Il primo meraviglioso spettacolo, il regista Davide Sibaldi: "come ritrovare il bambino interiore"

1160
Scarica in PDF
Ricevi gli aggiornamenti direttamente sul tuo MESSENGER!
Proiettato di recente nell'ambito de La Città Incantata Film Festival di Nocera Inferiore, ma...

Proiettato di recente nell'ambito de La Città Incantata Film Festival di Nocera Inferiore, ma già apprezzato da migliaia di bambini ed adulti in tutta Italia, il film Il primo meraviglioso spettacolo di Davide Sibaldi non solo ha il pregio di unire - caso rarissimo - il patrocinio di Amnesty International col sostegno dell'Unicef, ma ha anche la peculiarità di intrecciare storie, pensieri ed emozioni in grado di far convergere la prospettiva di bambini ed adulti. L'opera ricostruisce la creazione di uno spettacolo teatrale scolastico realizzato con 45 bambini e rispettivi genitori da 11 diversi Paesi, un vero e proprio laboratorio d'integrazione che ha messo in scena la storia fantastica raccontata dallo stesso autore nel libro Giuseppe e lo sputafuoco (Edizioni Spazio Interiore). Le riprese dell'allestimento teatrale si combinano con scene di animazione tratte dal libro , ma soprattutto con interviste a bambini ed adulti. Illuminanti le risposte di entrambi. Abbiamo parlato col regista, perchè anche le sue, di risposte, ci illuminassero sul senso del film.

ANTONIO MAIORINO: f
ilm d'animazione, ma soprattutto documentario: come hai legato a doppio filo le due anime del racconto?

DAVIDE SIBALDI: la prima motivazione dell’intreccio è la necessità di raccontare al pubblico sia la storia del libro che della preparazione dello spettacolo. Quest’ultima, infatti, non sarebbe apparsa chiara se non avessi inserito anche la ricostruzione della storia tratta dal libro Giuseppe e lo sputafuoco, quindi abbiamo messo dei piccoli capitoli animati, ognuno corrispondente ad un capitolo del libro che i ragazzi metteranno in scena. L’altro motivo è che m’interessava molto l’alternanza tra storia fantastica e interviste a persone reali: 2 minuti di storia fantastica seguiti da 5 minuti di realtà pura e così via, per un passaggio costante tra le due parti. Inoltre ogni capitolo del libro raccontato è come se introducesse il tema e l’argomento delle domande da porre sia ai bambini che agli adulti. Non a caso nella prima parte le domande sono incentrate sul rapporto bambino\adulto e adulto\bambino, mentre nella seconda sull’aspetto dell’integrazione, assecondando per l’appunto la storia di Giuseppe e lo sputafuoco.

Hai descritto il nodo, l’intreccio tra le due parti del film. Ora vorrei raccogliere un filo in particolare: quello dell’animazione. Non è affatto convenzionale, col suo marcato aspetto in 2D. Perché questa scelta?

È un’animazione che mi è sempre piaciuta molto, senza i classici movimenti dei personaggi disneyani, ma con un disegno fisso ed il movimento delle telecamera digitale ad animarlo. La volevo così per due ragioni. La prima è che gran parte del pubblico è rappresentata da bambini e ragazzi – oltre ai tanti adulti, per i quali, peraltro, c’è una versione più lunga – e se io l’avessi visto all’età di 7-8 anni sarei rimasto molto impressionato perché avrei detto “beh, un’animazione così la posso fare anche io, senza avere un team di 60 animatori!”. Un bambino può essere stimolato a cimentarsi in un’animazione così basilare. La seconda è quella di creare un’animazione che richiamasse le pagine del libro: ogni capitolo animato è una singola inquadratura, è come se lo spettatore guardando il film sfogliasse una pagina illustrata.

Hai alluso a due versioni de Il primo meraviglioso spettacolo. In cosa si distinguono?

