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Cattolicità ed autenticità

Calabria

Oggi rispondiamo alle domande che sono state poste da Sara, Matteo e Alessio nell'articolo "Libertà religiosa e libertà nella verità" e grazie a tutti coloro che l' hanno commentato. 


A Sara :

R. L’anima dell’uomo potrebbe essere paragonata a un vetro: [MORE] più il vetro è trasparente, pulito, maggiore è la lucentezza che da esso promana. Se Dio (il sole) proietta la sua luce su tutti gli uomini e in essi trova anime, sentimenti, volontà, intelligenza puri, chiari, lucenti (i vetri di prima), allora l’uomo esprime questa ricchezza, legata al suo stesso essere, in ogni sua facoltà e azione. La libertà di una persona non è, quindi, semplicemente l’arbitrio o la decisione di fare o non fare una determinata cosa, ma consiste nel lasciarsi guidare da due interrogativi di fondo: è giusto fare una cosa? Se è giusta, come realizzarla?

 

Ogni azione o sentimento, infatti, deve essere in conformità con quella “luce” divina nella quale l’uomo riconosce la sua origine; la sua vita, pertanto, deve sempre riflettere la santità, la volontà, la parola del suo Signore e Creatore. La vera libertà umana è conservarsi sempre nella legge della verità e della grazia. Quando si agisce contro la legge divina, l’anima resta come macchiata dal peccato che la rende debole, opaca, anzi la trasforma in uno schermo che non riesce più ad accedere alla luce. Nel peccato e nel male, che da esso scaturisce, la persona è come amputata, frammentata: non lasciandosi governare dalla luce divina, essa subisce il condizionamento del disordine, dell’effimero, del concupiscente, di tutto ciò che è estraneo alla propria natura e a quella di Dio. Per tale motivo, è necessario un taglio netto con il peccato dal quale non bisogna lasciarsi mai affascinare al punto che esso diventi, per così dire, “familiare”.

 

In una condizione offuscata dal peccato, infatti, anche se una persona ritiene di fare il bene, si comporta correttamente e si reputa libera nelle cose che intende costruire, tuttavia, essa non potrà mai accorgersi della vera realtà, del fatto che essa è governata da una legge avversa alla sua stessa umanità; nella perseveranza, poi, in una simile condizione, rischia di rimanere schiava della sua fragilità e preda delle tentazioni. Qui, occorre avere la forza di sradicare la propria vita dalle spire del male, riconsegnandola nuovamente a Dio.
Il sacramento della Riconciliazione, la catechesi, la guida spirituale, l’Eucaristia, oggi, sono strumenti trascurati o, forse, poco annunciati e diffusi. Il ritorno alla ricchezza dei doni spirituali, alla grazia e alla verità che dimorano in essi, nella Chiesa, consentirebbe, infatti, al mondo di riprendere il sentiero della libertà autentica e di irradiare, in ogni esperienza umana, la luce di Dio, la sola che consenta agli uomini di ritrovare la vera felicità e la vita eterna.

 

A Matteo:

R. La cattolicità non è una dimensione derivante da un privilegio legato a una nazione, a un luogo o a una determinata cultura, ma una nota distintiva specifica della chiesa, poiché essa ha ricevuto da Cristo un mandato universale, cioè di proclamare il vangelo a tutte le nazioni della terra. E’ chiaro che la cattolicità nell’esprimere l’unica e universale opera salvifica di Gesù Cristo, rimanda a una continuità storica, radicata nella successione apostolica, tra la chiesa delle origini e la chiesa cattolica; altrimenti quale cattolicità potrebbe affermarsi per la chiesa se non si tenesse conto di coloro ai quali è stato affidato tale mandato? Esiste quindi un’unica chiesa di Cristo, governata dal Successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui, che è presente e operante nella chiesa cattolica. 

 

A questa chiesa, suo Corpo, Cristo ha consegnato tutto se stesso, attraverso la pienezza dei mezzi salvifici. Questa verità di fede esclude radicalmente quella mentalità indifferentista improntata su un relativismo religioso, che porta a ritenere che una religione valga l’altra. Se è vero che i seguaci delle altre religioni possono essere mossi dalla presenza della grazia divina e possiedono specifiche dottrine, nelle quali vi sono evidenti germi di verità e di bene, è pure certo che oggettivamente si trovano in una situazione gravemente deficitaria (Dominus Iesus 22), se paragonata alla Chiesa, nella quale vi è la pienezza dei mezzi salvifici. Questo non significa che tutti i figli della Chiesa vivono in una condizione di privilegio rispetto alle altre religioni, perché la loro condizione non va ascritta ai loro meriti, ma a una speciale grazia di Cristo. Infatti, se non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere, non solo non si salveranno, ma anzi saranno più severamente giudicati (Lumen gentium 14).

