Occidente e dittatori: il caso della Guerra del Golfo

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ROMA, 15 APRILE - Le recenti rivolte nordafricane pongono un problema con il quale prima o poi bisog...

ROMA, 15 APRILE - Le recenti rivolte nordafricane pongono un problema con il quale prima o poi bisognerà fare i conti: i rapporti politici ed economici che i governi occidentali intrattengono con i paesi dittatoriali. In questa sede non ci soffermeremo sul singolo caso italiano e sulla natura dei rapporti del nostro Paese con la Libia del dittatore Gheddafi, pur consapevoli delle conseguenze talvolta criminali di quegli accordi, stipulati in cambio di gas e della limitazione di quel fastidiosissimo fenomeno che è l’immigrazione. Se in conseguenza a quegli accordi decine di disperati (si vedano a questo proposito le inchieste del bravissimo giornalista dell’Espresso, Fabrizio Gatti) sono stati lasciati morire di stenti nel deserto dal Colonnello, pazienza. È il prezzo che i migranti devono pagare per il nostro benessere.

Ci interessa, invece, riflettere sul fenomeno più generale che prescinde dal singolo caso italiano e che riguarda la natura dei rapporti che i paesi occidentali intrattengono con i dittatori più sanguinari, nonché il cambiamento di questi rapporti nel momento in cui si verifica qualche evento che potrebbe ledere i nostri interessi. Per farlo non ci riferiremo ai recenti sviluppi delle vicende nordafricane, ancora in fieri, ma ad un evento abbastanza lontano nel tempo da poter essere osservato in modo più distaccato e senza eccessivi coinvolgimenti emotivi. Torniamo indietro al 1991, anno della Guerra del Golfo.

Gli eventi bellici sono piuttosto noti e reperibili ormai anche nei manuali scolastici: il 2 agosto 1990 l’Iraq di Saddam Hussein invade il piccolo stato del Kuwait, per motivi legati sia ad antiche rivendicazioni di confini, sia a questioni relative alla politica di bassi prezzi del petrolio attuata dal Kuwait, politica che minacciava la fragile economia irachena già provata dalla lunga guerra contro l’Iran (1980-88). Le reazioni del resto del mondo sono immediate: sanzioni economiche, massiccio schieramento di truppe americane in Arabia Saudita e ultimatum dell’Onu nei confronti dell’Iraq, a cui viene intimato di lasciare il Kuwait entro il 15 gennaio 1991. Il 16 gennaio cominciano i bombardamenti aerei della coalizione internazionale (prevalentemente americana), seguiti a febbraio dall’offensiva di terra. Il cessate il fuoco viene proclamato il 27 febbraio, dopo il massacro di gran parte dell’esercito iracheno. Saddam, rimasto al suo posto, avrebbe poi utilizzato quello che rimaneva del suo esercito per reprimere le rivolte delle minoranze curde e sciite che su incitamento degli Stati Uniti si erano ribellate al dittatore.

Nel discorso televisivo che annunciava lo schieramento di truppe militari americane in Arabia Saudita, il presidente Bush dichiarò: “Nella vita di una nazione siamo chiamati a scoprire chi siamo e in che cosa crediamo. Oggi, come presidente, chiedo il vostro appoggio a una decisione che ho preso per permettere che ciò che è bene trionfi e ciò che è male venga condannato”. All’opinione pubblica occidentale, quindi, l’imminente intervento è presentato come una missione necessaria per far trionfare il bene sul male. Si tratta chiaramente di un discorso semplicistico e propagandistico, che divide il mondo in amici e nemici, in buoni e cattivi, ma prendiamolo per buono. Saddam, nessuno può negarlo, è stato un feroce tiranno che ha massacrato una larghissima parte della propria popolazione (si vedano a questo proposito le varie denunce fatte ben prima della guerra dall’associazione umanitaria Amnesty International). Un tiranno che doveva essere condannato affinché trionfasse il bene. Peccato che questo stesso tiranno, ora incarnazione del male, fino a qualche settimana prima dell’invasione del Kuwait fosse considerato un uomo affidabile con il quale era legittimo intrattenere rapporti, politici ed economici.

Già dalla fine degli anni ’70 l’Iraq, pur alleato dell’Unione Sovietica, adotta una politica di costante apertura all’Occidente. Quando scoppia la guerra contro l’Iran, paese reduce dalla recente rivoluzione islamica di Khomeini, molti paesi occidentali appoggiano Saddam fornendogli finanziamenti e armi attraverso società pubbliche e private. Senza l’aiuto delle armi occidentali, difficilmente Saddam avrebbe potuto vincere contro l’Iran. La guerra termina nel 1988 e Saddam appare agli occhi del mondo occidentale come colui che ha impedito la diffusione della rivoluzione islamica iraniana nel mondo arabo. Anche per questo motivo, già dal 1982 il presidente americano Reagan cancella l’Iraq dalla lista dei paesi finanziatori del terrorismo, consentendogli in questo modo di ricevere enormi crediti per l’acquisto di prodotti provenienti dagli Usa .