Sì, una è di un’ora, l’altra di un’ora e mezza. I bambini di 6-7 anni in realtà hanno visto tranquillamente anche la versione “lunga”, il problema non è di attenzione. Ho però deciso di accorciare la versione di un’ora e mezza perché ci sono 15-20 minuti di interviste ad adulti – genitori e docenti – sul tema della felicità e su quello dell’integrazione. Alcune risposte però sono risultate molto cupe e sono perciò state tagliate. Se un bambino vede su uno schermo di 5 metri per 10, una donna adulta che dice che ora che è cresciuta non riesce ad essere felice e soprattutto non trova tempo per sé perché magari ha due figli, ebbene, se quel bambino non ha un mediatore in sala o qualcuno che lo aiuti a comprendere meglio la risposta, può farsi un’idea sbagliata. Certamente il riferimento alla mancanza di tempo a causa dei figli può restargli impresso, può innestare nella mente del bambino dei ragionamenti che sarebbe meglio rimandare ad un’età più avanzata, quando avranno gli “anticorpi” per elaborare meglio la risposta.

Quindi non un aspetto motivazionale o legato all’attenzione, ma psicologico, relativo al target del bambino. Ma, di fatto, il target de Il primo meraviglioso spettacolo resta duplice, come dicevi: bambini ed adulti. Cosa lascia il tuo film agli uni ed agli altri, cosa racconta agli uni ed agli altri?

Quando faccio le presentazioni delle proiezione, capita spesso che siano soprattutto gli adulti, anche senza figli, a voler comprare il libro, perché dicono di trovarvi delle cose utili per come sono loro. Il libro è stato infatti pensato per parlare sia al bambino che all’adulto, ed ha infatti due protagonisti, da un lato c’è Giuseppe e dall’altro Matteo, l’adulto e il bambino. È incentrato sull’importanza di ritrovare il contatto positivo col bambino. Per gli adulti significa ritrovare il bambino interiore, spesso perso o legato in qualche scantinato dell’animo. Per i bambini è invece importante mantenere sempre viva e libera questa carica di energia infantile. È come se fosse una storia che procede su due binari: come un adulto riesca a ritrovare la felicità di essere bambino nell’anima e come il bambino riesca a crescere mantenendo forte e libero il proprio bambino interiore.

Ecco, ti sei fatto un’idea su come si possa ritrovare il bambino interiore? Il tuo film lo lascia intendere, oppure resta solo un insieme di risposte sparse, da cui ognuno trarrà la propria considerazione?

Beh, ritrovare il bambino interiore è proprio quello che è avvenuto all’interno della scuola in cui sono state effettuate le riprese: i protagonisti erano adulti che da anni non facevano più qualcosa che li divertisse e fosse totalmente al di fuori del discorso lavorativo. Uno dei genitori, un poliziotto, racconta di aver finalmente potuto ricreare dei giochi come quando sognava di farlo da bambino, allorché però non ne aveva ancora i mezzi. Così ha ritrovato anche un altro tipo di rapporto con la moglie ed i figli. Ho visto che quanto rimane negli adulti e nei bambini è questa idea di gioco allo stesso tempo infantile e maturo. Questa è la parte che m’interessava di più. Studio la letteratura ed il cinema anche dal punto di vista psicologico e mi sono accorto che nei libri dell’infanzia sono rarissimi i casi in cui bambini ed adulti vanno d’accordo alla fine dell’opera. Pensa a Peter Pan, Alice nel Paese delle Meraviglie, Il Piccolo Principe. O il bambino muore (come in quest’ultimo) o resta un rapporto insanabile, come in Peter Pan, un conflitto permanente. Ci sono pochi libri che parlano in modo positivo del rapporto tra bambini ed adulti, non a caso è Pinocchio il libro, credo, col maggior numero di adattamenti cinematografici in tutto il mondo: giapponesi, canadesi, americani, 50 o 60 in tutto e solo 3 o 4 italiani, proprio perché ha centrato in pieno una richiesta, una necessità di storie che non esisteva. Mio obiettivo era dunque di sviluppare questo aspetto .

Concentriamoci proprio sui bambini: qual è stato l'atteggiamento dei giovani attori durante le riprese e quale la reazione dei giovani spettatori durante le proiezioni?

