Sequestrano uomo per debito 50 euro, 7 arresti a Reggio Calabria

2004
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REGGIO CALABRIA, 13 FEBBRAIO - C'era un debito di 50 euro dietro il sequestro di un uomo, accompagna...

REGGIO CALABRIA, 13 FEBBRAIO - C'era un debito di 50 euro dietro il sequestro di un uomo, accompagnato dalla richiesta estorsiva di 500 euro, avvenuto a Reggio Calabria il 30 dicembre scorso. Stamane, a conclusione di indagini coordinate dalla Dda di Reggio Calabria, gli uomini della Squadra mobile reggina hanno dato esecuzione a un'ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal Gip presso il locale Tribunale, nei confronti di sette persone. Sequestro di persona e tentata estorsione in concorso, aggravati dal metodo mafioso, le contestazioni. In manette sono finiti Francesco Belfiore di 46 anni; Massimiliano Polimeni di 26; Carmelo Bruno Scaramuzzino di 19; Giuseppe Surace, 38 anni; Pietro Surace di 64; Bruno Surace di 61; e Domenico Natale Surace di 39 anni, tutti di Reggio Calabria eccetto Scaramuzzino, nato a Melito Porto Salvo (Rc).

Le indagini svolte dalla Squadra mobile e condotte dai sostituti procuratori della Repubblica Roberto Placido Di Palma e Angelo Gaglioti, hanno consentito di fare piena luce sulla vicenda estorsiva, aggravata dal sequestro di persona, verificatasi a Reggio Calabria nella notte tra il 30 ed il 31 dicembre scorso. Alle ore 20 circa del 30 dicembre, la titolare di una pizzeria comunico' alla sala operativa della questura che il compagno era stato poco prima costretto da alcuni individui a salire su un'autovettura, a bordo della quale era stato portato via per una destinazione ignota. Scattato l'allarme, intervennero le volanti e alcuni equipaggi della Squadra mobile che avviarono le indagini per sequestro di persona, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica. Le attivita' investigative, effettuate mediante l'audizione di testimoni e con l'ausilio di intercettazioni telefoniche e ambientali, analisi dei tabulati dei traffici telefonici delle utenze di interesse investigativo e delle immagini estrapolate dai sistemi di video sorveglianza presenti nelle aree circostanti al luogo del delitto, consentirono di ricostruire l'esatta dinamica del sequestro di persona e di comprendere come esso fosse finalizzato al compimento di un'estorsione consistente nella richiesta di una somma di 500 euro quale parte residua pretesa, ma non dovuta, da uno dei sette sequestratori, Giuseppe Surace. L'uomo aveva lavorato come pizzaiolo alle dipendenze della donna che aveva denunciato il sequestro di persona del convivente.  

Giunto alla pizzeria assieme alla compagna e ai figli minori della donna, la vittima era stata affrontata da Belfiore, Polimeni e Scaramuzzinono che, afferrandola per le braccia, la costrinsero a salire sull'autovettura di Belfiore con la quale si dileguarono. Durante il tragitto, l'uomo, a cui furono rivolte minacce di morte da Belfiore, fu condotto nella frazione Pellaro, contro la sua volonta', nell'abitazione dei Surace (Giuseppe e Domenico Natale Surace sono fratelli, Pietro e' loro padre e Bruno lo zio). In casa dei Surace, al sequestrato fu avanzata la richiesta estorsiva per dirimere una controversia legata alla posizione lavorativa del pizzaiolo. Quest'ultimo aveva lavorato nella pizzeria della compagna della vittima per circa un mese, tra agosto e settembre del 2018. L'accordo tra le parti prevedeva, come corrispettivo del lavoro svolto, il pagamento di 800 euro. Il datore di lavoro gli aveva gia' corrisposto 750 euro, sicche' la somma residua dovuta era di 50 euro e non di 500. Dal momento che il sequestrato aveva dimenticato il portafogli in macchina, quando era stato prelevato con la forza, i sequestratori lo riportarono in pizzeria per prendere i 500 euro. L'estorsione non fu portata a compimento perche' nell'esercizio commerciale c'era la Polizia.

Agli indagati e' stata contestata l'aggravante delle modalita' mafiose, perche' Francesco Belfiore minaccio' la vittima di sparargli in testa qualificandosi come "capo di San Cristoforo", cioe' referente delle cosche di 'ndrangheta che esercitano l'influenza su quella parte della citta' di Reggio Calabria, in ragione della sua parentela con un cugino ritenuto legato alla cosca di 'ndrangheta dei Libri. In ordine al delitto di sequestro di persona e' stata contestata l'aggravante di aver agito per realizzare il secondo delitto di tentata estorsione e in ordine a quest'ultimo reato e' stata contestata l'aggravante di aver commesso il fatto in piu' persone riunite ed in numero superiore a cinque, ponendo la persona offesa in stato di incapacita' di agire ed agendo in modo tale da ostacolarne la difesa.

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