Il giornalismo e il libro paga dei potenti. Intervista ad Antonio Condorelli

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CATANIA, 16 MAGGIO 2012 - Perché intervistare Antonio Condorelli? In questi mesi, raccontando...

CATANIA, 16 MAGGIO 2012 - Perché intervistare Antonio Condorelli? In questi mesi, raccontandovi quello che avviene in Sicilia, spesso ho avuto tra le mani materiale firmato da lui. Le sue inchieste, le sue denunce, sono state per me – estraneo geograficamente al contesto siciliano e quindi con un'altra quotidianità con la quale fare i conti – un modo per imparare a conoscere quella parte della Sicilia che mi interessa raccontare, cioè quella della mafia e dei suoi gangli economici, degli appalti dati sempre ai “soliti quattro” noti e tutte le altre storture di una regione – ma il discorso naturalmente sarebbe da ampliare all'intera penisola – che paga un prezzo altissimo ai troppi poteri forti che la tengono in pugno. Il giornalismo, naturalmente, rappresenta la prima barriera di difesa verso questi poteri, attraverso la denuncia e la pubblicazione di nomi, fatti ed episodi. Quando questo naturalmente, rispecchia quel senso “etico” di giornalismo di cui parlava Pippo Fava.

Ti chiederei di fare un breve excursus sulla situazione dell'informazione a Catania, che so essere accentrata per lo più nelle mani di un uomo solo, cioè Mario Ciancio Sanfilippo. E qual è, inoltre, la situazione nell'intera Sicilia?

L'informazione siciliana viaggia sul cartaceo prevalentemente attraverso tre grandi quotidiani (Giornale di Sicilia, Gazzetta del Sud, La Sicilia) che hanno in comune l'editore Mario Ciancio, socio del Giornale di Sicilia e della Gazzetta e unico proprietario de La Sicilia. I tre quotidiani hanno spezzettato il territorio e attraverso la distribuzione il sistema diventa blindato. In ciascuna edicola di Catania arrivano circa 200 copie de La Sicilia e massimo 9 della Gazzetta del Sud o del Giornale di Sicilia. Quindi il cittadino che vuole comprare un quotidiano, grazie a questo accordo commerciale trentennale, trova La Sicilia a Catania, il Giornale di Sicilia a Palermo, la Gazzetta del Sud nel messinese.
Ma il fattore determinante è quello della scelta dei cittadini e dei politici che fanno a gara per un trafiletto sul quotidiano di Ciancio, in una società basata sulla comunicazione, apparire sul quotidiano vuol dire esistere e per un politico è tutto. Il discorso vale anche per l'estrema destra e l'estrema sinistra. Faccio un esempio pratico: quando ho pubblicato sul Il Fatto Quotidiano la notizia che Mario Ciancio era indagato per concorso in associazione mafiosa non c'è stato un politico, un'associazione, compreso le “agguerrite” compagini di destra e di sinistra che hanno osato commentare, anche solo con un colpo di tosse, la notizia, confermata dalla Procura. Gli unici interventi sono stati quelli di Claudio Fava, figlio del giornalista Pippo ammazzato dalla mafia a Catania e di Sonia Alfano, figlia di Beppe Alfano, altro giornalista ammazzato dalla mafia e dai colletti bianchi, aggiungo io.
Ciancio controlla la prima emittente siciliana Antenna Sicilia, Telecolor, è proprietario di numerose radio ed ospita nella sede centrale de La Sicilia l'agenzia di stampa Ansa, che è il principale canale di comunicazione tra la Sicilia e il resto dell'Italia. Peggio ancora la situazione dei giornalisti, chi entra nel meccanismo dei quotidiani siciliani viene spesso schiavizzato e per arrotondare è prima o poi costretto a cedere alle sirene del potere. Gran parte dei corrispondenti delle agenzie di stampa, sono contemporaneamente collaboratori di emittenti o quotidiani di Mario Ciancio e ricevono incarichi dalla politica. In questo modo il giornalista rischia di diventare parziale, ma soprattutto di trasformarsi in un mercenario.

Come sei arrivato al giornalismo d'inchiesta e qual è stato il percorso giornalistico che ti ha portato poi ad “S”? Data la tua esperienza in questo specifico settore del giornalismo, puoi raccontarci brevemente com'è, oggi, lo stato del giornalismo d'inchiesta in Italia?

“Giornalismo d'inchiesta” è un termine comunemente usato per intendere quello che secondo me è “giornalismo” punto e basta. Per fare il “giornalista”, è necessario fare parlare i fatti, andare sino in fondo, ma soprattutto bisogna essere sganciati dal sistema che si vuole raccontare. La regola vigente in Italia, come ti dicevo prima, è quella di essere a libro paga dei potenti di turno e in quel caso si finisce per fare il mercenario. Io personalmente ho scelto di fare il giornalista, provengo da una famiglia di avvocati, magistrati e militari da numerose generazioni. Ho iniziato scrivendo su Paesi Etnei Oggi, un mensile agguerrito della provincia di Catania diretto da Fabio Cantarella ed edito da un'associazione senza fini di lucro animata dalla famiglia Pitrolino. Poi ho collaborato con il Quotidiano di Sicilia, dove ho conosciuto un collega che ha grandi qualità: Agostino Laudani, con il quale ho lavorato sul metodo di verifica delle fonti. Poi Il Diario di Enrico De Aglio, l'Espresso, Narcomafie, il settimanale siciliano Centonove e poi ho scoperto la televisione. Con Sigfrido Ranucci ho lavorato a quattro puntate di Report. Ranucci, coautore di Milena Gabanelli, è probabilmente il migliore giornalista d'Italia in questo momento. Allievo del grande Roberto Morrione, non ha bisogno di presentazioni. Poi altre due puntate come collaboratore con Report e adesso collaboro con Reportime, la vetrina d'inchiesta del Corriere.it e con Il Fatto Quotidiano. Il mensile “S” è al momento il mio punto di riferimento in Sicilia, gli editori sono dei colleghi fuoriusciti dal Giornale di Sicilia anni addietro che hanno deciso di rischiare e hanno vinto la scommessa. “S” è il primo mensile in Sicilia per qualità e copie vendute.