La cosa strana girando il film e poi proiettandolo agli stessi protagonisti è che durante le riprese e le proiezioni i bambini erano tranquilli ed a loro agio. In realtà mentre li intervistavo pensavo solo di fare un cortometraggio di una decina di minuti da regalare a loro; quando poi si sono visti inaspettatamente al cinema o nei grandi eventi legati alle proiezioni, sono stati entusiasti e contenti, con la felicità classica dei bambini, ma generalmente tranquilli. Quelli che invece sono rimasti impressionati nel vedere il film in sala sono i genitori, perché alcuni adulti erano perfettamente inseriti, ma altri – quelli stranieri, ma anche qualche italiano – non erano integrati né nel gruppo dei genitori della classe né nella città. Nel documentario diventano protagonisti, e dopo le proiezioni del film è come se siano stati pienamente accolti tra i genitori e nella città. Questo è stato molto bello. Incontrando migliaia di bambini in tutta Italia durante le proiezioni mi sono reso conto che non loro non percepiscono l’altro bambino come “straniero”. Una storia che mi è capitato più volte di sentire da parte delle madri in diverse regioni è quella di bambini italiani che incontravano bambini stranieri e raccontavano di quest’amicizia in famiglia, di cosa facessero insieme, di come giocassero; ma poi i genitori scoprivano che questi amici erano per esempio nigeriani solo quando venivano a casa a giocare, perché i figli non avevano mai detto che i loro amici erano di colore, pur raccontando davvero tutti i particolari. I bambini non fanno quel discorso di diversità ed etnia che tra gli audlti è molto forte. I bambini durante le proiezioni si sentono più vicini alla parte animata, perché l’altra la conoscevano già, ma è stato interessante portar loro anche il messaggio sul bambino interiore. Il film è piaciuto davvero tanto a tutte le età.

Anche in età pre-scolare, bambini non ancora alle primarie?

Guarda, una volta è capitato che venissero prima della proiezione quattro bambini dell’asilo. Io ho subito pensato che non sarebbero riusciti a seguirlo, perché erano piccolini. Finisce la proiezione, prendo il microfono per parlare e chiedo se ci siano domande; classico silenzio, poi alza la mano un bambino dell’asilo e dice “io ho una domanda!”. Corre verso di me, prende il microfono e chiede “il film mi è piaciuto molto. Ma la voce narrante sei tu? Ah, complimenti, complimenti!”. Era piccolissimo! Indagando, ho scoperto che non era stato preparato dai genitori. È quindi interessante che il film sia stato capito veramente a più livelli.

Ideale chiusura: cosa ti rendeva felice da piccolo e cosa vuoi fare da grande?

Quando ero piccolo cosa mi rendeva felice era molto simile a quello che mi rende felice adesso che sono cresciuto perché quando ero bambino disegnavo tantissimo e mi piaceva raccontare le storie attraverso le immagini. Quando non c’erano cellulari potenti come ora, dipingevo e disegnavo, inventavo storie disegnando. Via via, crescendo, quella gioia è rimasta ma è diventata l’idea in movimento del cinema, del poter creare storie che si muovono. Ora che ho ricominciato a scrivere storie per bambini ed illustrarle anche, ho conseguito la perfetta unione con quello che volevo fare da bambino. Nell’infanzia ci sono già dei semi giganteschi che cresceranno nell’adulto e che lo guideranno in quello che veramente gli interessa fare. Se uno capisce cosa gli piaceva fare da bambino, capisce anche cosa gli piace fare da adulto. A me è capitato a volte, qualche anno fa, di perdere un po’ di distanza con quello che mi piaceva da bambino, di scendere a compromessi creativi, di perdere questo contatto con quello che mi piaceva da bambino, e sono stati anni terribili, pesanti, fastidiosi. C’erano grandi case di produzioni che mi chiedevano di lavorare su un certo tipo di storia che non m’interessava, e nonostante fossero grandi occasioni, sentivo di aver quel blocco creativo che non ha un bambino quando disegna. Il primo meraviglioso spettacolo è perfettamente in questa linea: non è pensato come film commerciale, ma totalmente come gioco. Ci saranno voluti 150 euro per girarlo. Sono io, per divertimento, che per due mesi l’ho realizzato: con la stessa energia di quando da bambino disegnavo o dipingevo.

(nell'immagine principale: dettaglio del manifesto de Il primo meraviglioso spettacolo; all'interno, fotogramma del film)

Antonio Maiorino
 

InfoOggi.it Il diritto di sapere