I rapporti con l’Occidente si complicano nel settembre 1989 in seguito all’esplosione di una fabbrica di armi chimiche in Iraq e alla condanna a morte per spionaggio (eseguita nel marzo 1990) del giornalista dell’Observer, Farzad Bazoft, che stava indagando proprio su quell’esplosione che aveva causato la morte di almeno 700 persone. I silenzi del governo iracheno sull’accaduto e, in seguito, l’uccisione del giornalista, provocano la riprovazione dell’opinione pubblica occidentale, ma ancora una volta i governi occidentali non mettono in discussione i loro rapporti con Saddam.

Il 25 aprile 1990, il presidente Bush manda un messaggio di auguri a Saddam in occasione delle celebrazioni per la fine del Ramadan, in cui auspica che i “legami tra Stati Uniti e Iraq contribuiscano alla pace e alla stabilità in Medio Oriente”. Il successivo 25 luglio l’ambasciatrice americana April Glaspie è in Iraq dopo la minaccia di Saddam di attuare un intervento armato in Kuwait per contrastare la politica petrolifera del piccolo emirato (che, ricordiamolo, teneva bassi i prezzi del petrolio attraverso la sovrapproduzione): “Signor Presidente – queste le parole dell’ambasciatrice – non solo voglio ripeterle che il presidente Bush auspica un miglioramento e un ampliamento dei rapporti con l’Iraq, ma desidera anche che l’Iraq contribuisca alla pace e alla prosperità in Medio Oriente. Il presidente Bush è un uomo intelligente: non farà la guerra economica all’Iraq”. Pochi giorni dopo, il 31 luglio, sarà il sottosegretario di Stato, John Kelly, a chiarire la posizione degli Stati Uniti nei confronti dell’Iraq durante un’interrogazione al Congresso. Nel caso in cui l’Iraq invadesse il Kuwait “saremmo seriamente preoccupati, ma non saremmo tenuti in base a un trattato o un impegno formale a impiegare forze americane”.

Non possiamo averne la certezza, ma è probabile che Saddam abbia interpretato queste dichiarazioni come un segnale di via libera, o quanto meno, come l’assicurazione che non ci sarebbe stato un intervento da parte delle forze occidentali in seguito ad una sempre più probabile invasione del Kuwait. Invasione che, di fatto, viene attuata il 2 agosto.

Da questo momento Saddam diventa l’incarnazione del male cui contrapporre tutta la propria forza affinché, per usare le parole di Bush, “ciò che è bene trionfi”. Sarà un alto funzionario americano a chiarire lo scopo ultimo dell’intervento americano in una dichiarazione riportata nel nel libro di Pierre Salinger ed Eric Laurent «Guerra del Golfo. Il dossier segreto», che ricostruisce le vicende immediatamente antecedenti l’intervento bellico: “L’occupazione del Kuwait non è di per sé una minaccia agli interessi americani. La minaccia vera sta nel potere che l’Iraq acquisterebbe nel momento in cui avesse nelle sue mani il 20% delle risorse mondiali di petrolio, che gli permetterebbe di controllare l’Opec e dominare il Medio Oriente, mentre non rinuncia al tentativo di procurarsi l’atomica”.

Il caso-Saddam è solo un esempio di come i governi occidentali mutano il proprio punto di vista sui peggiori dittatori non appena vedono minacciati i propri interessi. Si può certamente affermare che si tratta di Realpolitik e che governi ed economie hanno i loro legittimi interessi da tutelare. È un punto di vista, condivisibile o meno, ma legittimo. Possiamo però auspicare per il futuro un atteggiamento diverso dei nostri governi. Quando arriverà il momento di cambiare la natura dei nostri rapporti con altri governi dittatoriali, ci vengano per lo meno risparmiati i discorsi sulla legittimazione di un eventuale conflitto in nome di un inevitabile scontro delle forze del bene contro le forze del male. Se proprio non riusciamo a fare a meno di intrattenere rapporti con i peggiori individui del pianeta, che si abbia almeno il buon gusto di dire le cose come stanno. Per dirla con le parole di Noam Chomsky, “tortura, tirannide, aggressioni, massacri di civili, sono tutte cose accettabili, ma solo se non ci pestano i piedi”.

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