Pregiudizio: un giudizio su cui riflettere

Scarica in PDF
Ricevi gli aggiornamenti direttamente sul tuo MESSENGER!
CATANZARO, 02 NOVEMBRE - Pregiudizio, termine nato nell'antica Roma, è composto nella sua etim...

CATANZARO, 02 NOVEMBRE - Pregiudizio, termine nato nell'antica Roma, è composto nella sua etimologia di derivazione latina praeiudicium, da pre, prefisso atto ad intendere un prima di qualcosa e giudizio, la capacità individuale di definire, valutare, attribuire un oggetto ad una categoria, soggettiva o oggettiva, generata dal rapporto di due concetti. Il giudizio indica l’attività logica del giudice, il quale attraverso la presa di conoscenza e coscienza dei fatti, decide il verdetto finale, attraverso l’applicazione delle norme associate al caso, all'evento; il pregiudizio, l’atto preventivo per evitare un giudizio successivo. Giudizio e pregiudizio, sono quindi termini identificativi, nel loro significato più stretto, di un atto giurisprudenziale, in seno all'uomo. Quindi giurisprudenza (insieme dei principi deducibili dalle decisioni, dalle azioni e dalle interpretazioni delle leggi vigenti, rese dagli organi giurisdizionali), fatti, giudice. 

Passando da un contesto specifico ad uno più ampio, come il sociale e sostituendo alla giurisprudenza le leggi del sociale non prettamente giuridiche ma culturali e del pensare comune e al giudice i vari soggetti spettatori o attori attivi o passivi in un evento e contesto, capiamo facilmente come tale atto è umano (tralascio inclusioni del resto della fauna terrestre) e quindi quotidiano. Perché atto mentale? Perché per giudicare e quindi pregiudicare, è necessario l’intervento seriale e parallelo, di più funzioni mentali e psicologiche. L’atto del giudizio prevede un atto di ragionamento, per cui la capacità di giungere ad un risultato, soggettivo od oggettivo, partendo da alcune ipotesi, attraverso una serie di mete, un percorso più o meno lungo. Conosciamo: un ragionamento di tipo deduttivo, in cui si arriva alla conclusione abbastanza certa a partire dalla derivazione di due o più ipotesi di partenza, di premesse; un ragionamento di tipo induttivo, in cui la conclusione, data in forma di attribuzione di un valore, è generata a partire da caratteristiche generali, quindi per similitudine con altro, per cui nulla di certo ma presumibilmente corretto. Il processo di ragionamento è sicuramente soggettivo, cambia da persona a persona, ma come in ogni processo umano, in più logico, entrano in campo delle variabili oggettive, comuni: ognuno per lo stesso problema può considerare premesse differenti, valide per sé o per molti, giungendo a conclusioni simili, uguali o differenti. Successivo al ragionamento vi è la presa di decisione, che determina il comportamento successivo, considerando utilità e probabilità. Il processo di ragionamento può essere rigido, ovvero che segue le istruzioni, utilizza regole già definite e codificate o creativo, libero da vincoli o comunque legato a pochi, profondamente influenzato dal mondo interiore e capace di destrutturare il problema e le variabili e ricostruirlo in funzione di una soluzione più pratica, veloce, utile, funzionale ecc. Come scegliamo cosa è più pratico, funzionale, utile? Attraverso il confronto del problema odierno con le esperienze passate, in modo da trovare la soluzione in tempi ristretti, quindi richiedendo l’intervento della memoria e dell’attenzione alloggi e al prima, per esempio. Ma ogni informazione memorizzata porta con sé, oltre che le informazioni logiche, anche quelle emotive, affettive e motivazionali associate. Per cui dietro ad un ragionamento, ad un processo logico, alle componenti prettamente cognitive, vi sono da considerare quelle affettive ed emotive. 

