Joseph Beuys, l'uomo che sussurrava alle lepri (ma non le barzellette)

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14 aprile, InfoOggi (M) arte - Rubrica marziana reloaded. Torniamo a parlare di quei singolari esser...

14 aprile, InfoOggi (M) arte - Rubrica marziana reloaded. Torniamo a parlare di quei singolari esseri chiamati “artisti”, che ai più appaiono come extraterrestri, soprattutto vista la piega presa dall’arte durante il ventesimo secolo. In quante parrocchiette rimpiangono le Madonnine!

Ma a proposito di parrocchiette: molti non intendono l’arte, ma quasi tutti capiscono le barzellette. Come quelle del Premier, probabilmente in procinto di sfornare una legge ad-personam salva-cabarettisti. In occasione dell’incontro a Palazzo Grazioli con i sindaci campani del Pdl che chiedevano lo stop agli abbattimenti delle case abusive, Silvio Berlusconi si è lasciato andare a quattro minuti finali di show pecoreccio, con tanto di dialetto napoletano simulato e battuta osé.

Pare che tutti abbiano capito la barzelletta, visto che ridevano di gusto - anche prima del finale: preveggenti! Ed il video spopola tra testate online e youtube. Magari fosse altrettanto facile capire l’arte! Eppure a volte sembra che gli artisti parlino una lingua così diversa dalla nostra, una lingua “aliena”.

Sembra. Invece il pianeta (M)arte è più vicino di quanto non appaia.
Facile alzare le spalle – o le sopracciglia – di fronte alla performance di uno dei guru dell’arte del secolo appena trascorso, Joseph Beuys (1921 – 1986) , allorché nel 1965 l’artista tedesco si aggirò con il volto coperto di miele e foglie d’oro tra alcuni dipinti, nella Galleria Schmela di Dusseldorf, con una lepre morta in braccio, facendoli toccare all’animale con la zampa. “Come spiegare la pittura ad una lepre morta”, si chiamava l’azione artistica. E nessuno rise, né ride ora: perché non è una barzelletta; e soprattutto, non si capisce.

Strano a dirsi, ma non serve Gagarin per spiegare il senso dell’opera di Beuys: lo spazio del tedesco è lo stesso in cui viviamo.
Prima di tutto, il nostro “signor marziano” ha vissuto un’esperienza umanissima ed avventurosa – o almeno è quanto narrava. Nel 1943, allora bombardiere di picchiata in guerra, Beuys si schiantò con il proprio aereo nel mezzo della steppa. Fu ritrovato quasi morto di freddo da una tribù di tartari, che lo curò con i propri rimedi primitivi, coprendone il corpo con grasso animale ed avvolgendolo nel feltro, per non disperdere la temperatura corporea. Dopo otto giorni di incoscienza, i riti tartari sarebbero riusciti a strappare Beuys dallo stato catalettico, restituendo al suo corpo quel calore poi assurto, nella sua opera, a simbolo di vita.

Un marziano con una tuta di grasso e feltro, dunque. Già, perché Beuys utilizzò spesso, in seguito, i due materiali organici che gli avevano salvato la pelle, in una lunga serie di performance provocatorie e rituali tese a rilevare come arte e vita fossero indistinguibili. Il motivo è semplicissimo: sia l’arte che la vita sono fatte di azioni. “Ognuno è artista”, chiosava il Maestro. Precisando, nel 1985: “La formula ognuno è artista, che ha suscitato molta irritazione e continua a essere fraintesa, si riferisce alla trasformazione del corpo sociale. Ognuno può, anzi, deve prendere parte a tale trasformazione se si vuole riuscire in questo grande compito. Se infatti manca anche una sola voce nella elaborazione di quest’opera plastica collettiva in cerca della propria espressione, ripeto, se manca anche una sola voce, se non partecipa, bisognerà attendere molto tempo per giungere alla trasformazione, alla nuova costruzione della società” (J. BEUYS, "Discours sur mon pays").

Già, ma in soldoni: come fa ognuno di noi ad essere artista? Beuys promuove una creatività generalizzata. Ed essere creativi, in primo luogo, vuol dire ripudiare le costrizioni sociali e ritrovare noi stessi. Un “rito sociale” è quello di ridere a prescindere sulle barzellette di un saltimbanco che declama storielle sconce nelle sedi istituzionali mentre il Paese va a rotoli. Ora ci vuole una botta di napoletaneità: “fess e cuntent”.
Essere creativi vuol dire superare quello che Beuys definiva “attivismo vuoto di qualsiasi contenuto”, contestando la superficiale partecipazione del pubblico agli happening ed alle performance degli artisti. Superficiale come una risata strappata per passività, un applauso concesso per inerzia, un consenso cameratistico per mera simpatia di un’immagine.

E la lepre? L’azione artistica di Dusseldorf, “Come spiegare la pittura ad una lepre”, è una provocazione quanto mai attuale: è più facile parlare ad una lepre che ad un uomo, con il proprio pensiero debole, con i propri pregiudizi, con la propria cocciuta inerzia mentale. La lepre, secondo Beuys, è “dotata di più capacità d’intuizione degli uomini ingabbiati nella loro fredda razionalità”. Non è forse vero che lo spettatore medio è rinunciatario di fronte all’opera di un artista, mentre è assai meglio disposto a farsi quattro risate su di una storiella pruriginosa? 

Curato dagli sciamani, Beuys assurge egli stesso ad artista-sciamano, sacerdote di rituali quotidiani che con l’azione artistica realizza una connessione organica tra uomo e natura, tra naturale e soprannaturale. La sua opera si pone allora agli antipodi di quella di Andy Warhol, recuperando la magia all’arte per recuperare l’uomo alla vita, anziché iconizzare gli alienanti prodotti della civiltà industriale, come faceva, per iterazione e recupero formale, l’americano. Chissà come avrebbe ridacchiato Warhol nel pensare a certi politici italiani con le loro “storielle in serie” strappa-applausi per pupazzi senza idee, coreuti del rituale sociale “il Grande Capo ha parlato”.

Non credo che l’articolo offenda nessuno. D’altronde parlavo d'arte, quindi di marziani… no?
 

ANTONIO MAIORINO

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