"Tochi de paradiso": Antonio Canova al Centro Saint-Bénin di Aosta

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AOSTA, 07 OTTOBRE 2015 – Ancora pochi giorni per visitare al Centro Saint-Bénin di Aost...

AOSTA, 07 OTTOBRE 2015 – Ancora pochi giorni per visitare al Centro Saint-Bénin di Aosta la mostra Antonio Canova. All’origine del mito, resa possibile grazie alla sinergia tra le istituzioni, l’Assessorato Istruzione e Cultura della Regione autonoma Valle d’Aosta in primis, la Soprintendenza regionale per i beni e le attività culturali della Valle d’Aosta e la Fondazione Canova di Possagno - fino all’11 ottobre 2015.

Considerato uno dei massimi esponenti del Neoclassicismo, la fama dello scultore di Possagno (1757-1822) è legata a capolavori universali quali Le Tre Grazie, Amore e Psiche, Paolina Borghese, Teseo sul Minotauro. La rassegna aostana – a cura di Mario Guderzo e di Giancarlo Cunial – ne documenta l’iter creativo “all’origine del mito”, come recita il sottotitolo, attraverso un corpus di oltre 60 opere, tra marmi, gessi, terrecotte, acqueforti, tempere e dipinti a olio, concessi in prestito dalla Fondazione Canova di Possagno.

«È indubbio – osserva Mario Guderzo – che, nel clima effervescente di riscoperta e valorizzazione dei beni culturali italiani, nel corso del XVIII e all’inizio del secolo successivo, lo scultore Antonio Canova ha ricoperto un ruolo centrale. A partire dal 1780 egli si era stabilito, definitivamente, a Roma organizzando una bottega di scultura di eccezionale portata, tra via delle Colonnette e via della Frezza, luogo in cui furono creati moltissimi capolavori oggi custoditi nei più importanti musei del mondo» (dal catalogo della mostra edito da Silvana Editoriale). Era quella l’epoca del grand tour, della riscoperta dell’arte antica favorita dagli scavi archeologici e, «contrariamente ad altre fucine d’arte», sottolinea Guderzo, nella bottega del Canova «non si eseguivano copie, ma si producevano nuove espressioni artistiche che, comunque, potevano essere destinate a collezionisti».

Tra i meriti del Canova, ricorda l’altro curatore, figurano «due grandi imprese: collaborò nel 1802 alla stesura dell’editto di Pio VII sulla conservazione delle opere e dei monumenti e, nell’estate 1815, riportò in Italia (negli Stati pontifici soprattutto) i capolavori di scultura e pittura che Napoleone aveva trafugato nella campagna d’Italia del 1796-1799. Raggiunse poi, nell’autunno dello stesso anno, Londra, per valutare l’originalità dei marmi Elgin». Di fronte ai marmi del Partenone (erano «arrivati a Londra – annota Giancarlo Cunial – in centinaia di casse nel 1804, e sistemati da lord Elgin in un capannone nei pressi di Piccadilly»), «intorno ai quali da anni ferveva un intenso dibattito», Canova «pronunciò uno dei più famosi expertise della storia dell’arte: sono “tochi de paradiso”, egli affermò, perché esprimono “la verità della natura congiunta alla scelta delle forme belle”».

La produzione canoviana, in passato fortemente biasimata per l’eccessivo legame dell’autore ai modelli greci, nonché per la quasi assenza di sentimento (tra i giudizi più severi, quello espresso da Roberto Longhi nel 1946, “lo scultore nato morto, il cui cuore è ai Frari, la cui mano è all’Accademia e il resto non so dove”), è stata rivalutata dalla critica recente.
«Scaturita dall’imitazione dell’antico – spiega Daria Jorioz, autrice del saggio Canova e la permanenza dl classico, all’interno del succitato catalogo – e rimeditata anche in dimensione etica, la poetica canoviana è indubbiamente più articolata e complessa di quanto comunemente si pensi, come hanno evidenziato studiosi quali Jean Starobinski e Giuliano Briganti, che hanno colto nello scultore veneto anche le componenti preromantiche, prima fra tutte la riflessione sul tema della morte».

Per Daria Jorioz, «Antonio Canova domina perfettamente ogni aspetto tecnico, come emerge nella mostra aostana, ma è anche autore di grande sensibilità, attento al dato naturale, teso alla ricerca di una bellezza ideale che travalichi le epoche […] Alla vastità della sua produzione artistica, incrementata oltre misura dall’operosità della bottega, corrisponde un altrettanto grande varietà di soggetti e temi, che spaziano dalle opere sacre alle narrazioni mitologiche, dai ritratti nobiliari alle fantasie decorative». «La raffinatezza delle creazioni canoviane – conclude la Jorioz – si evidenzia non solo nei soggetti aulici, ma anche in temi apparentemente più leggeri e in qualche modo frivoli, anzitutto quello delle danzatrici, "le più belle fra tutte [...] poiché sono fluide come il pensiero" (Johann Winckelmann)»: dimostrano «che grazia e sublime possono coincidere, realizzando quell'ideale estetico di una sottile bellezza filtrata dall'intelletto».

Domenico Carelli

(Foto: courtesy Studio Esseci, in evidenza Antonio Canova “Due ninfe hanno rubato un turcasso ad Amore”,1799, tempera, 410 x 280 mm; in gallery, Antonio Canova “Danzatrice con le mani sui fianchi”, 1812, gesso, 179 x 75 x 67; Antonio Canova “Busto dell'Italia piangente per il Monumento funerario di Vittorio Alfieri”, 1810, gesso, 116 x 112 x 70)

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