Riassumendo e immaginando una situazione in cui tutto è nuovo, in cui non abbiamo pregressi ai quali aggrapparci, il pregiudizio quindi si forma: partendo da un’attenzione e analisi della situazione, dei fatti, delle variabili, dei soggetti, delle relazioni, del nostro mondo interiore e di quello altrui, delle emozioni, affetti e motivazioni, giungendo ad un giudizio, una definizione, un valore associato, memorizzando il tutto per poi riprenderlo, all'occorrenza, comunque modificato ne e dal tempo, al fine di risolvere il problema più velocemente o di anticipare possibili conseguenze, applicandone il risultato. In questi termini, il valore qualitativo può essere positivo o negativo in base alle conseguenze.

Comunemente, come anche in psicologia sociale, branca della psicologia che si occupa di studiare l’influenza esercitata dalla società sull'individuo, il pregiudizio è definito come un atteggiamento ostile o negativo nei confronti di un gruppo, in quanto facenti parte. Un gruppo è l’insieme di persone associate e accomunate da specifiche caratteristiche fisiche e/o psicologiche. A tal proposito, il razzismo è un pregiudizio sociale legato alle differenze fisiche e/o culturali di una popolazione, rispetto all'altra. Per esempio: se io appartenente al gruppo dei bianchi, mi giudico il migliore a partire da premesse specifiche di civiltà e benessere legate alla cultura di appartenenza e alle sue norme, catalogandole e associandole al colore della pelle, giudico a confronto, un nero come cavernicolo, come disprezzabile, in quanto appartenente ad un gruppo caratterizzato da quel colore di pelle che presenta una cultura e una normativa rispetto alle stesse specifiche, carente o indietro nella linea del progresso considerato. Il pregiudizio, appare così, come un atto onnipotente, giustificante sentimenti di disprezzo, disgusto e comportamenti violenti e discriminanti. 

Oggigiorno, nella politica nazionale come internazionale, questo tipo di pregiudizio è pienamente estroverso, soprattutto el tema dell’immigrazione e della sessualità e genere sessuale.  La storia insegna come in ogni epoca vi siano stati grandi battagli atte ad abbattere i pregiudizi sociale, che limitavano la libertà ai gruppi discriminati. Ogni rivoluzione è nata da un’oppressione, ogni oppressione era retta da un giudizio e da un pregiudizio, da una tirannia. La donna da tempo immemore è rilegata in un gruppo di inferiorità rispetto all'uomo, sorretto da pregiudizi e giudizi di genere: le suffragette per esempio, gruppo con principi e valori femministi, dai primi del novecento, lottarono per far riconoscere il diritto di voto alle donne. 

Per cui, anche il pregiudizio negativo è un atto umano e quindi accettabile nell'insieme della sua natura, ma non per questo non deve essere compreso e superato. Attribuire valore allumano in base alla sua conformazione fisica (vedi frenologia) e alle sue caratteristiche, come il colore e all'organizzazione della cultura e delle strategie di sopravvivenza, è un qualcosa che ha bisogno di essere superato. Il progresso non è di una cultura, non è di un paese ma è di tutti, in maniera differente in base al modo comune sociale di vederne la vita e la sua direzione, indi oggettivo per il determinato gruppo, quanto soggettivo per l’individuo. Per esempio, gli aborigeni dell’Australia, pur mantenendo un livello di progresso economico e tecnologico nullo, hanno rispetto a noi occidentali maggiore maturazione degli schemi mentali e quindi delle funzioni cognitive legate alle componendi visuo-spaziali, organizzative sociale indi relazionali e spirituali. Perché? Perché, minimizzando, vivono senza o quasi nulla di concreto, creano complesse mappe mentali che li permettono di viaggiare nel deserto, paesaggi con pochi indizi costanti: imparano a leggere la natura, il tempo e il clima, le stelle, usano il vento, la pioggia, la terra e il fuoco per calibrare l’avanzata, per sapere quando riposare e come ripararsi, cosa mangiare e quando farlo. A differenza loro, noi sempre più pigri e comodi, abbiamo creato la tecnologia alla quale rilegare il tutto: internet e i navigatori, per esempio, sostituiscono gran parte delle nostre funzioni, indebolendoci mentalmente ed emotivamente. Il sentirsi efficaci nel saper fare i conti a mente, esempio semplice ma efficace, ridà al soggetto maggiore forza e lucidità del dover ricorrere e dipendere da una calcolatrice, dipendenza che in senso più ampio applicata ad ogni creazione che riduce il nostro potere, genera malumore e disturbi mentali. Anche i social, altro baluardo virtuale, allentano le capacità relazionali dirette, impoverendone l’umano di sentimenti ed emozioni fluide e naturali, fornendone un potere illusorio, reale nell'immaginario, solo se davanti ad un computer o smartphone. Per cui, chi è maggiormente sviluppato? Chi è in progresso? Se il progredire è in direzione dell’umano, del mondo interiore, probabilmente dovremmo cedere lo scettro ad altri popoli, guardando ad est; se invece ne vediamo il progresso nell'estroversione dell’immaginario, nella creazione fuori di noi di concretezza fisica, basta dare un’occhiata alle nostre città, allora possiamo dirci noi i più avanti nella retta tendente ad infinito dell’evoluzione filogenetica. Ecco che il tutto viene ridimensionato al punto di vista, alle variabili prese in considerazione e ai risultati ottenuti: un popolo che dipende da sé stessi e dalla rete sociale, ed un popolo che dipende dalle proprie creazioni e dal giudizio altrui. 

