La Gatta Cenerentola: la vera fiaba in scena a Roma

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Intervista al regista Stefano Maria Palmitessa ROMA 26 GENNAIO - Pensate se Cenerentola in rea...

Intervista al regista Stefano Maria Palmitessa


ROMA 26 GENNAIO - Pensate se Cenerentola in realtà si chiamasse Zezzolla, se al posto della zucca vi fosse un dattolo e se la giovane ragazza si macchiasse di un omicidio. In pochi sanno che la vera storia di Cenerentola non è quella rappresentata nel cartone animato Disney, bensì quella della fiaba La Gatta Cenerentola, di Giambattista Basile, tratta da Lo cunto de li cunti del 1634. Il compito di riportarla in vita è affidato al regista Stefano Maria Palmitessa e alla sua compagnia Paltò Sbiancato formata dagli attori Alfonso Di Vito, Elisabetta Giacobbe, Alessandro Laureti, Massimiliano Calabrese, Mary Fotia, Viola Creti, Sergio Dolzi, Filippo di Lorenzo, Imma D’Orsi, Francesca Bertocchini, che si esibiranno al Teatro Le Salette di Roma, dal 5 al 17 febbraio.

Stefano, come mai la decisione di rappresentare la Gatta Cenerentola?

La Gatta Cenerentola è una sintesi perfetta di due mie passioni. Sono, infatti, molto attratto dalle opere di fantasia piuttosto che dalla riproduzione della realtà sulla scena e sono anche un grande appassionato di tutto ciò che riguarda l’epoca del 1600, periodo in cui visse Giambattista Basile.

Nel video promozionale vediamo i protagonisti, Cenerentola e il suo patrigno, che hanno sul volto raffigurate delle maschere. Come mai la scelta di far indossare agli attori delle maschere?

Ti dirò di più: non solo gli attori hanno un trucco che riproduce una maschera, ma hanno anche un’altra maschera sul trucco. Come diceva Oscar Wilde “Datemi una maschera e vi dirò la verità”: la maschera che sembra un elemento di copertura è in realtà un elemento che facilita la possibilità di dire il vero. Un simbolo potente che noi attori abbiamo assunto come strumento per dare mille volti espressivi a un personaggio ma anche per raccontare un momento di verità. Ho affidato il make-up per questo compito così impegnativo all’Accademia di Trucco Professionale.

L’opera originale è ambientata a Napoli, i tuoi attori parleranno in dialetto?

La Gatta Cenerentola è uno spettacolo che debutta a Roma e non nella città partenopea. Io mi sono posto il problema del linguaggio perché volevo renderlo il più comprensibile possibile, per cui ho deciso di facilitare la comprensione passando dal napoletano all’italiano e viceversa. Questa scelta è stata fatta anche per diversificare il suono. Per me, infatti, il suono è estremamente importante: il significante talvolta deve avere il sopravvento sul significato. La stesura del copione è stata opera dei drammaturghi Francesca Barreca e Natale Barreca: a completare il quadro si aggiungono alla prosa parti cantate dal vivo, con la musica originale di Valerio Gallo Curcio, nonché le danze dal vivo di Mara Palmitessa.

Qual è stata la sfida maggiore nella preparazione dello spettacolo?

La sfida maggiore è quella che mi sono imposto io: gli attori saranno visibili dal petto in su. In realtà questa limitazione può e deve essere vista anche come una possibilità infinita di espressioni. Infatti, facendo vedere gli attori solo dal petto in su, tutte le volte che voglio far entrare un attore invece di usare le solite quinte o altri ingressi tradizionali posso avvalermi d’ingressi a sorpresa che richiamano il teatro delle marionette. Una sfida che non deve quindi essere letta come un limite ma come un grande aiuto.

Quale messaggio si vuole lasciare al pubblico?

Come diceva Heiner Müller, il palcoscenico va difeso dalla realtà e bisogna fare in modo che la realtà non penetri nel teatro. A differenza del messaggio che è stato dato in seguito a questa favola, soprattutto con il cartone animato Disney, l’opera originale non aveva per nulla uno sfondo zuccheroso, ma, come tutte le opere del tempo, era stata creata per far ridere i sovrani dell’epoca e le loro corti. Le fiabe di allora erano piene di riferimenti sessuali, di rappresentazioni della società civile e di metafore. Non erano favolette riadattate per fini commerciali, non vi era una banalizzazione del messaggio. Ne La Gatta Cenerentola con la scarpetta si fa riferimento all’organo femminile, alla ragazza che si sarebbe sacrificata per il ricco giovincello perdendo la sua verginità. Io non ho voluto però comunicare l’idea della donna che si accasa e si sottomette alle scelte del marito ma, servendomi di un finale a sorpresa che mantengo segreto, Cenerentola riuscirà a fuggire dalle mani del principe ricco che l’ha sposata e si riapproprierà della sua femminilità tornando alla sua natura individuale. E per una volta solo lei visse felice e contenta.

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