Quando i libri diventano argine. Kemonia, l’editoria dei territori e la lunga guerra culturale alla mafia
C’è una forma di contrasto alla mafia che non conosce riflettori né cerimonie ufficiali. Non prevede nastri da tagliare, né anniversari da celebrare, né linguaggi rituali da ripetere. È una lotta che non chiede consenso immediato e non produce titoli a effetto. È la lotta culturale. Silenziosa, ostinata, quotidiana. Si combatte nelle tipografie, nei magazzini, nelle librerie indipendenti, nei cataloghi che non inseguono il mercato ma una visione. In questo spazio discreto e decisivo si colloca l’esperienza delle Edizioni Kemonia, realtà editoriale palermitana che ha fatto della coerenza territoriale una scelta politica prima ancora che culturale.
Perché la mafia, come hanno insegnato studiosi e magistrati da Leonardo Sciascia a Giovanni Falcone, non è soltanto un’organizzazione criminale, ma un sistema di senso: un modo di concepire il potere, il silenzio, l’obbedienza, la normalità. La sua forza non risiede solo nella violenza o nella disponibilità economica, ma nella capacità di colonizzare l’immaginario collettivo, di rendere accettabile l’inaccettabile, di trasformare la rassegnazione in prudenza e il conformismo in buon senso. Contro questo sistema, la repressione giudiziaria è necessaria ma strutturalmente insufficiente. Senza una contro-narrazione, senza un lavoro profondo sulle coscienze, la mafia continua a sopravvivere anche quando viene colpita sul piano penale.
È in questa faglia che l’editoria indipendente smette di essere un semplice settore produttivo e diventa infrastruttura civile. Quando sceglie di non essere neutrale, quando rifiuta l’equidistanza come alibi, essa entra inevitabilmente nel terreno del conflitto culturale. Le Edizioni Kemonia, fin dalla loro nascita, non hanno mai nascosto la propria collocazione: stare nei territori, parlare dai margini, sottrarsi alle scorciatoie del potere culturale. Pubblicare a Sud, e farlo senza complessi di inferiorità, è già un atto politico. Significa affermare che il pensiero non nasce soltanto nei centri legittimati, che la cultura non è un bene da importare, che le periferie possono produrre visioni e non soltanto subire modelli.
La mafia, del resto, ha sempre temuto i territori che pensano. Non quelli addomesticati, folkloristici, ridotti a cartolina o a lamento identitario, ma quelli capaci di interrogarsi, di leggere la propria storia senza mitologie consolatorie. Come ha scritto Antonio Gramsci, l’egemonia non si esercita solo con la forza, ma attraverso la produzione di senso comune. Spezzare questo senso comune è il primo atto di liberazione. La cultura dei territori, quando è autentica, non è localismo: è radicamento critico, consapevolezza di sé. Ed è pericolosa per ogni potere opaco, perché riduce lo spazio dell’ambiguità e della delega.
Nel tempo, Kemonia ha costruito un catalogo che non consola ma inquieta. Libri che non offrono ricette semplici, che rifiutano l’eroismo da copertina e l’antimafia come genere commerciale. Qui la legalità non è uno slogan, ma una pratica intellettuale: rifiuto delle semplificazioni, fatica della complessità, scelta deliberata di dare parola a voci scomode, marginali, spesso escluse dai grandi circuiti editoriali. È la legalità come esercizio del dubbio, non come catechismo civile.
In un Paese come l’Italia, dove l’antimafia rischia talvolta di trasformarsi in un settore con linguaggi codificati e rituali rassicuranti, l’indipendenza culturale resta forse la forma più radicale di contrasto. Non dipendere dai grandi gruppi, non inseguire i bandi come unica forma di sopravvivenza, non piegare il pensiero alle mode del momento significa sottrarsi a quella zona grigia di cui parlava Rocco Chinnici, dove il potere, anche quando si presenta come virtuoso, chiede sempre qualcosa in cambio.
La controcultura di cui Kemonia è espressione non ha nulla del ribellismo estetico né dell’antagonismo sterile. È piuttosto una forma di disobbedienza civile mite e perseverante. Pubblicare libri che non servono a fare carriera, ma a fare domande. Costruire spazi di pensiero che non promettono successo, ma responsabilità. Una scelta che comporta fatica, marginalità, spesso invisibilità. Ma è proprio in questa invisibilità che si misura la sua forza, perché – come ricordava Pier Paolo Pasolini – il vero scandalo non è dire la verità, ma dirla senza potere.
La mafia prospera sul silenzio, sulla deferenza, sull’idea che “le cose sono sempre andate così”. Ogni libro che incrina questa narrazione, che restituisce dignità al pensiero critico, che invita a non accettare l’ordine delle cose come destino, è un atto di sabotaggio culturale. Non produce breaking news, ma coscienze vigili. Non genera consenso immediato, ma sedimentazione.
C’è infine un aspetto spesso trascurato: l’editoria come presidio di lungo periodo. In un territorio fragile, una casa editrice indipendente assolve una funzione paragonabile a quella di una strada o di un acquedotto. La sua utilità non è immediatamente visibile, ma senza di essa il tessuto sociale si inaridisce. I libri non fermano le pallottole, ma impediscono che la violenza diventi l’unico linguaggio possibile. Offrono alternative simboliche, aprono spazi di immaginazione, rendono meno inevitabile ciò che appare tale.
Le Edizioni Kemonia non hanno mai preteso di essere un baluardo eroico. Hanno scelto, più semplicemente e più radicalmente, la coerenza. Ed è forse questo il loro contributo più prezioso alla cultura della legalità: dimostrare che resistere è possibile anche senza proclami, che si può abitare i territori senza farsi catturare dalle loro ombre, che la controcultura non è una posa ma una pratica quotidiana.
In un tempo in cui la mafia ha imparato a mimetizzarsi, a parlare il linguaggio della normalità e persino della legalità formale, l’unica vera minaccia resta una cultura che non si lascia addomesticare. Una cultura capace di smascherare le narrazioni tossiche, di rifiutare le scorciatoie, di coltivare il dubbio come forma di igiene democratica.
Forse la legalità non si predica davvero.
Si costruisce.
Si stampa.
Si rilegge.
E passa di mano in mano, come un libro che non promette salvezza, ma libertà.
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