorama italiano attuale?

È stato un processo in cui i due aspetti erano coinvolti nello stesso modo ed erano legati. Non c’è stata scrittura parallela e separata: fino alla fine il film ha subito cambiamenti, il Copperman iniziale era più semplice e poi si è evoluto, sia col plot, sia visivamente.

A proposito di evoluzioni. Hai una notevole esperienza televisiva: basti pensare a Zodiaco o a Il bosco. Nel momento in cui ti sei messo dietro la macchina da presa per un lungo destinato al grande schermo quale Copperman, cos’hai portato nella tua valigetta degli attrezzi dall’esperienza televisiva?

L’esperienza televisiva è estremamente traumatica. Per fare delle cose belle in televisione devi spremerti ed arrivare ad un livello di stress psicofisico non indifferente. Io l’ho subito questo stress perché ho sempre cercato di fare cinema mentre facevo televisione e questa cosa mi ha portato dei benefici: per fare Copperman in passato ci avrei messo dodici settimane, oggi ce ne ho messe sei, perché in questi anni ho imparato a fare le cose in minor tempo. Girare un film e stare sul set è fondamentale per acquisire la rapidità e le idee chiare, oltre alla capacità di veicolare le tue suggestioni e tradurle in tecnica. Il mestiere del regista deve essere esercitato come si esercita la condizione fisica nel mestiere dell’atleta. Copperman aveva bisogno di tanto budget e mezzi in più per essere realizzato in modo comodo e canonico, ma io ero allenato.

 In un intervento di qualche anno fa al Future Film Festival dichiarasti che il conformismo era il male del cinema italiano. Secondo te, qual è la prossima mossa anticonformista? Cosa ci resta da sdoganare, da riprovare, da riscoprire?

Bisogna tenere duro, continuare ad esplorare. Quello che stanno facendo certi autori, non è tanto un atto di coraggio, quanto la capacità di realizzare il desiderio di fare i film che vorremmo vedere. Bisogna però conquistare la fiducia del pubblico. Gli ambiti di riscoperta possono essere tanti. Il pubblico è molto diffidente verso l’horror italiano, perché non sempre abbiamo visto buoni risultati quando ci sono state delle proposte, oppure perché proposte estremamente positive si erano perse per vie distributive non proprio adeguate alla situazione. Quello in cui eravamo forti noi era anche una certa commedia nera, acida, corrosiva, non consolatoria. Mi piacerebbe ci fosse surrealismo, anche in forma di commedia…

Tu sei stato in anticipo su questo, dai tempi di corti come Il pranzo onirico

In anticipo, ma anche molto in ritardo rispetto al passato remoto. Il nostro Paese ha avuto Fellini e Ferreri, per intenderci. Noi siamo tante cose, abbiamo tanto talento e tante facce, ma per troppo tempo ci siamo dedicati ad un mondo troppo auto-limitato. Si tratta semplicemente di recuperare un rapporto da spettatore coi propri film: cosa vorrei vedere? La sorpresa, l’incanto, il fantastico, quest’ultimo inteso anche come qualcosa che disturba e non consola. Sì, ho fatto cose di questo tipo, ma non per innovazione, quanto per natura, e continuo a farlo.

Classica domanda finale in cui il regista riguarda al proprio percorso a volo d’uccello. Dallo pseudo-eroe di Dorme al supereroe di Copperman, che direzione ha preso Eros Puglielli?

In realtà anche Copperman è un supereroe cialtrone, non realmente supereroistico. Copperman è il film meno urticante che ho fatto. Se si pensa a Nevermind, credo sia uno dei film più disturbanti, con elementi scomodi. Credo di essere semplicemente molto curioso e di essere diretto verso un’esplorazione che può andare dall’horror al film più surreale. Penso di aver consapevolizzato questo aspetto del genere in modo ancora più forte.

USCITA: 07 febbraio 2019
GENERE: Drammatico
REGISTA: Eros Puglielli
CAST: Luca Argentero, Galatea Ranzi, Fortunato Cerlino, Antonia Truppo, Gianluca Gobbi, Tommaso Ragno
PAESE: Italia
DURATA: 94'
DISTRIBUZIONE: Notorious Pictures


Antonio Maiorino

InfoOggi.it Il diritto di sapere