Quando e come nasce "S" e perché si è scelto, per gli approfondimenti cittadini, di occuparsi proprio di Catania e Trapani? Qual è stata la risposta dei lettori?

La risposta è stata che dopo Sud, quando ho accettato di creare e coordinare l'edizione catanese di “S” il numero di copie vendute si è decuplicato. Catania e Trapani sono due città determinanti per gli assetti affaristici siciliani. L'informazione gioca un ruolo importante e c'è sete di notizie. Con “S” è continuato il percorso nel mondo dell'informazione che ho iniziato tanti anni addietro. Prevalentemente mi occupo di grandi appalti, anche nel settore della sanità. E' stata annullata, dopo una nostra inchiesta, la gara d'appalto sulle forniture da €70milioni nel settore della sanità. Ho analizzato uno per uno 200 lotti e messo a nudo il meccanismo di aggiudicazione. La procura sta indagando e poi abbiamo raccontato moltissime altre cose.

Come lavori per preparare un'inchiesta? Quanto tempo ci vuole, di solito, dall'inizio dei lavori di approfondimento alla pubblicazione/alla messa in onda?

Il lavoro spesso dura mesi o anni, contemporaneamente seguo gli sviluppi di più “filoni”, ma il lavoro principale è quello di lottare per fare il proprio dovere. Quel sistema di cui ti parlavo prima, il sistema che governa la Sicilia, si basa sul fatto che sono venuti meno diritti e doveri, esistono soltanto i privilegi che come tali vengono concessi dai potenti di turno. Chi chiede raccomandazioni o ottiene favori, o riceve incarichi dal sistema, automaticamente entra a far parte del sistema per sempre. Il lavoro principale che deve fare il giornalista che si ripropone di fare inchieste, è quello di restare indipendente. Oggi non si spara in Sicilia, è più facile annientarti o farti morire di fame. Personalmente non ho mai ricevuto incarichi né favori da parte di alcuno. Quindi sono libero, poi il giornalista può anche sbagliare, può scrivere cose importanti o stupidaggini, ma al primo posto c'è l'indipendenza e la libertà. Riaffermare il sistema dei diritti e dei doveri in Sicilia e in Italia rappresenta l'unica strada per l'affermazione della libertà e della legalità.

Alla luce proprio del tuo curriculum fatto di collaborazioni sia in rete che nel giornalismo "classico", credi che ci sia ancora spazio, in quest'ultimo per un vero giornalismo d'inchiesta al di là di trasmissioni ormai consolidate come “Report"? Dall'altro lato, invece, quanto è importante il ruolo della rete, anche dal punto di vista di chi produce informazione?

Nel panorama dell'informazione ci sarà sempre spazio per il giornalismo d'inchiesta. Ma è una strada difficile, bisogna fare ogni giorno sacrifici, ma è una questione di scelte. Io ho fatto la mia e non saprei fare altro. La rete è importante ma non è tutto, il futuro è sul web, ma dietro le notizie c'è sempre un giornalista che deve legarsi i lacci delle scarpe e fare tanta strada. Rischiare e poi scrivere, e ancora scrivere.

Infine, una domanda sugli aspetti “organizzativi” del nostro giornalismo. Credi che oggi l'Ordine dei giornalisti sia ancora utile per tutelare chi ne fa parte, anche alla luce dei tantissimi giornalisti precari che stanno creando nuove forme di organizzazione? E inoltre, guardando anche al sistema giornalistico straniero, ti chiedo: credi sia davvero discriminante l'ottenimento del tesserino per definire chi può essere e chi non può essere giornalista?

Dal punto di vista delle tutele sul precariato penso che l'Ordine può fare ben poco. Il tesserino non è necessario per lavorare, in Italia esiste la libertà d'informazione e chiunque può scrivere. Forse il tesserino può essere utile per capire cosa vuoi fare nella vita. Vuoi fare il giornalista? Vuoi scrivere occasionalmente un articolo? Vuoi diventare professionista? Se esistono numerosi problemi nel mondo dell'informazione italiana, sicuramente la colpa non è sempre degli ordini professionali o dei tesserini che secondo le leggi vigenti possono far accedere ad alcune formule contrattuali che nessuno applica. I giornalisti pubblicisti o professionisti quasi mai lavorano con contratti giornalistici. Esiste la formula dei contratti con partita Iva, che rappresentano l'ala estrema del nuovo precariato. Esistono problemi concreti sul futuro previdenziale dei giornalisti. Nessun editore versa contributi. E mi fermo qui.
 

(foto: loschiaffo.org)
Andrea Intonti 

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