Telefonata in diretta del Premier: siamo alle solite.

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NAPOLI, 26 GENNAIO - Stavolta non è servito intercettarlo per godere della sua voce alterata,...

NAPOLI, 26 GENNAIO - Stavolta non è servito intercettarlo per godere della sua voce alterata, che gracchiava dall’altra parte di un ricevitore telefonico mentre nello studio televisivo calava un silenzio quasi pietoso prima ancora che la rabbia indignata del conduttore. È bastata una trasmissione non compiacente sui temi che lo riguardano in prima persona (nel caso specifico, l’affaire Ruby) per far scattare la strategia del si vergogni!

Mi riferisco ovviamente all’intervento del nostro (e fa sempre più male dover usare questo possessivo) Presidente del Consiglio di lunedì scorso durante la diretta de L’infedele su La7: una telefonata durata meno di due minuti, giusto il tempo di una sparata che destabilizzi e crei confusione. Un monologo farcito di insulti – “trasmissione disgustosa”; “conduzione sgradevole, turpe, ripugnante” – interamente impostato sul binomio realtà/falsità tanto caro al Berlusconi politico: tutto quello che dico io è vero; tutto quello che dite voi è falso. Un fondamentalista atto di fede in un uomo che si costruisce come unico custode della conoscenza: “io so quello che sto dicendo, lei no.”

Ciò che stupisce non è tanto la violenza nei modi di Berlusconi (a quella ci siamo purtroppo abituati), quanto piuttosto l’ingenuità di Lerner, vecchia volpe del giornalismo italiano che però stavolta commette il genuino errore di frustrare la sua esperienza al servizio della speranza che per una volta sia possibile stabilire un dialogo: vana illusione.

I precedenti insegnano: Berlusconi conosce e contempla un’unica forma di comunicazione, quella del pulpito, delle folle da arringare, del faraonico così sia scritto, così sia fatto. Un’unidirezionalità informativa che non ammette repliche, non accetta domande, non si pone interrogativi: in poche parole, non permette il dialogo nella sua più aulica accezione filosofica, secondo la quale “Il principio fondamentale della democrazia non è il diritto di parlare, ma il dovere di ascoltare.”

Il primo, in ordine cronologico, ad imbattersi in questa lacuna comunicativa del Premier, fu Santoro, nell’ormai lontano 2001 (durante una puntata de Il raggio verde, che si stava occupando di Dell’Utri): ma allora la conversazione telefonica durò poco, perché visto il tono offensivo di Berlusconi, il giornalista lo liquidò alla svelta, invitandolo piuttosto ad un confronto in presentia. Invito sempre confermato in tutti questi anni, ma mai accettato, adducendo la motivazione che quelle di Santoro sono “trasmissioni-trappola” costruite ad arte per demolire l’imputato di turno.

Anche questa considerazione nasce da una deficienza di fondo sulla disciplina giornalistica, da allargare tuttavia all’intera classe politica italiana: il modello anglosassone (giustamente preso come riferimento, per un merito guadagnato sul campo attraverso inchieste che hanno fatto tremare palazzi e potenti: una su tutte, quella del Washington Post sul Watergate) ci insegna che il giornalismo deve essere il watch-dog del potere, non il cane da portare a spasso nelle occasioni di gala e da bastonare quando non obbedisce al padrone.

Per questo quando Berlusconi si sente rivolgere domande non gradite dalla Annunziata, si alza e se ne va, nel bel mezzo della diretta della sua trasmissione In mezz’ora (eravamo nel 2007): e ha la presunzione di sentirsi nel giusto, perché vigliaccamente attaccato, lui che è abituato ai mansueti salotti vespiani e simili.

Passano gli anni, ma il monologo non cambia: talvolta, a cambiare, sono i comprimari di questo indomabile protagonista. Almeno finchè anche l’uomo più mite e paziente venga portato all’esasperazione, come successo recentemente al degno Floris, che dopo essersi concesso quasi ad una linea telefonica diretta col Presidente del Consiglio per molte puntate del suo Ballarò, ha deciso infine di posare il ricevitore e di impostare la segreteria: forse a malincuore, perché in fondo Floris è un buono, di quelli che credono sempre nelle redenzioni.

Dal canto suo, Berlusconi non si è perso d’animo e ha trovato subito un altro numero a cui chiamare: Lerner, forse disabituato alla ribalta, per un attimo si sarà sentito un privilegiato e avrà pensato di poter arricchire il suo programma con un dialogo costruttivo. Ma si è risvegliato dal suo sogno utopico subito dopo, all’ennesimo insulto del Premier nei confronti delle donne, perfino quando interviene per difendere una delle sue donne (Nicole Minetti): “fa molto di più delle cosiddette signore presenti in studio.”

Il punto è proprio questo: Berlusconi non stava proteggendo una donna, stava tutelando una sua proprietà. Lo dimostra anche il successivo invito rivolto alla Zanicchi (visibilmente imbarazzata): “invito cordialmente l’onorevole Iva Zanicchi ad alzarsi, a venire via da questo incredibile postribolo televisivo.”
Quando capirà l’imprenditore Berlusconi che non tutti gli italiani sono suoi dipendenti? Ci provò una volta Santoro ad illuminarlo, durante quella famosa telefonata –
Berlusconi: “Santoro, lei è un dipendente del servizio pubblico: si contenga!”
Santoro: “Io sono un dipendente del servizio pubblico, non sono un suo dipendente, Berlusconi.”
- ma evidentemente il messaggio non ha raggiunto il destinatario.

Nel dubbio, mi permetto un consiglio: se siete il conduttore di un programma di approfondimento politico e non vi chiamate Vespa, non rispondete al telefono durante la diretta televisiva; potrebbe essere Berlusconi colto da un’irrefrenabile voglia di sfogare le sue frustrazioni su di voi.
 

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