III edizione Roma Couture: Elio Guido presenta la sua prima collezione couture in Campidoglio
Nella prestigiosa Sala della Protomoteca in Campidoglio, la terza edizione di Roma Couture si trasforma in un varco. Qui “Forever”, la prima collezione couture di Elio Guido (stilista calabrese, classe 2001), non entra in scena: irrompe. Non chiede spazio: lo occupa. Non si offre allo sguardo: lo impone. La moda, in quell’istante, smette di essere superficie e diventa linguaggio vivo. Tessuti, perle, trasparenze e tagli non decorano il tempo: lo incrinano. “Forever” è un’urgenza che prende forma, un ossimoro cucito a mano. Lo stilista calabrese tenta di trattenere l’eterno nella precarietà di un abito. È una bellezza che non consola, ma insiste. Una ferita che non si chiude, e proprio per questo continua a brillare. Ogni tessuto diventa pelle, ogni ricamo memoria, ogni perla una lacrima che ha scelto di restare. E poi c’è l’anima. Profonda, inquieta, instabile. Nel cuore della collezione pulsa il dialogo con Luigi Pirandello, con la sua ossessione per l’identità che si sgretola, si moltiplica, si traveste. Come in "Uno, nessuno e centomila", la donna di Elio Guido non esiste al singolare: è poliedrica, contraddittoria, continuamente in fuga da una definizione. È presenza e assenza nello stesso istante. È tutte e nessuna insieme.
La passerella non si limita a mostrare abiti: mette in scena identità. Ogni creazione è una maschera che tenta, paradossalmente, di rivelare. Ma cosa resta quando la maschera cade? E soprattutto: esiste davvero un “volto” sotto di essa, o siamo fatti solo di stratificazioni? La sfilata si apre con un abito nero, ampio, attraversato da rose che sembrano cicatrici in fiore. Una presenza austera, che non concede leggerezza: incorona una regina senza regno. Un potere fragile, già destinato a disfarsi come i petali che lo compongono. Pizzi e ruches non seguono il corpo: lo agitano, come onde interiori. I corsetti non avvolgono soltanto la silhouette, ma le infinite identità che tentano di contenere. Le perle cadono come pioggia silenziosa, lacrime preziose su corpi che sembrano chiedere di essere riconosciuti, non solo guardati.
Le trasparenze abbandonano ogni ambiguità: non sono provocazione, sono confessione. Sono il coraggio di esporsi, di lasciare che la materia racconti ciò che la pelle tace. E quando l'immagine assume le sembianze di una sirena, quando il nero incontra l’oro con paillette, quando il tessuto si accende di riflessi cangianti, non è più estetica: è conflitto. Tra ciò che si è e ciò che si sceglie di apparire. Poi, la frattura. I pantaloni bianchi spezzano la narrazione classica e insinuano una domanda: chi decide cosa è femminile? Nell'intenso flusso cromatico dominato dal nero, un solo abito rosso, omaggio a Valentino Garavani, impreziosito da pietre su schiena e décolleté. Il rosso è una presenza che non concede distrazione. Non può essere ignorato, perché non appartiene al racconto: lo interrompe.
Il ritmo accelera, poi si spezza di nuovo. Lo stile charleston diventa nostalgia che danza sulla passerella, i cristalli tremano come ricordi, il nude si fa vulnerabilità estrema. Non c’è più difesa. Non c’è più maschera. Poi, il gran finale total white. Perle e pizzo si fondono in una figura che supera il corpo. Non è più solo donna: è archetipo in espansione. Le perle non si fermano alla superficie: travalicano i confini dell’abito, invadono i guanti, come se l’identità finalmente si liberasse. Una dea, sì. Ma non distante. Guanti, copricapo, gli accessori impreziosiscono la collezione.
Elio Guido chiarisce la propria visione: «Questa couture vuole riportare l’attenzione sulla donna: i capi da passerella restano spettacolari in quel contesto, ma devono anche essere desiderabili nella realtà. Un abito non deve mai svilire la fisicità femminile, deve valorizzarla. Per farlo, è fondamentale saper ascoltare le donne. Anche quando le trasparenze possono sembrare eccessive, sono i materiali e i ricami a esaltare la figura». Gli ideatori e organizzatori di Roma Couture, Antonio Falanga e Grazia Marino, sottolineano il percorso di crescita di Elio Guido: «Attraverso i suoi abiti emergono chiaramente la sua creatività e la sua personalità. La collezione si distingue per eleganza e cura sartoriale. Il nostro obiettivo è individuare e valorizzare nuovi talenti capaci di portare avanti la tradizione della moda italiana».
In “Forever”, la moda smette di parlare al posto della donna e la lascia esprimere. Anche quando la sua voce è scomoda. Anche quando infrange la superficie apparentemente perfetta dell’industria. La collezione diventa così uno specchio. Uno specchio pirandelliano in cui chi osserva — e la moda stessa — si confronta con ciò che è davvero: uno, nessuno, centomila. Per un istante, il tempo sembra fermarsi. Forever.
Denise Ubbriaco
Vuoi restare sempre aggiornato con le notizie più importanti?
Iscriviti ai nostri canali ufficiali:
Riceverai in tempo reale tutti gli aggiornamenti direttamente sul tuo smartphone.