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Lettera ad un Ateo nell'Epoca della Trascendenza

Lazio

ROMA - Capita per gli accidenti della vita di doversi risvegliare in un letto d’ospedale della terapia intensiva di cardiochirurgia, nella tua notte della conoscenza concettuale, in quella della tua ragione e pure in quella delle tue deliranti e sudate idee, in cui  ci sei solo tu, gli enti, e l’essere, in quella circostanza non sei più - con tutta evidenza -  né un essere e forse neanche un ente, sei solo un corpo straziato, martoriato da tubi, aghi, cannule e drenaggi.
Allora ti scopri fragile ed indifeso, impaurito, ti conosci umanamente insignificante, banalmente impotente e cerchi di riparare lo smarrimento che ti ha ridotto così, per capirlo e affrontare tutto il male ed il dolore che ne consegue.
Comprendi però solo che coloro che non credono in Dio, non sono non-credenti non perché Dio in quanto Dio sia divenuto per loro non-credibile, ma perché essi stessi hanno rinunciato a qualsiasi possibilità di credere nella proporzione in cui sono divenuti incapaci di cercare Dio. E non sono più neanche capaci di cercare, perché non sono più capaci di pensare. Esattamente come te in quel letto.

Cominci perciò a cercare Dio gridando dietro a Dio. Un arguto pensatore, decreterebbe il 'de profundis’. Ma invece ti ritrovi così da solo a chiederti: e il mio pensiero? Non ascolta il mio grido che implora?
Non lo udrà, fino a quando non avrà cominciato nuovamente a pensare con lucidità, a giochi fatti. E il tuo pensare avrà inizio quando avrai capito che la ragione, questa cosa tanto magnificata per secoli, la ragione, è il tuo nemico più accanito, quanto il tuo pensiero.

Scandagliare il substrato filosofico al fine di recuperare le sottili implicazioni religiose, ti aiuta così a non impazzire, e nel gioco misterioso di paure e fantasie che danzano col fluttuare di una flebo finita e di una invece nuova, riscopri le ragioni più profonde della tua teologia fatta morale, penetrando in uno scambio “fasico", il rapporto misterioso tra moralità e teologia.

Personalmente considero la religione come «un altro nome della moralità o un semplice compimento della moralità», l'aspetto etico lo rimando perciò alla valenza religiosa, e viceversa. Ho troppo introitato Kant, per esimermi dal ragionare, della tematica della “filosofia del limite” e più specificamente dei limiti della ragione, che rappresentano un indubbio caposaldo anche della mia per così dire religiosità modestamente tanto, troppo dubitativa.

La tematizzazione della religione è presente, in ogni considerevole intelligenza umana, perciò, in considerazione di quegli stessi limiti della ragione medesima, - che Kant invita sempre a riconoscere -  si assume in queste circostanze, tutto il senso che è dei limiti della ragione, come rappresentazione dell'origine di ogni più vivida convinzione religiosa.

Fu Jaspers, del resto che riconobbe nella filosofia o alla metafisica del limite, qualcosa di paradossale, cioè la limitatezza che ostacola, ma nello stesso tempo, suggerisce per così dire “l’oltrepassamento” nelle sfere di una religiosità morale ed etica. Sotto l'aspetto morale, da un lato la soggettività nel senso di persona è determinata dal limite della natura umana, dall'altro è proprio grazie all'io condizionato che viene a prodursi, nella tendenza dello spirito, a non disperdersi nel condizionato, ma ad orientarsi nella possibilità dell’incondizionato, che coincide con la vera questione dell’essere.

