Presidente della CEC, Mons. Vincenzo Bertolone. "la notte del mondo"

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CATANZARO, 30 GIUGNO - «Il tempo della notte del mondo è il tempo della povertà perché diviene s...

CATANZARO, 30 GIUGNO - «Il tempo della notte del mondo è il tempo della povertà perché diviene sempre più povero; è già diventato tanto povero da non poter riconoscere la mancanza di Dio come mancanza».

È notte fonda, nel mondo. E la riflessione di Martin Heidegger, ripresa anche da un’antica canzone, aiuta a descrivere la drammaticità di un momento senza luce, tinto dell’infinito grigiore di una nebbia che non rischiara come il sole né inquieta come le tenebre, rivelandosi bastevole a celare gli istinti ed insufficiente a scaldare i cuori, a riconoscere i limiti della legge e dell’uomo e, soprattutto, incapace di percepire il silenzio di Dio. Una via di mezzo simile alla peggiore delle mediocrità in cui il senso dell’umanità affonda e si perde, tra qualche infamia e nessuna lode.

Di che cosa siano capaci gli uomini lo dimostra la Storia, e non era certo necessario attendere la pietosa (ed al tempo stesso, impietosa) foto di padre e figlioletta morti abbracciati nel tentativo di attraversare il Rio Grande, o leggere le ultime, più recenti cronache che arrivano dal Mediterraneo, sempre più un mare chiuso, per comprendere quanto flebile sia la forza della memoria e potente quella dell’indifferenza.

In epoche colpevolmente dimenticate, segnate dal furoreggiare dei cannoni e dalla vergogna delle persecuzioni razziali, erano stati stranieri a soccorrere popoli da sé lontani, nel tentativo – riuscito – di aiutarli a ricostruire una pur imperfetta democrazia sulle macerie dell’odio e della desolazione. Erano inglesi, americani e di tante altre nazioni, ad esempio, i figli venuti a morire in Europa per liberarla dal nazifascismo. Senza presentare alcun conto da pagare, spesso al prezzo del sacrificio della propria vita, erano accorsi a portare sollievo solcando i mari e attraversando i cieli, oltre i quali avrebbero potuto continuare a vivere serenamente se fossero rimasti indifferenti. Vennero, e furono accolti a braccia aperte, addirittura come liberatori. Oggi le braccia sono chiuse, come i porti e moltissimi cuori: ad esempio, non si dibatte più – come sarebbe certo legittimo – dei modi di contrasto ai fenomeni criminali legati talvolta all’immigrazione, ma si fa bersaglio di tanti uomini e donne solo perché sospesi su fragili imbarcazioni in mezzo al mare, tra epiteti irripetibili ed un’intolleranza che pareva sepolta per sempre. Invece non è così: l’indifferenza dei più regna sovrana, come nebbia difficile da diradare: non sente più la voce della coscienza, perché si nutre di banalità, e si inabissa nella propria colpevole ignavia.

È notte fonda, ma è anche tempo di reagire, ri-aprendo il moto delle coscienze libere e forti, richiamando il rispetto delle leggi, senza dimenticare che il rispetto della vita – almeno per i cristiani – non è secondario a nessuna norma. In questa oscurità come osservava Albert Einstein, il rischio maggiore «non viene da coloro che compiono azioni malvagie, ma da quelli che osservano senza fare nulla».
È buio pesto, fuori, ma è tempo di incamminarsi verso l’alba, per svegliarsi dal sonno, per ripartire, per ricostruire.

+ Vincenzo Bertolone

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