Domenica delle Palme: “L’entrata solenne” che definì la pace

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Ci sono avvenimenti nella vita dell’uomo che vanno meditati e conservati come fossero quadri di or...

Ci sono avvenimenti nella vita dell’uomo che vanno meditati e conservati come fossero quadri di oro fino. Ma bisogna guardarci dentro con sapienza e coerenza affinché la profondità ontologica di certi gesti e parole, consegnati all’umanità in un dato contesto, rimangano sempre vivi e possano essere inseriti volta per volta nella “stiva” spirituale e culturale della storia in cammino. L’entrata solenne di Gesù in Gerusalemme la domenica delle palme è un avvenimento centrale nel cammino di conversione permanente dell’uomo, assieme alla sacra cena, la passione di Cristo e la sua risurrezione che tracceranno qualche giorno dopo i confini universali della settimana santa. Il Figlio dell’uomo entra nel cuore d’Israele sul dorso di Asinello, perché si compisse quanto aveva scritto nel quinto secolo a.C. il profeta Zaccaria.

Il re della pace non sceglie né un cavallo, né un mulo, ma l’animale più semplice della terra. Il suo regno non è di questo mondo, ma come dirà a Pilato qualche giorno dopo, durante la sua passione, il suo regno è nei cieli. La gloria terrena non è il suo fine, ma la conversione del mondo. D’altronde proprio perché la pace è in cielo, come cantano gli apostoli mentre si stendono i mantelli al passaggio di Cristo, l’umanità avrà sempre di più bisogno del re dei cieli per trasferire nel cuore e nella mente dell’uomo il seme vero della pace e dell’armonia spirituale. È duro affermarlo, ma sulla terra non c’è pace se manca nell’animo di ognuno la Parola del Signore. La pace umana è spesso un compromesso, un calcolo, una tregua che bilancia interessi di tipo esclusivamente economico. Per una pace credibile non è solo vitale spegnere i frastuoni omicidi della guerra, ma fare qualcosa di più cibandosi di cielo

La pace che viene da Dio non accetta i dislivelli sociali ed economici che non permettono a milioni di persone di vivere con dignità la loro esistenza; non permette ad alcuno di sparare sull’altro o sull’altra, qualsiasi sia il motivo dichiarato; non lascia una moltitudine di persone in mezzo alla strada, senza cibo e un tetto sotto il quale ripararsi; non ignora le questioni socio-politiche che permetterebbero a migliaia di individui di non affogare in mare; non illuderebbe il mondo con falsi diritti e false libertà; non perseguiterebbe le minoranze religiose e civili in ogni parte del pianeta; non lascerebbe soli gli anziani e non farebbe mancare l’aiuto necessario a disabili e rifugiati, ecc. la pace è uno stile di vita primario e perciò il suo valore ontologico non può non appartenere al cielo. Se ci fossero veri convertiti nei posti più delicati del pianeta avremmo una società superiore.

Scrive il teologo “Se volete la pace dovete conquistarla nel cielo, perché essa non c’è sulla terra. Dice il Signore: la mia pace non è di qua giù, la mia pace è di lassù! Tutto perciò va preso dal cielo; tutto deve passare per nostro Cristo Gesù”. Cristo non è solo un operatore di pace; è un creatore di tutto ciò che serve all’uomo per non scontrarsi con il prossimo e condividere l’essenza della vita. I litigi, le vendette, il falso perdono, il rancore, il ridere dell’altro, il potere estorto con la guerra non appartengono al Signore. Lo stesso vangelo è un grido possente di pace semplice e limpida. È necessario per cambiare il mondo senza proclami o promesse roboanti che crescano più operatori di pace che sappiano come quest’ultima vada presa non in terra, ma nel cielo. Relazionarsi con Cristo fa di ognuno di noi un possibile portatore di pace. È quello che serve! È quello che manca.

 

Egidio Chiarella

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