La passione determina la fuga

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28 FEBBRAIO 2011 - Mentre attendiamo l’arrivo di 300mila profughi dal Maghreb, un altro flusso...

28 FEBBRAIO 2011 - Mentre attendiamo l’arrivo di 300mila profughi dal Maghreb, un altro flusso migratorio prosegue: è quello degli italiani in cerca di fortuna all’estero.  Se guardiamo indietro nella storia non ci risulta difficile notare come l’Italia sia spesso stata soggetta a fenomeni di emigrazione. Pensiamo agli effetti della crisi agraria degli anni ottanta dell’Ottocento che portò poco dopo l’unità d’Italia all’esodo di migliaia di persone verso terre lontane. Le due guerre mondiali e il fascismo limitarono in parte il fenomeno, che però riprese nel dopoguerra. Gli anni 60 videro infatti la partenza di quasi quattro milioni di persone verso le aree industrializzate dell’Europa settentrionale e dell’ America. 

Oggi si assiste ancora all’ennesima fuga di italiani. Questa volta però diversa dalle precedenti. Ad essere cambiato è lo status degli emigranti: si tratta per la maggior parte di tecnici specializzati e brillanti laureati. È la “fuga dei cervelli” la nuova piaga del nostro paese.
In genere, sono giovani che riescono a valorizzare altrove quel sapere che hanno maturato in Italia e che contribuiscono e contribuiranno allo sviluppo della tecnologia e quindi dell’economia dei paesi ospitanti privando la propria patria di un importante motivo di crescita.
Si tratta più che altro, di una scelta morale: un ricercatore che decide di andare via dall’Italia, lo fa spesso con uno spirito diverso da chi sceglie di emigrare per lavorare in altri campi come un manager, un ristoratore, un operaio. Per un ricercatore “partenza” non è solo sinonimo di migliori condizioni economiche, ma di una possibile realizzazione di un obiettivo che nel suo paese di origine non gli sarebbe mai possibile portare a termine. E’ il sogno, la passione che lo spinge ad emigrare.

Ciò che manca all’Italia, e che invece sta maturando negli altri paesi, è la capacità istituzionale di guardare lontano e di allargare la propria visuale. Eppure è questa l’unica soluzione che abbiamo per poter sperare di sconfiggere la crisi che sta affliggendo la nostra nazione. E l’hanno capito Germania, Svizzera, Francia e non solo. Negli ultimi anni l’Europa ha iniziato seriamente a puntare su una politica aperta alla ricerca. Bisogna investire e incentivare scambi culturali produttivi. E’ giusto andare, partire, accrescere la propria conoscenza confrontandola con quella delle altre nazioni, ma in Italia si tratta di ricercatori che acquistano un biglietto di sola andata. Dunque i nostri scienziati vengono regalati gratuitamente senza ricevere nulla in cambio.
E’ anche vero che gli italiani, pur avendo meno soldi e quindi meno possibilità di utilizzare nuovi macchinari, producono molto più dei loro colleghi: addirittura il doppio di francesi e tedeschi. “Se confronto gli studenti italiani con quelli che vedevo a Oxford o al Mir, ne trovo tanti che hanno un tipo di talento e una certa ardente passione che altrove è molto meno comune” afferma il fisico, ricercatore alla Sapienza di Roma, Giovanni Amelino-Camelia.

La passione dunque, il segreto della ricerca italiana, e la passione, il motivo della fuga all’estero per inseguire un sogno.
La classe dirigente italiana prima o poi dovrà imparare ad allontanarsi da una visione chiusa e antiquata dell’economia, puntare sulle nuove sperimentazioni come punto di forza per un nuovo sviluppo, capire che questa sarà l’unica strada di crescita e di rinascita verso il benessere. Per far ciò sarà necessario investire e far si che migliori condizioni di lavoro possano togliere quel freno a mano che oggi porta migliaia di giovani talenti ad emigrare all’estero.

Roberta Lamaddalena

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