Hanna Arendt, filosofa controversa e libera

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BARI, 27 GENNAIO, 2012 - Mantenere in vita il ricordo e l’alienazione dell’individuo con...

BARI, 27 GENNAIO, 2012 - Mantenere in vita il ricordo e l’alienazione dell’individuo contingente alla tragedia che l’olocausto ha portato con sé, credo sia un obbligo sociale.
E’ possibile commemorare le innumerevoli vittime dei campi di concentramento attraverso la rievocazione di una pensatrice poliedrica e controversa della cultura 900esca.
“Apolide”, in questa maniera Hanna Arendt definiva se stessa: il suo profilo può essere delineato non senza prima aver compreso quanto essa stessa di sentisse testimone e partecipe delle tragedie del suo tempo.
Nata ad Hannover, di origine ebrea, studiò filosofia a Marburg, formandosi nel periodo della Germania weimariana, con personalità di spicco quali Heidegger e Karl Jasper.
Pur non identificandosi completamente con la cultura e la nazione di appartenenza, la sua vita fu fortemente influenzata dall’egida della paideia tedesca, nord-americana e ebraica.
Proprio in riferimento a quest’ultima è interessante notare come il 1963 sia una data fondamentale, la filosofa, infatti, denunciò con “La banalità del male” il male incarnato da Otto Adolf Eichmann: un funzionario di alto rango della Gestapo, per la precisione del Supremo servizio di sicurezza del Reich, responsabile della sezione “ferroviaria” dell’Olocausto.
Nella sua atroce normalità, il protagonista dinanzi al Tribunale di Gerusalemme, esprime l’ideologia più profonda e carnale del nazismo.
Il male, infatti, è sito nei singoli individui visti come grigi e atomizzati elementi della “società di massa” (Eichman giustifica il suo operato affermando di aver eseguito gli ordini), incapaci di partecipare alla vita civile: è qui giace la sua banalità.
Tale riflessione, presente anche nell’ottica di autori “nostrani” quali Carlo Emilio Gadda (come non ricordare Eros e Priapo), era già stata precedentemente elaborata ne: “Lo stato delle masse” di Lederer, poi approfondita dalla Arendt ne “Le Origini del totalitarismo” (1951).
Attraverso una lucida e cristallina disamina dell’arkè presente alla base dei regimi totalitari, la nostra filosofa osserva come proprio il “protagonismo delle masse” abbia condotto le società moderne alla formazione del totalitarismo.
I movimenti totalitari (dal nazismo al comunismo dell’Urss stalinista dopo gli anni ’30, entrambi diversi dalla democrazia per l'assenza di ogni salvaguardia delle libertà civili), infatti, trovano un terreno fecondo per il loro sviluppo nelle masse (che non bisogna confondere con le classi) poiché esse si spingono ad un’organizzazione politica pur non avendo una ideologia comune.
Grazie ad un’analisi svolta sul piano etico, la Arendt ha potuto far rivivere gli effluvi di quel meccanismo che ha trasformato gli uomini in cose: ‹‹ I lager servono, oltre che a sterminare e a degradare individui, a compiere l’orrendo esperimento di eliminare, in condizioni scientificamente controllate, la spontaneità stessa come espressione del comportamento umano e di trasformare l’uomo in oggetto, in qualcosa che neppure gli animali sono››.
Io credo, e spero, che in occasione della Giornata della memoria, ogni singolo individuo possa far tesoro di tale riflessione e non dimenticare un passato costituito e cementato su sbagli, stimolo per riflessioni socio politiche e morali.


Foto: www.treccani.it

Caterina Gatto

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