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La questione etica rimanda ed implica sia la metafisica del limite, come l'aspetto condizionante dell'uomo, sia come questione incalzante della trascendenza, solo che bisogna definire il valore autentico di questo trascendersi della volontà.
Che ci fosse una ragione morale deputata al superamento dei limiti, l’immenso filosofo di Königsberg lo aveva capito, tanto da portarlo ad affermare che: «La ragione da una tendenza della sua natura, è spinta a procedere oltre l'uso empirico, e ad avventurarsi, in un uso puro per semplici idee, fino agli estremi confini di ogni conoscenza»; In verità Kant stesso non ha mai spinto la sua analisi per meglio precisare o definire la qualità di una simile tendenza, che permettesse cioè l'esplicazione dell’oltre-passamento da una sfera ad un altra, ma vi sono numerosi filosofi che hanno invece provato a farlo. C’è l’osservazione di E. Weil, secondo il quale «a partire dall'idea di Dio si è formata per riduzione e diminuzione, l'idea dell’uomo. Dio non è antropomorfo [...] l'uomo [...] si comprende a partire dal suo originale, dalla sua origine». L'idea di Dio sottende perciò a un dover supporre: Possiamo noi ammettere un creatore del mondo unico, sapiente, onnipotente? Senza dubbio! E non solo possiamo, ma ne dobbiamo supporre uno così.

Con tutta evidenza ci appare che il Dio potente, appartenga più alla fisica, ossia scaturisca dalla dimensione di una certa conoscenza che l'uomo ha del mondo e della sua storicità, legata cioè alla dimensione temporale ed anche evenemenziale.
L'onnipotenza di Dio, apparterrebbe perciò ad un'altra sfera, essenzialmente più pura, non meglio per me chiarita.
Anche l’uomo allora  - come è comprensibile- avrebbe una duplice appartenenza: da una parte esso fa parte della sfera fisica o fenomenica che lo porta a considerarsi come essere limitato, finito ecc., dall'altra esso appartiene ad una umanità "santa” cioè eletta perché “supponente”.

Dover supporre però, non equivale quindi, al mero supporre, ma il supporre sottende ad un 'esigenza morale, un dovere - che Kant ad esempio- rappresenta come la vera questione dell'essere, il dover essere che richiama l'essere al dovere. Dover supporre non comporta un 'supposto', ma un 'qualcosa' che per dovere si lascia supporre.

Il dover supporre perciò appartiene all'uomo e non tocca minimamente la possibilità della Presenza o dell’essere-Dio.
Pensare come fa Kant a Dio morale, oppure pensare al Dio geometra di Spinoza, a quello garante dell'ordine fisico di Newton, al Dio sostanza di Cartesio, oppone quel Dio (per me Dio morale, più consono all’intelligenza critica dell'umana mia ragione), come la proiezione di una propensione naturale all’oltrepassamento degli umani limiti.

Certamente questa considerazione è una semplice disposizione naturale della (mia) ragione spinta da motivi meramente pratici, la cui specificità di assunti filosofici - in un ragionamento evidentemente tutto filosofico- è interpretabile secondo due differenti possibili significati: 1- dalle disposizioni legate alla natura sensibile, e 2- da quelle intelligibili.

La caratterizzazione che ne deriva è forse più interessante, se s'incentra sul dover essere (Sollen), poiché si appurerà meglio che la questione dell'essere convertito in dovere, oltre ad indicare semplicemente un richiamo dell'essere alla moralità, non implica anche un significato diverso, nel senso che ciò che viene denominato come morale non deve essere interpretato come un qualcosa che vada oltre la stessa morale. Ma lo stesso Kant, disgraziatamente, non ha mai chiarito la genesi di molte facoltà; insistendo sulla indeducibilità della morale pura, che invece converrebbe penetrare.

L'impianto pratico del ragionamento però si struttura sull'assenza di un fondamento o su un qualcosa che si è, ad un certo punto, voluto nascondere: una verità occultata. Pertanto scambiare il piano del pensiero con quello dell’ontologia, è un errore perdurato fino al criticismo, epoca in cui sarebbe stato 'definitivamente' annullato sotto l'aspetto logico.

Questo risultato è stato, a più riprese, presentato da una parte del pensiero filosofico-teologico, specie quello cattolico e dai filosofi di solida fede cristiana, libero da quei sofisticati logicismi, delle rispettive prove ontologiche e cosmologiche. Ad esempio la prova ontologica di Anselmo, svolta con l'uso della ragione,  che presupponeva, innanzitutto la fede, esplicitata contraddittoriamente: Ciò di cui non possiamo pensare nulla di maggiore, comprende ciò che si sente.
Ciò detto credo che nella storia del pensiero non esista un solo esempio degno di rispetto, che abbia visto maturare una fede religiosa, grazie a dei sensati ragionamenti logici. La fede è fede, ed in alcuni inusitatamente solida, forte e indubitabile come la roccia. Non la mia però, e men che meno la tua. Entrambe però potrebbero riconoscere che Nessuno tra noi che comprende ciò che Dio è, deve permettersi di pensare che Dio non esista.

