Emergenza rifiuti a Palermo: una storia già vista

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NAPOLI, 25 GENNAIO - Partiamo dalla fine. Davide Faraone, esponente Pd, commentando l’aggravar...

NAPOLI, 25 GENNAIO - Partiamo dalla fine. Davide Faraone, esponente Pd, commentando l’aggravarsi, negli ultimi giorni, della situazione rifiuti nel capoluogo siciliano, paventa i rischi che Palermo si riduca a “seconda pattumiera d’Italia”. La prima, per chi vivesse fuori dal mondo, dovrebbe ovviamente essere (in quest’ottica) Napoli.

Mi permetto di dissentire: l’unica pattumiera d’Italia è rappresentata dalla sua macchina politica. E sottolineo quel sua, fondamentale per creare un distinguo con il concetto filosofico di politica, ammirabilissima eredità greca e anzi indispensabile strumento di vita sociale (a metà fra arte e scienza).

Se, nella visione giordaniana di Peppino Impastato la mafia era una montagna di merda, non temo un’eccessiva radicalizzazione nel definire la politica italiana una montagna di rifiuti. Invidio chi crede ancora nell’avvento di un messia, perché nel frattempo io vedo il mio Paese sempre più immerso in un marciume dilagante e straripante.

La notizia, duro a dirsi, non fa più notizia: Palermo sommersa dai rifiuti, cassonetti incendiati nella notte e cittadini che protestano. Un’emergenza (parola troppo spesso abusata nel gergo amministrativo italiano) che prima di Palermo ha vissuto Napoli, o, per meglio dire, vive ancora Napoli, visto che, a dispetto dei ripetuti proclami trionfalistici del Presidente del Consiglio e del suo staff, il problema rifiuti sussiste nella città partenopea, soprattutto in provincia.

A Palermo, l’Amia (Azienda per l’igiene ambientale) imputa l’ennesimo fallimento dello smaltimento ordinario dei rifiuti solidi urbani alla “mancanza, negli anni passati, di investimenti in discarica, che oggi si presenta inadeguata sotto il profilo infrastrutturale e di merci, vetusti e non manutenzionati per anni.” Nel caso specifico, si fa riferimento soprattutto alla gestione della discarica di Bellocampo: non a caso, infatti, il capo settore manutenzione della citata discarica è stato rimosso dal suo incarico (è notizia di oggi) per “comportamenti inefficienti e omissivi”. Mentre intanto il segretario del movimento sindacale Fit Cisl, Dioniso Giordano, scongiura una “caccia alle streghe” che possa mortificare i lavoratori.

L’iter è sempre lo stesso: indagini di settore e inchieste giornalistiche hanno evidenziato come quello dei rifiuti sia innanzitutto un business, a cui tutti vogliono partecipare, pubblici e privati, politica e criminalità. E lo stato d’emergenza non fa che accrescere la mole di affari e di milioni che girano intorno alle discariche, ai termovalorizzatori e quant’altro serva (o dovrebbe servire) per lo smaltimento dell’immondizia. Soldi che però inevitabilmente finiscono la loro corsa nelle tasche di imprenditori corrotti e arrivisti, di politici collusi o di mafiosi in giacca e cravatta. E così per le strade continuano a girare quei mezzi vetusti di cui parla l’Amia e nei quartieri continuano a funzionare solo le discariche abusive gestite dalla criminalità organizzata.

Illuminante, a tal proposito, il passaggio della relazione conclusiva della commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, presieduta da Gaetano Pecorella, in cui si sottolinea che “in Sicilia il settore dei rifiuti è organizzato per delinquere.” In pratica vige un caos amministrativo-burocratico che mira ad una costante operazione di scaricabarile fra tutte le autorità competenti, affinché il problema si autoalimenti raggiungendo sporadici quanto prevedibilissimi picchi: non bisogna dimenticare che già nel giugno del 2009 l’allora capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, inviò l’esercito a Palermo per garantire lo smaltimento dei rifiuti.

E l’esercito sembra essere la carta jolly da mettere sul tavolo in caso di estremo bisogno, mentre le soluzioni alternative (e a lungo termine) proposte dai governanti risultano quasi sempre snervanti e offensive per l’intelligenza della cittadinanza: un esempio su tutti, quello di aprire una discarica nell’area protetta del Parco Nazionale del Vesuvio.

Di fronte al rispetto mostrato dalla politica italiana nei confronti dei nostri più cari patrimoni culturali, può davvero meravigliare la rabbia di quei cittadini che hanno il terrore di consegnare la salute e il futuro dei loro figli a personaggi di così scarsa affidabilità e dubbia moralità?

Da napoletano prima e da italiano poi, mi preme ribadire che la mia città, Napoli, può essere ricoperta interamente da monnezza, ma non sarà mai la prima pattumiera d’Italia.
Spero vivamente che i palermitani, quelli veri, che amano la loro terra, condividano il mio pensiero e non smettano mai di lottare per gridarlo. 
 

 

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