“L’umanità contro le mafie: l’eredità di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nell’antimafia penitenziaria”. Il Garante Russo, il futuro: tra metodo ed etica.
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non sono stati soltanto due straordinari magistrati dello Stato. Sono stati, e continuano ad essere, una visione morale del nostro Stato di diritto. Una concezione alta delle istituzioni fondata sul coraggio, sul metodo, sul sacrificio e soprattutto sull’umanità.
Falcone comprese prima di molti altri che la mafia non fosse soltanto un’organizzazione criminale armata, ma un sistema culturale capace di insinuarsi nelle coscienze, nelle relazioni sociali e politiche, nei silenzi, nelle paure e persino nelle abitudini quotidiane. Per questo la sua sfida alla criminalità organizzata non fu mai esclusivamente repressiva. Fu una sfida culturale, etica e istituzionale. Una sfida per cambiare la società.
Nella qualità di Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale e Coordinatore nazionale del Forum dei Garanti regionali, ritengo che oggi il pensiero di Falcone e Borsellino debba trovare nuova forza nuova ed etica anche dentro il sistema penitenziario. È qui che si gioca una delle partite più delicate dello Stato democratico.
L’antimafia penitenziaria non è uno slogan. È una responsabilità istituzionale. Significa comprendere che il contrasto alle mafie non può fermarsi all’arresto o alla condanna definitiva, ma deve entrare nei luoghi della detenzione per impedire che le logiche criminali continuino ad esercitare potere, pressione, controllo e reclutamento.
Falcone ci ha insegnato il valore del metodo. Borsellino ci ha insegnato il valore della testimonianza morale. Entrambi ci hanno lasciato una lezione ancora attualissima: la mafia teme più delle armi la cultura delle istituzioni sane, credibili e autorevoli.
Per questo è fondamentale costruire anche un nuovo welfare penitenziario fondato su sicurezza, legalità, dignità umana e reale rieducazione. Non vi può essere vera sicurezza senza percorsi di recupero autentici. E non può esservi recupero autentico senza un sistema capace di liberare le persone dalla subcultura mafiosa, dalla dipendenza criminale e da quelle dinamiche di potere che continuano a condizionare vite e territori anche dall’interno delle carceri.
Oggi parlare di antimafia penitenziaria significa allora promuovere formazione etica del personale, tutela dei detenuti vulnerabili, prevenzione delle pressioni criminali intramurarie, valorizzazione del lavoro, della cultura e dell’istruzione come strumenti di libertà. Significa creare reti tra istituzioni, magistratura, amministrazione penitenziaria, scuola, università, sanità e società civile.
Giovanni Falcone non arretrò mai davanti alla solitudine istituzionale. Paolo Borsellino continuò a servire lo Stato anche quando comprese il rischio mortale che incombeva su di lui. In loro viveva un’idea altissima del dovere pubblico: quella di uomini che non hanno mai piegato la schiena davanti alla convenienza, al compromesso o alla paura. Oggi abbiamo il dovere morale di raccogliere quella eredità non soltanto nelle commemorazioni, ma nelle scelte quotidiane delle istituzioni.
La Calabria, terra straordinaria ma troppo spesso ferita da sistemi criminali e distorsioni ndranghetistiche di potere, ha bisogno di un’antimafia concreta, rigorosa, credibile. Un’antimafia che non si limiti alla narrazione, ma che costruisca strumenti reali di prevenzione, educazione e liberazione sociale. Falcone diceva che “la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”. Quella fine dipenderà dalla capacità delle istituzioni e della società civile di restare umane, unite e libere. Dipenderà dalla capacità di non piegarsi. Dipenderà dal coraggio di continuare a credere che la giustizia, la dignità e la legalità possano ancora cambiare il destino dei nostri territori iniziando da settori strategici quali la sanità e il lavoro ha concluso l’avv. Russo.
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