Molte prove sull'esistenza di Dio, prendendo volutamente in considerazione solo l'aspetto razionale, non considerano la fede medesima, come la parte più significativa che accompagna la razionalità, nell'amor Dei.

Il tema che attiene la sfera dell’arbitrio personale e quindi della fede più incrollabile, ritengo perciò non meriti banalizzazioni o giudizi assolutizzanti, circa l’uso o abuso essenziale delle convinzioni religiose, ivi compreso ciò in cui si crede talvolta spropositatamente (fides quaerens intellectum).

Siamo abituati allo zelo religioso di coloro che con dignità vogliono comprendere ciò, in cui già credono, che è da considerarsi degno di rispetto e considerazione, almeno quanto quello che in essi non credono. Ed io sono giunta a considerare le prospettive, per riconoscermi come tragicamente fragile, pur nell’intento di continuare a convertirmi in qualunque religione possibile, per trasformare le convinzioni in filosofia. Per continuare senza timore il mio cammino di conoscenza, per portare con me l’esperienza acquisita e la forza delle mie idee dubitative, ricacciandomi nella paura e facendo ciò che voglio e sento.
Del resto prima Anselmo e poi Tommaso con le sue cinque vie della Somma teologica pensavano di dimostrare l'esistenza di Dio con il pensiero, anche se in cuor loro già lo sentivano quel loro Dio.

Kant apporta nel dibattito la disposizione del cuore, cioè il disporsi del cuore orientato alla legge morale, in questo senso la sua è definita come una fede tutta laica, che io naturalmente condivido e ammiro, dal momento che il mio ragionamento in estrema sintesi è il suo: Il Razionale è a mio avviso pienamente condivisibile, poiché con le tre prove si stabilisce solo l'impossibilità di dimostrare con certezza l'esistenza di Dio, ma non la sua Possibilità.

In definitiva posso giungere a non affermare né negare l'esistenza di Dio.

La critica kantiana alle tre prove testimonia, essenzialmente, l'inconsistenza di qualsivoglia teologia fondata sulla ragione speculativa o sui concetti puri, e in fondo è Kant a sostenere che alla base di tutte le prove c'è sempre lo stesso concetto puro e ontologico: «A base [...] della prova fisico-teologica c'è quella cosmologica, ma a base di questa la prova ontologica dell'esistenza di un Essere originario come Essere supremo» (Critica della ragion pura, cit., vol. II, p. 493).

È quanto mai efficace la riflessione della critica della ragion pratica in cui «il reggitore del mondo ci lascia soltanto congetturare e non scorgere o dimostrare chiaramente la sua esistenza e la sua maestà». Tanto che ci induce cioè a pensare che Dio è in rapporto solo alla possibilità, e alla postazione che deve essere modestamente intesa come l'eterno domandarsi su Dio.

Caro ateo, comprenderai che opposto alle due tendenze di chi crede e di chi non crede, vi è una terza via, che certamente non coincide come è stato ritenuto da molti critici, con quella dell’agnosticismo, ma è tuttavia contemplata tra quelli che in un'analisi più attenta, sanno realizzare un'altra considerazione ovvero: la postazione di Dio, come significato di una richiesta, di una domanda sull’esistenza stessa di Dio, sul regno dei fini; che l’essere per così dire “virtuoso” possa mediarsi attraverso la felicità, la bellezza, la giustizia.
Tutto questo dipende naturalmente dalla coscienza che si progetta, e si 'getta a favore' della “aspettazione”.

