Il bene mio, intervista a Pippo Mezzapesa: "Il mio Rubini, eremita atipico che cerca la comunità"

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Elia (Sergio Rubini) è l’ultima voce del paese di Provvidenza, spopolato dopo un sisma. E le voci...

Elia (Sergio Rubini) è l’ultima voce del paese di Provvidenza, spopolato dopo un sisma. E le voci le sente davvero: quella della moglie morta, ma anche quella – forse più realistica –  di una presenza femminile, Noor (Sonya Mellah), che si aggira nel paese fantasma, in fuga da un destino diverso eppure non distante dalla vicenda umana di Elia. Con lei e con sé stesso il protagonista dovrà dialogare per elaborare il dolore, mentre la comunità – che Elia vorrebbe ricompattare – è ripartita altrove. O ci sta provando.  Il bene mio di Pippo Mezzapesa, presentato alle Giornate degli Autori a Venezia prima di approdare in sala, impasta nel racconto la poesia ed il mistero, senza rinunciare all’eco dell’attualità ed alla profondità del reale: in linea, d’altronde, con un autore immaginativo ma anche avvezzo anche al documentario (Pinuccio Lovero – Yes I can, SettanTA, …) e all’impegno sociale (il Nastro d’Argento col corto La giornata). Con Mezzapesa proviamo ad acchiappare i fantasmi di un film di sfumature inafferrabili.


ANTONIO MAIORINO: Il bene mio è un film drammatico, ma non privo di spunti da commedia; un racconto realistico, ma incline a toni favoleschi. Se dovessi raccontarlo attraverso la chiave del paradosso, in che modo lo faresti? Come sa sorprenderci rovesciandosi continuamente nel proprio opposto?

Ti ringrazio per la domanda perché è proprio il paradosso a costituire la cifra della scrittura di questo film, nonché delle mie opere precedenti, sia cortometraggi che documentari. Per me il paradosso è presente in qualsiasi ambito, luogo o personaggio che ci circonda. Me ne avvalgo anche per raccontare i temi più drammatici: mi piace usare il contrasto ed il chiaroscuro. Ne Il bene mio, paradossale è lo scontro tra una comunità che scappa ed un resistente che rimane radicato a quelle strade senz’anima. Paradossale, inoltre, è il personaggio stesso di un eremita che non si abbandona, ma che anzi rifugge l’idea di morte e vorrebbe la gente intorno a sé, vorrebbe compagnia.

Citavi Elia, il protagonista interpretato da Sergio Rubini. Se è il fulcro della storia, lo è perché compie scelte diverse rispetto agli altri. Cosa lo distingue dalla comunità?

Forse si distingue nel comprendere che non si può prescindere dal fare i conti con il proprio dolore: non si può rimarginare una ferita senza confrontarsi con sé stessi. Non c’è però una grande differenza con gli altri. Questo è un film sull’elaborazione del dolore in generale ma che non prende delle posizioni su come sia meglio farlo. Cerca piuttosto di raccontare le diverse strade di elaborazione del dramma, spesso divergenti: c’è chi fugge, c’è chi rimane bloccato nell’elaborazione, ma l’importante è che per superare i disastri e tutto quello che distrugge la quotidianità, resti indispensabile l’idea di comunità, dello stare insieme e dell’amarsi. Ecco, questo è quanto probabilmente Elia capisce meglio degli altri.

Dalla diversità al contatto: cos’ha Elia in comune con Noor? A meno che questo punto di contatto non venga ancora una volta rovesciato nel paradosso…

Il paradosso è proprio alla base del loro incontro. Sono due personaggi reduci da forme diverse di scossa, di terremoto. Uno è molto intimo, come terremoto, mentre Noor scappa dal terremoto globale: in comune hanno il fatto di avere alle spalle il senso di distruzione, di morte, di cataclisma. Elia, che si è rifugiato nella completa staticità, si trova a dover accogliere, curare ed aiutare una donna che è l’emblema della mobilità ed il simbolo dei nostri tempi. Questo incontro mi sembra molto forte ed ancorato ai nostri tempi, nonché all’idea di superamento dei limiti.

