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Pensieri quaresimali (III): Perché abbiamo bisogno di una parola di Dio di Domenico Concolino

Lazio > Roma

Affermare la necessità di una parola di Dio in questo nostro mondo, è diventata oggi estremamente difficile. La modernità ci educati ha ricercare tutto ciò che è visibile e concreto, ciò che si può misurare e quantificare. La logica del numero, la mentalità positiva pervade ogni ambito della nostra vita. Ciò non è un male di per se, ad esempio la capacità dei numeri di anticipare il futuro (del visibile) è cosa buona. Ma il nostro presente ed il nostro futuro non si giocano solamente sul piano del visibile e del concreto. Se fosse così tutto il mondo dello spirito, dell’invisibile, della grazia, della preghiera, delle virtù dell’etica, vi rimarrebbe escluso.

In un contesto di pura positività fortemente accentuato dal ‘pianeta internet’, anche le nostre parole hanno subito una curvatura verso il basso e verso ciò che è orizzontale. Esse si concentrano essenzialmente  sul visibile ed il concreto. La nostra crisi comunicativa, sia quella intergenerazionale che quella semplicemente orizzontale e quotidiana, può essere letta come un segno che rivela il rovescio della medaglia: la crescita esponenziale delle nostre competenze scientifiche che si metto in gioco nelle nostre parole. La scienza cresce, ma la parola viene ridotta a mero utensile del pensiero.

La sua dimensione spirituale viene accantonata e con essa anche una larga parte delle nostre relazioni umane. La legge dell’utile e del competitivo lo esige e, mentre le macchine ‘parlano’ tra di loro, gli uomini si adeguano a tale forma di ‘trasmissione’ di parole.

L’intelligenza artificiale chiede di essere imitata e non il contrario. Ma se cediamo a questo ricatto, la parte della parola più collegata con l’interiorità, il sentimento, quella che abita il silenzio del nostro cuore e da quel silenzio è generata, cede il passo a ciò che è performativo sotto il piano del numerico e del qualitativo (cfr. D. Concolino, Dio e i numeri incapaci, Rubbettino 2015, 23 ss). Il centro delle nostre parole diventa ora il frutto di uno sguardo oggettivante ed autoreferenziale.

La parola allora si è solidificata, smette molto presto di guardare in fondo perdendo pezzi di esistenza e alla fine si ripresenta asettica e distante con tratti tipicamente impersonali. Per esempio, cessa di essere empatica e vicina al mondo spirituale degli altri.

Le sacche eroiche di resistenza in una tale egemonia pandemica ci sono ancora, grazie a Dio. La poesia, la grande narrativa, la filosofia, il teatro, la teologia, la pratica della musica, della danza, della pittura ecc. ecc. tutto quel mondo che ha la capacità di nutrirci quando smettiamo di pensare numero peso e misura.

Ci vengono così in soccorso, come qualcuno ha scritto, l’utilità delle cose inutili, che poi, in fondo, sono le cose che ci danno felicità perché generano personalità vere, libere, che vivono al di là delle necessità, sanno desiderare, insomma sono uomini e donne che non solo sanno navigare nel mare della vita (competenze) ma sanno riconoscere per se e per gli altri il perché di questo navigare (senso) .   

 Per chi come me crede a quella luce gentile che si sprigiona ascoltando una parola non sua, appunto di Dio, ciò rappresenta esattamente il recupero gioioso di questo mondo dimenticato, non solo di questo mondo, ma anche dell’altro, quello vero, quello del nostro approdo definitivo.  

C’è bisogno oggi di recuperare nuovamente gli ampi spazi di una parola tipicamente umana, c’è bisogno di darsi tempo, silenzio, di conquistare quei terreni stabili della verità attraverso il proprio sforzo e sacrificio, c’è bisogno di familiarizzare con quella parola triadica che nutre cuore e  anima, che eccede quel puro ricevere informazioni circa le cose di questo mondo. C’è bisogno che le nostre parole tornano a respirare l’interezza della vita ed essere dono per gli altri e non una manipolazione interessata delle loro vite.

 La bellezza straripante della parola di Dio, riposa esattamente in questo allargamento di visuale. Essa ci parla del cielo, del gratuito, dell’eterno, del ciò che non possiamo produrre con le nostre sole forze razionali. Essa ci parla di fede e di fiducia in una presenza nuova e provvidente, quella di un Dio che in Gesù è tornato a camminare in questo mondo e tra di noi.

La parola di Dio accolta ci apre agli altri perché impedisce alla radice la chiusura dell’io nella sola materia. Essa, alla fine, ci apre alla speranza perché ci spinge a cercare ciò che viene dall’alto e da lontano, cioè da Dio.

* Domenico Concolino - Cappellano Campus Universitario Magna Graecia - Docente Teologia Istituto Teologico Calabro

Continua… 

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