Tale prospettazione è convalidata dall'assunto, estrapolato dalla Critica della ragion pura Kantiana, secondo cui un processo logico che procede dalla «conoscenza di se stesso (dell'anima) alla conoscenza del mondo, e attraverso di questo all'Ente supremo» (Critica della ragion pura, vol. II, cit., p. 315). avvalora la tesi, secondo cui è possibile pensare alla teologia in un rapporto con la 'soggettività', che può essere considerata -per quel che mi riguarda-  in via “provvisoria” cioè come la continuità ideale, il filo conduttore di una filosofia che rispolvera l'idea del principio fondamentale della soggettività, che non ho inventato io, ma che strenuamente anche con questa mia, intendo difendere ed affermare.
Alla base della mia aspettazione c'è la morale (da Kant già introdotta nella stessa Critica della ragion pura), anche se ci sono tutte le ragioni per convincersi, che l’attività del credere ha tutte le caratteristiche di segnarsi nella volontà di trascendere, e già postulare, implicando un'autentica volontà, deputata alla trascendenza, che tuttavia ancora in pochi riconoscono e rispettano.

Del resto già la metafisica classica prospettava la trascendenza, che progettava nella domanda a cui seguiva una risposta.

Io mi pongo sovente la domanda incessante e tormentosa, che riconosce l’esistenza solo alla vera legge della coscienza, che nel frattempo è diventata la mia teologia. Così posso sperare solo di riuscire a convertire ciò che è la mia domanda di Dio in ‘speranza' che implica però sempre l' infelice, fondamentale disperazione dell'animo umano, disperatamente umano, troppo umano.

Il riferimento alla morale indica perciò il volere cioè che la volontà, si qualifichi come un voler essere, come un porsi a favore di, quindi come un gettarsi verso, un tendere a desiderare, un aspirare a…

Ma il fondamento di tutto ciò resta per me ancora molto 'oscuro' soprattutto se mi pongo la domanda esplicativa: perché mi devo porre nella direzione di…? In altre parole, perché trascendere in sé e fuor di sé, per essere pienamente me stesso e non accontentarmi dell'essere nel mio pieno egoismo, che mi parrebbe essere invece la tua compiaciuta risposta nichilista.
In altri termini perché la trascendenza al posto dell'immanenza del sé?

Io Agogno solo il rinnovamento della teologia e la possibilità che un Dio -se mai ve ne fosse alcuno- sottenda ad una disposizione, cioè ad un'apertura, giacché “l'essere che comanda non è fuori dell'uomo, come sostanza distinta dall’uomo”.

Ignoro se chi rifiuta la trascendenza, si ponga nella circostanza di non Apertura dell'accezione Jaspersiana del non voler Trascendersi; ovvero si determina a rendersi come motivo determinante della propria volontà. Ma mi riprometto: approfondirò.

Credo a questo punto di poter unicamente esplicitare solo la tendenza naturale o la disposizione al chiedersi, all’interrogarsi perché possa darsi la 'possibilità' di cogliere l'Incondizionato prima con le «idee trascendentali della ragione» e successivamente, quelle della 'supposizione' attraverso i postulati (Dio, Anima, Mondo), giungano a procedere spedite verso la propria affermazione, per chi è o sarà ancora disposto a farlo.

A me basta  di abbracciare la condizione fondamentale del filosofare, che necessità -come saprai- di superare il concetto di Dio, inteso come sostanza o come ente oggettivamente dato; dal momento che l'individuazione oggettivistica, invalida il presupposto della ricerca, in quanto il 'darsi' come sostanza oltre ad impedire un'analisi trascendentale, si delinea come fine già definito e fissato; e come docente di filosofia non posso permetterlo, dunque ne sono esonerata!


Il Dio inteso come 'oggetto' o come sostanza (il Dio sostanza) perciò contrasta per me con la stessa possibilità di  Non riuscire a compiere un'autentica ricerca teologica, che si fonda proprio nel non pre-porre Dio, come semplice ente sostanziale.

Ho appreso dalla filosofia che non è l'idea trascendentale di Dio a fondare una nuova teologia o una nuova metafisica, ma è la trascendentalità stessa è già per se stessa, la fondatrice di una nuova teologia e di un'inedita metafisica ancora tutta da apprendere e insegnare con lucidità e umana umiltà.

Ha ragione Kant, quando afferma  il Cristo-persona è rappresentato da un’idea, è «sinonimo dell'incarnazione teologica non in un uomo, che possa diventare oggetto di adorazione, ma nella umanità idealmente intesa ossia al massimo della perfezione morale».