Parlando di Elia, abbiamo compiuto una vera e propria ricognizione del film. Ma c’è da pensare che il personaggio si sia definito in parte in corso d’opera: dalla sceneggiatura con la storica collaboratrice Antonella Gaeta, all’apporto di Massimo De Angelis fino al confronto con lo stesso Sergio Rubini.

Sicuramente. È un personaggio che è nato su Rubini: c’è stato sin dal primo momento in cui ho deciso di girare un film sull’ultimo abitante di Provvidenza. Il personaggio ha sempre avuto le sue fattezze ed il suo modo di porsi. Riuscire ad avere lui come attore non è una cosa che capita spesso e devo ringraziare sia la produzione che Sergio, è stato un privilegio. Il lavoro è stato diretto a creare un personaggio non unidimensionale, quindi non l’eremita che si isola e fa il misantropo, bensì un personaggio solare e vivo. Nel confronto con Sergio, abbiamo deciso innanzitutto di ampliare l’aspetto della genuinità di Elia, presente in sceneggiatura, in altre parole il lato fanciullesco che crede ai fantasmi, che s’illude di sentire le voci: l’abbiamo  per certi versi avvicinato al ragazzino del Barone rampante. Poi, abbiamo cercato di restituirgli i tratti definiti in sceneggiatura con un lavoro fisico: quest’uomo doveva essere nervoso, allenato, visto che cerca di riparare il paese col lavoro materiale. Ci siamo confrontati, per esempio, sulla barba, su quanto dovesse essere trascurato: per quanto solitario, doveva vestire con abiti buoni, quelli comprati dalla moglie un tempo, e pur non facendosi la barba ogni giorno, non doveva lasciarsi andare. Sarebbe stato un controsenso: un uomo che cerca di aggiustare pezzi di memoria, ma che poi trascura sé stesso! Non avrebbe funzionato.

Il paese si chiama Provvidenza, il protagonista Elia. Che i nomi non siano casuali mi sembra scontato, ma voglio chiederti in particolare se siano frutto della strategia o dell’inconscio.

L’elemento dell’inconscio è sempre molto forte, soprattutto quando c’è un rapporto istintivo con la materia filmica, come nel mio caso. Ci siamo comunque interrogati sui nomi. Provvidenza piaceva molto ad Antonella, a me un po’ meno, ma poi mi ha affascinato il fatto che si chiamasse così un paese distrutto dal terremoto. Un ordine superiore che viene stravolto da una forza tellurica, proveniente dalla terra: questo è l’effetto. Il nome di Elia all’inizio era uno dei tanti, doveva essere solo “musicale”, nel senso che non ricercava significati. Mi suonava bene “Elia ultimo abitante di Provvidenza”, poi mi sono convinto del fatto che fosse il nome giusto quando l’ho associato al Profeta che non conobbe la morte ma che ascese in Cielo su di un carro di fuoco. Alla fine, non sai più quanto sia stato inconscio o dettato dalla ricerca.

E la scelta del titolo? Altro frangente delicato.

È difficile condensare il film in un titolo. Ne abbiamo cambiati diversi. I primi erano piuttosto classici e forse privi di fantasia come Il paese fantasma, poi sono venuti titoli “lisergici” come La voce del mammuth. Ad un certo punto, avevo pensato a Quel poco che rimane, ma quando ho visto stampato il titolo sulla sceneggiatura col mio nome accanto, mi è sembrato un pessimo connubio. A Il bene mio siamo arrivati perché conoscevo la canzone di Matteo Salvatore e l’ho ascoltata nella versione di Vinicio Capossela, con un grande arrangiamento, mentre scendevo verso la Puglia da Roma. È una canzone che parla di un amore clandestino e notturno tra due ragazzi: un’idea romantica, ed ancora una volta un paradosso, perché applicata ad una storia di amore spezzato, quella di Elia verso sua moglie ma anche verso il proprio paese.

