Tanti applausi al Teatro Kismet per il "Malato Immaginario" di Teresa Ludovico

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BARI, 20 FEBBRAIO 2012 - L’unica maniera per sfuggire alla tirannide del potere è...

BARI, 20 FEBBRAIO 2012 -  L’unica maniera per sfuggire alla tirannide del potere è imparentarsi col potere stesso: la medicina. Giochi di scena, giochi di luci, giochi di parole. La vicenda procede come un gioco dietro al quale si cela la verità “gli uomini muoiono per le loro cure e non per le loro malattie”. Eppure nella stanza del Malato di Moliere c’è una sola regola a cui si deve obbedire ad ogni costo: "la legge del clistere". Rifiutarla è un grave delitto di “lesa facoltà”.


Un grande successo quello di ieri al Teatro Kismet per la messa in scena de “Il malato immaginario” con Marco Manchisi, Andrea Fazzari, Daniele Lasorsa, Ilaria Cangialosi, Michele Cipriani, Cristina Mileti e uno splendido Augusto Masiello nei panni di un malato infantile e capriccioso tutto preso dai suoi finti malanni.
La regia di Teresa Ludovico vuole il protagonista Argante collocato sulla sommità di una piramide scenica. Fermo e rigido sul seggiolone, intorno alla sua figura si muove il mondo farsesco e vivace della commedia con tutti i suoi personaggi: la serva petulante, il fratello affidabile consigliere, la figlia angelica, la moglie provocante, il giovane innamorato e i medici.


“Dottore uno sciroppo!” grida Argante, il protagonista, dall’alto di una scena dominata da personaggi bianchi (i buoni) e neri (gli impostori). In bilico tra la storia di un malato immaginario e l’immaginario malato della società, l’opera di Moliere ci lancia, in mezzo a divertenti intrighi e ridicole beffe, un soffio di amaro realismo che sta dietro la filosofia di tutto il suo teatro. Nel 1673, Le Malade Imaginaire chiudeva con un’ultima satira dei medici e della medicina “l’opera e la vita di quel grande ammalato”, lo stesso autore. Moliere infatti, la sera del 17 febbraio, durante la quarta rappresentazione del Malade, si sentì male sul palco e subito dopo morì, lasciandosi alle spalle la grande stagione teatrale: nel 1674 Corneille diede alle scene la sua ultima grande opera, mentre Racine si ritirò dopo la cabala della Phedre nel 1677.


L’opera di Moliere riflette la critica più schietta nei confronti della società dell’epoca, di coloro che credevano nella forza benefica della natura e che rifiutavano uno stile di vita inteso in senso punitivo e costrittivo, così come ogni pedanteria e pretenziosità.
Attraverso le varie possibilità del teatro comico, dalla commedia dell’arte italiana alla farsa di tradizione popolare, è facile intuire perché a trionfare nelle opere di Moliere siano quasi sempre i giovani e gli innamorati, mentre ad avere la peggio alla fin fine, troviamo i vecchi viziosi che tentano di soffocare la felicità e la libertà di chi sta loro accanto, o chi, ignorando i propri limiti, si rende ridicolo.


L’interprete d’eccezione, Augusto Masiello, insieme ai suoi compagni di scena, è riuscito a dar vita oggi al personaggio mitico di ieri attraverso un’interpretazione originale e stravagante.

Roberta Lamaddalena

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