Piccola Antigone e Cara Medea al Kismet: splendida interpretazione di Teresa Ludovico

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BARI, 6 FEBBRAIO 2012 - Il mito del passato torna nel presente: è la luce che fa la diff...

BARI, 6 FEBBRAIO 2012 - Il mito del passato torna nel presente: è la luce che fa la differenza. Rivisitate e ricostruite ma non meno drammatiche, le due storie messe in scena al Teatro Kismet si avvicinano: una prostituta e il suo cliente che scoprirà essere suo padre Edipo, “Piccola Antigone”, e una ex deportata che dopo aver ucciso i suoi figli, raggiunge in suo Giasone, “Cara Medea”.

Medea e Antigone, portatrici di antiche ferite mai rimarginate, chiedono agli attori in scena di spogliarsi e di mostrare la propria anima per quello che è. Non importa in che tempo ci troviamo, ciò che conta è l’azione del racconto. Su uno sfondo erotico e decadente, la protagonista è in entrambi i casi una donna forte e sfacciata, delusa dalla vita, scettica davanti alle possibilità di cambiamento. Antigone è vestita di bianco al centro della scena, canticchia e pulisce il pavimento. E’ un’onesta igienista lei – ribadisce spesso – attenta ad ogni particolare, eppure si è innamorata di suo padre da cui si è lasciata baciare sulle labbra e accarezzare i capelli. “Ma cosa cavolo succede? Ci conosciamo io e te? Com’è stato possibile?” grida lei, sola davanti al pubblico.

Uno spettacolo dominato dalla psicologia della donna, e rivisitato da una donna, la splendida Teresa Ludovico, attrice protagonista e regista, affiancata da Vito Carbonara. Come in una degna tragedia greca, non poteva mancare il coro in chiave ironica, un po’ alla Woody Allen, a fare da intermezzo tra una storia e l’altra.

Poi le luci si abbassano, e si vede solo lei, Medea. E’ appena uscita di galera. Stanca e provata, somiglia al personaggio di Berlin Alexanderplatz, “il cobra” uscito dalla prigione di Tegel dopo aver ucciso la sua donna. Ma se “il cobra” era impaurito dalla metropoli, dalla nuova dimensione a cui non era più abituato, e rimane sulla soglia del portone sotto gli occhi delle guardie, Medea ha viaggiato tanto, non ha paura, è una donna forte, consapevole del caso a lei avverso e della sfortuna di innamorarsi dell’uomo sbagliato. “E’ stata tutta una roba politica se ho ammazzato i miei figli, io ai miei bambini ci volevo bene” dice guardando gli spettatori seduti sulle gradinate di un Kismet affollatissimo. E’ la tragedia di una donna psicopatica, raccontata dalla stessa protagonista. Un po’ come Lolita di Nabokov: tutta la vicenda è vista solo dal punto di vista del carnefice, Humboldt, che violenta la bambina e la fa diventare oggetto dei suoi desideri sessuali. L’abilità della scrittura di Nabokov sta nell’esporre la malata psicologia dell’uomo, i suoi ragionamenti, le sue congetture malsane e soprattutto le sue debolezze. In tal modo il lettore diventa inevitabilmente meno severo nei suoi giudizi, arrivando a tratti a provare dispiacere e pena nei confronti di un pervertito, più che odio e condanna. E’ il potere della scrittura. In Cara Medea, la protagonista è allo stesso modo schietta nell’esporre la sua triste vicenda dopo aver raccontato il tradimento del suo uomo e aver lamentato di aver ucciso le sue creature. Ma ormai non ha più senso piangere, tutto è già stato fatto e nessuno ha il potere di farci tornare indietro, “nemmeno Dio”. Così, tra petali di fiori sparsi sul pavimento, i due coniugi ormai ricongiunti, chiudono qui la rappresentazione, che tra finzione e realtà lascia l’amaro in bocca.

Roberta Lamaddalena

 

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