Kant non ha concepito né Dio, né Cristo, come Persone, in quanto Dio viene concepito secondo una rappresentazione morale che si snatura in Dio morale; mentre Cristo si snatura nell'ideale della “santa” umanità; ma nonostante queste raffigurazioni (soggettivissime), ci sono aspetti e implicazioni inedite e comunque riferibili ad una teologia che non riduca né snaturi o banalizzi, il significato e le forme profonde delle religiosità individuali.

Io personalmente pur rispettandole e tollerandole pressoché tutte, preferisco quella forma di religiosità che si eleva a mera rappresentazione morale, a cui manifesto viva simpatia, anche per quelle schiere di persone forse sono tante e numerose, che persistentemente praticano e ricercano come me la morale teologica, ognuno col proprio dio, anche dal nome diverso.

La pretesa di vedere Dio come un mero essere fuori di sé, come ente oggettivamente offerentesi,  senza che possa cioè essere sentito nell’ in sé dell’uomo, rende Dio o meglio l'idea di Dio, una deduzione trascendentale di tipo soggettivo, anziché oggettivo, lo insegnava anche l’esimio prof. Masullo, nelle sue magnifiche lezioni partenopee di filosofia.

Vivo personalmente l'impossibilità di definire la questione del fondamento religioso puro, secondo il resoconto dell’antico e mai obsoleto metodo della metafisica speciale.

Forse l'indietreggiare difronte a Dio, che sta a significare, paradossalmente, lo scoprimento di un qualcosa, cui non si può attribuire una definizione, un nome, un concetto, ma che dà voce all'in sé irrappresentabile, è un atteggiamento giustificabile da un certo punto di vista.
L’indietreggiamento nei confronti del fondamento originario e nei riguardi della deduzione soggettiva, segna perciò il carattere finito dell’uomo, la sua finitezza e la tematica sulla sua libertà, una sua indegna rappresentazione,Tutti temi controversi e filosoficamente diversamente condivisibili.
La facoltà imperscrutabile, che nessuna esperienza può ancora contrastare, -ma che la ragione speculativa deve ammettere almeno come possibile-  è la facoltà della libertà, fatta salva anche quella di chi sceglie di non credere.

La scelta del non domandare, del non chiedersi dov’è Dio? sottende un'impostazione tipica di un pensiero alquanto piatto, quello che crede cioè che al silenzio, alla tensione tormentosa, occorre Non far parlare l'ente in se stesso, al di sotto delle nostre concitate domande di disvelamento, di comprensione o di sospensione dell’attesa.

Poiché in ognuno di questi casi s'incontra sempre prima di tutto "l'intruso" cioè l'uomo, con la sua  identica domanda: Cos’è che sono io uomo?
domanda che si anteporrà sempre a fondamento dell’uomo, sempre con la stessa appellazione cioè con tutte le sue innumerevoli irrisolte risposte alle domande.
Senza invalidare la propensione e la disposizione dell'uomo all’oltrepassamento; non rimane alcun che, né della vita, né dei suoi strumenti, fatta sempre salva la validità della trascendenza ontologica in cui scegliere di credere o non credere.

Forse il motivo per cui la ragione postula un qualcosa di trascendentale, dipende sempre dal fatto che l’esperienza (qualunque essa sia) non soddisfa mai pienamente la ragione, sottendendo alla drammatica 'inquietudine fondamentale.
Il domandare dell'uomo perciò, riferibile al senso dell'essere, in se stesso, concepito come non-detto, è essenzialmente legato all’ambiguità. lo diceva M. Heidegger in Fenomenologia e teologia «ogni pensiero, oggetto del pensare autentico, resta per ragioni essenziali, ambiguo».

Ritenere con Heidegger l'esistenza di «un pensare e un dire che non ha alcun carattere obiettivante né oggettivante», comporta pensare l'essere come "semplice disponibilità”.
Pensare l'essere non necessariamente nel senso oggettivo, è pensare alla teologia.

Ciò non è meno nobile che pensare all'idea di una qualsiasi altra scienza, come la chimica, la matematica, la medicina; in quanto non ci si occupa di un ente dato che considera Dio, l’uomo, e il mondo come enti, ma che sceglie invece di occuparsi della dis-posizione umana incline a trascendersi nell’Altro.

Angela Maria Spina