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Diagnosi errata e chemioterapia inutile: maxi risarcimento da 470 mila euro

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Diagnosi errata e chemioterapia inutile: maxi risarcimento da 470 mila euro
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Tumore inesistente, anni di cure invasive: la Corte d’Appello riconosce un grave errore sanitario

Una diagnosi oncologica sbagliata può cambiare radicalmente la vita di una persona. È quanto emerge dalla sentenza della Corte d’Appello di Firenze, che ha condannato l’Azienda ospedaliero-universitaria di Pisa (Aoup) a risarcire una paziente con oltre 470.000 euro per averla sottoposta, per anni, a chemioterapia e terapie antitumorali non necessarie, in assenza di un reale tumore.

La cifra riconosciuta è superiore a quella stabilita in primo grado dal Tribunale di Pisa (295.000 euro) e tiene conto di un danno permanente più grave, nonché dell’impatto profondo sulla vita personale e lavorativa della donna.

La vicenda: dagli esami pre-operatori alla diagnosi di tumore

Il caso ha origine nel 2006, quando la donna, allora quarantenne, si reca all’ospedale di Volterra per un intervento ortopedico. Durante gli esami di pre-ospedalizzazione emerge un’anomalia nella conta dei globuli bianchi, che porta al rinvio dell’operazione.

I referti vengono trasmessi all’Aoup di Pisa, dove, dopo una biopsia midollare e intestinale, viene formulata una diagnosi di linfoma non Hodgkin indolente di tipo MALT, a prevalente localizzazione intestinale.

Quattro anni di terapie antitumorali senza reale necessità

Sulla base di quella diagnosi, dal gennaio 2007 al maggio 2011, la paziente viene sottoposta a ripetuti cicli di chemioterapia, oltre a cortisone e steroidi, affrontando cure invasive, effetti collaterali e un forte impatto psicologico.

Solo anni dopo, una nuova biopsia effettuata a Genova smentisce completamente la precedente diagnosi, escludendo la presenza del tumore.

Il processo e la responsabilità sanitaria accertata

Fallito il tentativo di risoluzione stragiudiziale, la donna ricorre al tribunale civile di Pisa, chiamando in causa l’Aoup. L’azienda ospedaliera si difende sostenendo la complessità del quadro clinico e la presunta correttezza dell’iter terapeutico.

Tuttavia, la consulenza tecnica d’ufficio disposta dal tribunale stabilisce un punto fondamentale:

la diagnosi di linfoma non era supportata né dagli esami clinici, né dai sintomi riferiti dalla paziente, rendendo ingiustificato il ricorso a terapie oncologiche.

Invalidità al 60% e “personalizzazione del danno”

La Corte d’Appello di Firenze ha rivisto al rialzo la valutazione del danno, riconoscendo:

  • Invalidità permanente del 60%, contro il 40% stabilito in primo grado
  • La cosiddetta “personalizzazione del danno”, legata allo stravolgimento della vita quotidiana, relazionale e lavorativa

La donna, che lavorava come assicuratrice, è stata costretta a ridurre drasticamente l’attività professionale e, in un periodo, ha persino subito il ritiro della patente di guida, a testimonianza delle conseguenze profonde subite anche sul piano sociale.

Un caso emblematico di malasanità e tutela del paziente

Questa sentenza rappresenta un caso emblematico di responsabilità medica per diagnosi errata, ribadendo l’importanza di:

  • Accertamenti clinici rigorosi
  • Appropriatezza terapeutica
  • Centralità del diritto del paziente a cure proporzionate e basate su evidenze

Un errore diagnostico, soprattutto in ambito oncologico, può trasformarsi in un danno irreversibile, non solo fisico ma anche psicologico ed esistenziale. (Immagine archivio)


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