Shoah: “Figli del destino”, Liliana Segre "Papa' era il mio bimbo"

1264
Scarica in PDF
Ricevi gli aggiornamenti direttamente sul tuo MESSENGER!
ROMA, 21 GENNAIO - "Pensavo che rivedendomi sullo schermo mi sarei commossa, invece ha prevalso...

ROMA, 21 GENNAIO - "Pensavo che rivedendomi sullo schermo mi sarei commossa, invece ha prevalso la gioia per i tre ragazzi ebrei che si sono salvati dai campi di concentramento. Il fatto che abbiano incontrato persone buone che hanno rischiato la vita per loro e' bellissimo". Liliana Segre, 88 anni, senatrice a vita, nel collegamento video dalla sua casa di Milano durante la conferenza stampa di 'Figli del destino', ha commentato cosi' la docufiction. La sua e' la storia piu' tragica di quelle ricostruite, con l'intervista a lei che nelle tappe della sua fuga e del suo internamento ad Auschwitz (con le immagini d'epoca fornite da Istituto Luce, Raiteche, United States Holocaust memoria museum e Cdec) e' interpretata da Chiara Bono.

La docufiction ripercorre il fallito tentativo di fuga con suo padre in Svizzera e quindi il carcere a Milano, dove a San Vittore ("io intorno al carcere andavo in bicicletta, mi ci trovai dentro, senza un perche'") lui subiva interrogatori terribili da parte della Gestapo. "Quando tornava ci abbracciavamo, mio padre era il mio bambino da consolare, ero sua mamma, sua sorella. Poi un giorno entro' un ufficiale tedesco che disse che dovevamo preparaci a partire per ignota destinazione. Poi il vagone blindato verso Auschwitz. Chi ha organizzato questo? Uomini come noi, non pazzi".

Nella docufiction Segre racconta che all'interno del vagone all'inizio piangevano tutti, in tanti pregavano, ringraziando il Signore. Con lei che si chiedeva: "Ma dov'era Dio, in quel momento?". All'arrivo ad Auschwitz strinse la mano di suo padre per l'ultima volta, senza sapere che non l'avrebbe mai piu' rivisto. Lei si salvo' dalla selezione che decideva chi mandare a morire nelle camere a gas e chi al lavoro, solo perche', racconta, dimostrava piu' della sua eta': "Le tredicenni come me erano destinate alle camere a gas".

Come primo atto fu spogliata, rasata e le fu impresso il suo numero di matricola sul braccio. "L'intento era proprio quello di trasformarci in numeri, togliendoci la dignita' umana". Fu quindi destinata alla fabbrica di munizioni, da operaia-schiava. "Con me lavorava Jeanine, una ragazzina francese che un giorno si trancio' due falangi lavorando". Alla selezione successiva ("per capire se eravamo ancora abili al lavoro o dovevamo essere uccise nelle camere a gas periodicamente dovevamo sfilare nude in fila indiana e arrivare davanti a due ufficiali in divisa che ci guardano davanti, dietro, in bocca e poi facevano quel gesto fantastico: 'Vai. Sei viva'") dietro di lei fermarono Jeanine, priva di due falangi. "Io ormai ero diventata una lupa affamata egoista che non voleva amare e non sopportava piu' i distacchi. Non mi sono voltata neanche per dirle 'Jeanine ti voglio bene'. Non me lo sono mai perdonato".

Ripensando a lei ragazzina che da sola supero' tutte quelle prove atroci, Segre si chiede ancora oggi "Ma come ho fatto? Perche' non fu facile neanche tornare alla vita normale a Milano, dopo la liberazione. Dovevo adattarmi alla societa' civile e non viceversa, con mia zia che mi chiedeva di tagliare la mela con forchetta e coltello. Mi salvo' il ragazzo che poi sarebbe diventato mio marito, stringendomi la mano. Era stato internato anche lui, per essersi rifiutato di aderire alla Repubblica di Salo'. E' stato il mio taumaturgo". Ad Auschwitz, quando al momento della fuga dei nazisti a uno di loro cadde la pistola, Segre racconta di essere stata tentata di raccoglierla, per ucciderlo: "Ma ci ripensai subito. Io avevo fatto una scelta di vita, da quel momento sono diventata la donna di pace che sono ancora oggi".

InfoOggi.it Il diritto di sapere