Pensieri quaresimali (IV): Elogio della Parola lenta. Di Domenico Concolino
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Pensieri quaresimali (IV): Elogio della Parola lenta. Di Domenico Concolino

sabato 6 marzo, 2021

La parola è un seme. Gesù, nel vangelo di Luca, lo dichiara a proposito della parola di Dio. Lo dice in modo lapidario: Semen est verbum Dei (Lc 8,11). In essa risiede unenergia, una forza che le proviene dal suo dinamismo interno, come un seme appunto, e per questa sua capacità può fecondare la terra a cui è destinata.

Allargando lo sguardo, senza forzare i testi sacri, possiamo estende questa sua capacità di fecondazione anche a quelle parole portatrici di una sapienza umana, che però si trovano in armonia con il messaggio evangelico, con la Parola originaria. Anche queste forme di ‘parola’ possono considerasi semi che generano vita, progetti di esistenza, come pure, possibilità di guardare il mondo e noi con occhi diversi. Il Dio di Gesù Cristo , al contrario di noi, ha la bella caratteristica di saper parlare con ogni uomo che non si chiude alle sue sollecitazioni. Parla in diversi modi (cf. Eb 1,1), ad esempio nel creato, nella coscienza, nella parola udita, nella vita di santi ed in quella di testimoni appartenenti ad ogni lingua popolo e nazione e naturalmente Dio parla in Gesù.

Ma bisogna subito aggiungere che il seme-parola non è tutto poiché è altrettanto importante il tipo di terreno che la riceve. La parabola di san Luca, ricorda gli ostacoli che impediscono alla parola di generare vita in noi: incostanza, incomprensione, distrazione, preoccupazioni, superficialità (cf. Mt 13, 1-23), solo per indicarne alcuni.

 Ma anche quando c’è un terreno buono bisogna fare attenzione, poiché da solo non basta perché ci sia un buon raccolto. Ciò che è necessario è qui lento e prolungato entrare in contatto con il mondo delle parole vere. Tutte. C’è bisogno di creare un legame vero con quella Parola-seme, un legame fatto di accoglienza, custodia, protezione.

In tal modo, ogni singola ‘parola’ può, senza impedimenti, ‘aprirsi’ e rilasciare nella terra il prezioso contenuto di vita. Infondo noi siamo il frutto di quel legame tra seme e terreno, tra parola e cuore che ascolta.

Bisogna però a questo punto, fare qualche passo in avanti.

Ritorniamo a considerare, ad esempio, tutte quelle parole, quelle intuizioni e persino quelle visioni, che circolano nei cuori e nella mente delle persone che incontriamo ogni giorno. Anzitutto l’ascolto degli altri non deve spaventarci. Neppure il dialogo deve scoraggiarci, anzi scelto e dialogo devono considerarsi inizio e via per la creazione in di legami aperti e sinceri che ci chiamano a costruire un mondo a misura d’uomo.

Se infatti il seme è una parola che ha le sue radici in alto ed in profondità e il terreno è un cuore capace di ascolto e di discernimento, la buona opera che si apre davanti a noi è quella della costruzione di ponti e dell’attitudine a creare contatti.

Separare i mondi non serve, ciò che invece produce vita e pensiero e esattamente il mettere in relazione questi due poli, facendo attenzione che l’uno distruggi l’altro. Se infatti, nell’edificare relazioni significative, ciò che appare è solo il mondo di Dio o al contrario solo quello dell’esperienza umana, allora siamo ancora lontani da una vera crescita delle persone. Anzi in tal modo si creano dolorose forme di proselitismo o di fondamentalismo cieco o, al contrario, irritanti esaltazioni di autoreferenzialità  o di sterile soprannaturalismo.

Connessione dunque, incontro, dialogo, ascolto come apertura  radicale a tutto ciò che di saggio, buono e bello, c’è i questo nostro mondo, anche in quello apparentemente lontano dal Dio dei Cristiani. A partire dalle cose più semplici.

In una Cronaca del XIII secolo lo storico Salimbene di Adam, narra di un famoso esperimento, ideato dall’eclettico imperatore Federico II, volto a scoprire quale sia l’origine della parola nell’uomo e soprattutto quale sia la lingua originaria in cui tutti gli uomini, naturalmente si esprimono. Egli decise perciò prendere un certo numero di neonati e di farli curare dalle rispettive badanti, ma l’assoluto silenzio. Il comando era chiaro: mai far udire loro una sola parola, limitandosi a curare l’igiene minima, senza aprirsi assolutamente a carezze, sorrisi ecc. ecc. Salimbene narra che quei bimbi furono fatalmente condotti alla morte. L’assenza di parola e di contatto fu per loro devastante.

Al di là della attendibilità storica di quella cronaca, l’insegnamento che ne possiamo ricavare è chiaro: nell’assenza di comunicazione, sia fisica che verbale, la vita non avanza. Non di solo pane viviamo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio, direbbe la Sacra Scrittura. C’è una parte di noi che sempre esige un nutrimento non materiale e dove parole e gesti sono uditi e donati, insieme a sorrisi, suoni, canto, carezze, pulizia, ecc ecc. il terreno che siamo noi riprende vita e colore, come in piena primavera.

La parola è seme di vita sempre, non solo all’inizio. Riceverla e comunicarla trasformata dal nostro impegno di riflessione e conversione, crea nei cuori accoglienti personalità libere e solide. Ma si badi, questa coltivazione di semi dev’essere attraversata da bontà, verità e bellezza. Parole superficiali, impastate di imprecisioni e approssimazioni o addirittura false e menzognere, non ci fanno crescere, non producono cammino, ma anzi spengono la nostra anima gettandola nella confusione, distruggendo ciò che a fatica spunta dal nostro terreno interiore.

Al contrario bisogna ricercare, senza timori, la parola ‘colta’; non nel senso di una ricercata ostentazione di citazioni rapsodiche presi qua e la da Google, ma dell’’umile attenzione alla ‘coltivazione’ del senso e del significato della cose intese. Qui si genera il pensiero largo capace di entrane in dialogo col mondo. Qui cresce l’originalità del pensare che rifugge il ‘copia e incolla’ della rete. Il pensiero libero e alto può infatti nascere solo dove il sacrificio del tempo e la pratica della riflessione disciplinata si compie ogni giorno. San Paolo ce lo ricorda: “ , fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri” (Fil 4,8)

Questo sacrificio non è evitabile se si vuole davvero migliorare e non è possibile acquisirlo rapidamente. L’erudizione è veloce ma la formazione del pensiero è lentissima. 

Così da questa coltivazione, lenta, attenta, paziente, scaturiscono finalmente parole fresche, originali, capaci di parlarci ancora di noi del mondo e di Dio, ma parlare nutrendoci, generando una ‘cultura’ solida, rocciosa. In essa si schiudono gli immensi paesaggi interiori della verità e si edificano monumenti interiori della bellezza.

Questi sono i luoghi interiori che ci danno rifugio nel tempo della grande tempesta del dubbio e della tentazione.

Qui la vita si invera.

* Domenico Concolino - Cappellano Campus Universitario Magna Graecia - Docente Teologia Istituto Teologico Calabro


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