Se si fosse chiamato Il paese fantasma, sarebbe stato il tuo secondo lungometraggio con la parola “paese” nel titolo dopo Il paese delle spose infelici. Ecco, in quel film già si avvertiva un clima di serra, una forte caratterizzazione dell’ambiente; con Il bene mio, ancor di più: oserei dire che il paese preesiste ai propri personaggi. Come agli scelto la location di Apice in Campania e come l’hai fatta parlare – meglio, sussurrare?

È la stessa questione del titolo: quando si scrive una sceneggiatura si vive, ci si muove, si respira, ci s’immagina un luogo che in fondo non esiste, tra piazze e strade che non potresti trovare mai. Quando allora ricerchi i luoghi in cui girare il film, la questione è complessa, ancor di più per me che do un grande peso ai luoghi. I personaggi sono riflesso dei luoghi che abitano, che vivono, in cui si muovono. Ho visitato tutti i paesi abbandonati da Roma in giù, soprattutto lungo la dorsale appenninica. Ce ne sono molti in Campania, ma anche in Basilicata, Calabria, Sicilia. Ad Apice, nel Beneventano, ho avvertito le stesse sensazioni magiche di quando ho scritto la sceneggiatura. Sono poi stato suggestionato dal fatto che Apice ha avuto una sorte identica a quella del paese raccontato ne Il bene mio: un paese spopolato (anche) per il terremoto, circondato da una recinzione e reso inagibile, ma con la comunità che si è spostata altrove. C’erano ovviamente tutte le difficoltà del caso: portare la troupe in un paese abbandonato non è agevole, ma lì ti accorgi che anche un paese fantasma ha mille voci, rumori del silenzio e voci immaginarie. Se chiudi gli occhi, emerge l’eco del passato, senti la città a valle, c’è la realtà ed il vuoto allo stesso tempo. Un senso di vita distante.

Nel film si allude anche all'iniziativa del sindaco che vuole costruire un muro. Cosa rappresenta a livello simbolico il muro e come si interlaccia al tema della memoria?

Il muro è il limite dell’invalicabilità. Ha lo stesso valore della pietra tombale che viene messa su quello che resta di una vita e di una comunità. È qualcosa che tiene lontano, che serve a non guardare, a non porsi il problema del confine. È vicino all’idea di dimenticanza e di rimozione. Elia non vuole muri né pietre tombali, è convinto che l’apertura significhi non perdere la memoria. La memoria lo aiuta a non avere paura dell’altro e quindi a non avere bisogno di confini, perseguendo così l’obiettivo di affrontare la vita in comunità: non solo quella del paesino, bensì in senso allargato, globale.

Hai girato documentari e film di fiction, cortometraggi e lungometraggi, ma si percepisce che al di là di formati e generi l'aspetto più significativo sia quello di avere una s toria da raccontare. Quale storia in questo momento ti affascina al punto da volerne fare, prima o poi, un'opera cinematografica?

Domanda difficile. (Esita in silenzio, n.d.R.) Mi piace partire dalla storia nel senso che mi piacciono i personaggi. Mi muovo insieme al personaggio per raccontare una storia. In questo momento ho qualcosa in mente da raccontare, ma non so come risponderti perché sono molto scaramantico e quando mi proietto verso il futuro sono piuttosto restio. Ti posso comunque dire storie e personaggi confluiscono in atmosfere, impostano il tono di un racconto: su questo io ed i miei sceneggiatori ci interroghiamo quando ci orientiamo su un progetto. Quando lo fai, poi ci devi convivere per mesi, se non anni: all’inizio di un percorso devi essere molto convinto e devi studiarlo con attenzione.

USCITA: 4 ottobre 2018
GENERE: Drammatico
REGISTA: Pippo Mezzapesa
CAST: Sergio Rubini, Sonya Mellah, Dino Abbrescia, Francesco De Vito, Michele Sinisi, Teresa Saponangelo, Caterina Valente
PAESE: Italia
DURATA: 95 Min
DISTRIBUZIONE: Altre Storie


(IMMAGINI: in alto, fotogramma da Il bene mio con Sergio Rubini; all'interno, prima foto: Sergio Rubini e Pippo Mezzapesa sul set; seconda foto: Sergio Rubini in una scena del film. Fonte: Ufficio Stampa MadeInCom)


Antonio Maiorino

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