Lavoro e salute. Un Primo Maggio contro il ricatto

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ROMA, 1 MAGGIO 2013 - «Si dice che i diritti costano. E' vero. Ma costano molto di più ...

ROMA, 1 MAGGIO 2013 - «Si dice che i diritti costano. E' vero. Ma costano molto di più quando non vengono rispettati». La frase, un principio evidente a chiunque sia convinto che i diritti umani non siano barattabili né monetizzabili, è stata pronunciata pochi giorni fa dal giurista Stefano Rodotà, ospite domenica 28 aprile della trasmissione Che tempo che fa. Il concetto ha certamente validità generale, ma risulta ancora più significativo, soprattutto se riletto oggi in occasione della festa del lavoro e dei lavoratori, se si considera che Rodotà nel pronunciare quella frase si riferiva ad un caso specifico, quello di Taranto, emblema di come i cittadini, lavoratori e non, siano stati costretti a porre in conflitto due diritti fondamentali, il diritto alla salute e il diritto al lavoro, dovendo scegliere tra uno di essi. «Se si fossero rispettati dall'inizio i due diritti che lì sembrano in conflitto, il diritto alla salute e il diritto al lavoro – ha sottolineato il giurista – oggi non ci ritroveremmo di fronte a questa situazione».

Proprio a Taranto, città diventata suo malgrado simbolo del peggiore dei ricatti, la scelta coatta tra salvaguardia della salute e conservazione del proprio posto di lavoro, ricatto al quale non sono sottoposti solo i lavoratori dell'acciaieria, ma tutti i cittadini, il comitato “Cittadini e lavoratori liberi e pensanti” ha organizzato per oggi una grande festa con dibattiti e concerti presso il Parco Archeologico delle Mura Greche. Per tutta la giornata, intitolata significativamente “1 maggio di lotta. Sì ai diritti, no ai ricatti”, si discuterà di quali sono le strade per uscire da ciò che appare come un conflitto irrimediabile, quello tra salute e lavoro, e che altro non è se non un ricatto, perpetuato ai danni di tutta la cittadinanza tarantina, lavoratori dell'Ilva in testa. Il ricatto a Taranto è particolarmente evidente, così com'è evidente che ogni tentativo di superare il presunto conflitto facendo prevalere l'uno o l'altro dei diritti, non è altro che una tutela nei confronti dell'artefice di quel ricatto, la proprietà dell'acciaieria.

Taranto è certamente il simbolo più evidente di questo ricatto, sebbene non sia l'unico caso in cui il diritto al lavoro, nobile quanto disatteso paradigma sul quale si basa la nostra Repubblica, non si accompagna al rispetto di un altro tra i diritti fondamentali dell'individuo, il diritto alla salute. Basti considerare le cifre riportate annualmente dall'Inail in merito alle cosiddette “malattie professionali”, cioè quelle patologie la cui causa è direttamente legata all'attività lavorativa che si svolge. Secondo l'ultimo rapporto ufficiale – pubblicato nel 2012 ma riferito all'anno precedente – nel 2011 si sono avute oltre 45 mila nuove denunce di malattie professionali (precisamente 46.558) e sono stati oltre 300 i decessi dovuti a malattie contratte a causa del lavoro. I casi di malattie professionali sono i più vari, dalle patologie osteo-articolari alle tendiniti, dalle malattie respiratorie a quelle cutanee, fino alle malattie di natura psichica.

Com'è facilmente intuibile, la prima causa di morte tra i lavoratori sono i tumori professionali, la cui causa primaria, cioè, è legata direttamente all'attività lavorativa. Ogni anno sono circa 2000 i casi di tumore professionale riconosciuti dall'Inail, ma lo stesso ente sottolinea come si tratti di cifre sottostimate, sia perché è spesso difficile riconoscere il nesso causale diretto tra malattia e attività lavorativa, sia perché la gran parte di queste malattie ha un periodo di latenza molto elevato (si pensi, ad esempio, a tutte le patologie legate all'esposizione all'amianto, per le quali si ritiene che il picco di mortalità si avrà nel 2025, nonostante ogni attività legata alla produzione o all'utilizzo di tale materiale sia stata bandita ormai da oltre vent'anni).