 

Ad Alessio:

R. La domanda che mi hai posto si riferisce al giudizio che Cristo farà a ogni uomo dopo la sua morte. Il brano in questione potrebbe essere sintetizzato con una semplice frase: Gesù si identifica con tutti i fratelli più “piccoli”.  Chi sono, però, i piccoli di cui parla il Vangelo? Guardando al modo di essere e di agire dei bambini, ci si accorge, in maniera immediata, che essi non sono autosufficienti, appunto, per la loro tenera età. Per questo motivo, hanno bisogno dei genitori, devono essere aiutati da loro in tutto.


Se applichiamo questa immagine alla fede, si comprende che, quando il Vangelo parla di “piccoli”, si riferisce a quanti si pongono nei confronti di Dio come bisognosi, insomma persone non autosufficienti, non autonome che, per amore, hanno scelto di non affidarsi alle proprie forze, alle proprie capacità e sicurezze terrene, ma di abbandonarsi a Dio in modo totale. Piccolo è chi antepone la volontà di Dio alla propria, lasciandosi governare interamente dalla Sua (“Chi vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” - Mc 8,34).

 

Questo atteggiamento interiore si precisa come consegna completa della vita dell’uomo alle mani di Dio. È questo il vero richiamo di Gesù, lui che si è lasciato governare sempre e solo dalla volontà del Padre suo. Il suo cuore non ha mai conosciuto nessun attaccamento alle cose terrene. Le parole del Vangelo sopra citate esprimono, quindi, i suoi sentimenti, la sua stessa vita. Egli è, infatti, il modello perfetto dell’obbedienza alla volontà Dio e, con la parola “piccolo”, intende precisare come si possa essere graditi a Dio: per questo motivo, si propone come paradigma concreto, si identifica in quella tipologia di persone che non hanno più potere, ormai, neanche su se stesse (ammalati, assetati, affamati, forestieri, nudi, carcerati ecc.), persone alle quali non resta altro che una possibilità: “tendere la mano” e affidarsi a chi è riconosciuto come unico e sommo bene, Dio Padre.


Un ultimo chiarimento su questo aspetto. I piccoli sono, certamente, quelli che vivono in uno stato di continuo bisogno, di necessità, sia del corpo, sia dello spirito. A costoro si deve attenzione e rispetto. Sono realmente numerosi, oggi, gli affamati, gli assetati, i forestieri, gli ammalati e tanti altri che bussano alla porta della nostra carità. L’amore secondo Cristo, per essere autentico, non può e non deve contraddirsi quando esso richiede di tradursi in un gesto concreto di aiuto verso quanti riversano nell’indigenza. Ma l’amore secondo Dio considera sempre l’uomo nella sua integralità di anima e di corpo: non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (cfr. Mt 4,4). Alla persona bisogna garantire tutto quello che arricchisce la sua natura e la sua vita: ciò che serve al sostentamento del corpo e ciò che necessita alla salvezza dell’anima.

 

Davanti a una mentalità, oggi, fortemente materialistica, Cristo chiama tutti gli uomini a saper intrecciare queste due dimensioni, quella materiale e quella spirituale, e a saper incarnare, nella fede, l’ideale evangelico della “povertà in spirito”. Piccolo è chiunque fa la scelta radicale del Vangelo per essere, nella storia, un segno vivo e misterioso della presenza di Cristo: la testimonianza della propria fede è, infatti, il segno credibile della presenza di Cristo tra gli uomini, poiché, solo nella povertà in spirito, Egli può ancora rivelarsi e parlare ai fratelli, ricordando loro: “lì dove è il tuo tesoro, lì è il tuo cuore” (Mt 6,21). Se il nostro tesoro è Cristo, anche il nostro cuore racchiuderà il tesoro del cielo.
 

Sac. Alessandro Carioti

Docente di teologia fondamentale presso l'Istituto Teologico Pio XI di Reggio Calabria

 

Si ricorda che ognuno può porre i propri dubbi, i propri interrogativi scrivendo al seguente indirizzo di posta elettronica parolaefede@infooggi.it