Ognuno di noi ha il potere di scegliere e la scelta si applica in ogni momento, anche mentre leggete queste righe state scegliendo di farlo, come scegliete di soffermarvi su alcune cose piuttosto che su altre, giudicarne il valore e il cambiamento o la stasi, in negativo o positivo rispetto al vostro ed altrui benessere che sia. Indi, come sempre, invito a riflettere ogni qual volta giudichiamo e pregiudichiamo qualcuno, ponendoci domande su chi siamo noi e quanto sappiamo dell’altro, su cosa siamo stati e cosa vogliamo diventare e quanto di tutto questo è attuabile. Domandiamoci quanto le differenze che vediamo siano esatte o quanto è sbagliato il nostro punto di vista, quanto le somiglianze siano reali e non fortemente volute da noi. Chiediamoci se la differenza è sul serio qualcosa da combattere o quanto sia meglio accettarla, andarle incontro, imparare da essa e godere della sua bellezza. Domande che non necessariamente debbano trovare risposta, in quanto spesso è la stessa domanda ad essere risposta di qualcos'altro.

Pregiudizi sì, ok, impossibili da eliminare e a volte necessari probabilmente, ma riflettere su essi e modificarli permettendo a noi di vivere ogni evento come in parte nuovo, confrontandolo sì con la memoria, ma lasciando al non conosciuto e al suo dubbio, di fornirci nuovi stimoli e visuali, nuove vie da percorrere, nuove lande da abitare, lo possiamo fare.

Osservare. Riflettere, riflettere e agire. Agire e meditare. Meditare. Non per forza in questo ordine e sequenza, l’importante è farlo per apprendere.


Vi rimando come sempre alla mia pagina www.facebook.com/dottcalamoniciantoniopsicologo per le vostre risposte a queste domande: Quando è positivo e quando è negativo il pregiudizio? Quali conoscenze del reale al momento mi sto precludendo applicando anticipatamente al giudizio un pregiudizio? Fate un esempio.


Dott Antonio Calamonici - Psicologo


Estrovertono la convinzione di essere
i re del mondo,
introvertono la certezza del consistere
nella sola polvere 

che apatica si posa
sulle loro ricchezze.

Ermes Kalhòs


Che la mente lasci sapientemente
all'emozione il giudizio 
al sentimento la sentenza
e goda delle luce irrorata.

Che la mente si ponga da osservatrice sottobraccio 
che sostenga l'anima e si accompagni
umanamente nel buio, alla scoperta dell'ignoto
.

Ermes Kalhòs

InfoOggi.it Il diritto di sapere