Si tratta, com'è ovvio, di cifre riferite esclusivamente ai lavoratori, la cui attività professionale è ritenuta la causa primaria dell'insorgenza di patologie gravi e meno gravi. Ciò che le cifre dell'Inail non considerano, né potrebbero farlo, è l'incidenza che alcuni processi produttivi hanno non solo sulla salute di chi partecipa a quei processi, ma anche di chi vi è estraneo. È il caso, ad esempio, di tutte quelle attività industriali altamente inquinanti – tra le quali la stessa acciaieria di Taranto – che hanno un forte impatto sul territorio e sulla salute dei cittadini tutti.

Il caso di Taranto è ovviamente emblematico, ma non è certo l'unico in Italia per il quale l'installazione di un'attività industriale altamente inquinante abbia minacciato il diritto alla salute sia dei lavoratori che degli altri cittadini. Un recente studio effettuato dall'Istituto Superiore della Sanità – Studio Epidemiologico Nazionale dei territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio di Inquinamento (SENTIERI) – ha dimostrato scientificamente ciò che è evidente a chiunque: nelle zone interessate da attività industriali inquinanti ci si ammala di più di determinate patologie e si muore di più. Lo studio Sentieri - compiuto su 44 Siti di Interesse Nazionale (SIN), cioè aree nelle quali si rileva l'urgenza di effettuare bonifiche a causa della presenza di realtà industriali e non ad alto impatto, sia attive che dismesse – ha evidenziato come all'interno dei Sin considerati vi sia stato nel periodo tra il 1995 e il 2002 un numero di morti per determinate malattie mediamente più alto rispetto a quanto ci si sarebbe atteso. A Taranto – uno tra i 44 casi analizzati dallo studio Sentieri – vi è un eccesso di mortalità per tumore al polmone, per tumore alla pleura, per malattie respiratorie acute, per malattie dell'apparato digerente e del sistema cardio-circolatorio.

L'alto impatto dell'Ilva sulla salute dei lavoratori e dei cittadini di Taranto è riconosciuto da tutti, per lo meno a parole. Ciò che invece si stenta a riconoscere è che il ricatto cui tutti i cittadini, lavoratori per primi, sono stati sottoposti, quello che li ha costretti a dover scegliere tra diritto alla salute e diritto al lavoro, non è un ricatto inevitabile. Dopo l'apertura delle indagini della magistratura, il successivo sequestro di una parte della fabbrica e la decisione del governo di emanare un decreto volto in sostanza a bloccare la decisione dei giudici, il ricatto è emerso ancor più in tutta la sua evidenza, ed è un ricatto fatto sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini, nell'esclusivo interesse del profitto dei proprietari dell'azienda.

Ogni volta che i lavoratori vengono messi in condizione di dover scegliere tra due diritti, il diritto alla salute e il diritto al lavoro; ogni volta che i cittadini vengono messi in condizione di dover scegliere tra il diritto di avere posti di lavoro nella propria città e il diritto a vivere in salute nella stessa città; ogni volta che i lavoratori vengono obbligati a porsi in conflitto con il resto dei loro concittadini; ogni volta che accade tutto ciò, a Taranto così come in tutte le “altre Taranto d'Italia”, deve essere chiaro che chi pone lavoratori e cittadini in tali condizioni non lo fa a tutela dei diritti umani fondamentali, né a tutela del diritto al lavoro, né a tutela del diritto alla salute, ma esclusivamente in nome e a tutela di un interesse privato, il profitto. L'auspicio è che questo primo maggio, festa di tutti i lavoratori, serva a ricordarcelo.

Serena Casu

(in foto: Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il Quarto Stato)

 

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