Zingaretti e Di Maio si preparano: oggi incontro PD-M5S

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ROMA, 23 AGOSTO – Entra nel vivo la trattativa fra il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle ...

ROMA, 23 AGOSTO – Entra nel vivo la trattativa fra il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle per tentare di formare una nuova maggioranza parlamentare che possa sostenere un nuovo governo di coalizione. Da una parte, l’assemblea dei gruppi pentastellati di Camera e Senato ha sostanzialmente dato mandato al capo politico Luigi Di Maio ed ai capigruppo Stefano Patuanelli e Francesco D’Uva ad incontrare la delegazione dem. Poco dopo è giunta la replica del partito guidato da Zingaretti, il quale ha confermato che “dalle proposte e dai principi illustrati al Capo dello Stato e dalle parole e dai punti programmatici esposti da Di Maio, emerge un quadro su cui si può sicuramente iniziare a lavorare”.

Il Segretario del PD si è dunque recato presso gli uffici della segreteria dem nel Palazzo del Collegio Nazareno, seguìto a stretto giro di posta da altri dirigenti e big del partito, tra cui il presidente Paolo Gentiloni, il vicepresidente Anna Ascani, il vicesegretario Andrea Orlando ed il tesoriere Luigi Zanda. Nessuno di essi, tuttavia, si è intrattenuto con i cronisti presenti all’ingresso del Nazareno né sono trapelati commenti sull’incontro con il MoVimento, che dovrebbe essere stato fissato per le ore 14 di oggi (in un luogo ancora da definire, probabilmente terzo rispetto alle sedi di entrambi i partiti). L’obiettivo è quello di giungere ad un accordo che possa chiudere la crisi di governo in tempi brevi, come da esortazioni del Colle.

Il primo punto all’ordine del giorno sarà presumibilmente la questione relativa al taglio dei parlamentari, un cavallo di battaglia ormai tradizionale del Movimento 5 Stelle. “Per noi il taglio si deve fare ora, non tra qualche anno come chiede qualcuno. Si tratta di una riforma fondamentale per il futuro del Paese con cui gli Italiani risparmierebbero mezzo miliardo. Tra i 10 punti imprescindibili che abbiamo presentato, non a caso il taglio dei 345 parlamentari è stato fissato come primo, sia in virtù dell’importanza che gli attribuiamo sia in virtù del fatto che manca solo un voto e dunque due ore di lavoro della Camera per portarlo a compimento. Il taglio dei parlamentari è il presupposto per il prosieguo della legislatura e per darle solidità” – ha ribadito il capogruppo Patuanelli all’uscita dell’incontro con la delegazione dei parlamentari pentastellati. Il PD si è mostrato contrario alla riforma, già bocciandola nei suoi vari passaggi parlamentari, ma non per la riduzione in sè del numero dei componenti dell’organo legislativo, quanto per la ravvisata necessità di inserire il taglio nel contesto di una omogenea e coerente riforma istituzionale, che possa compensare la riduzione quantitativa della rappresentanza parlamentare. Del resto, anche la riforma proposta nel 2016 da Renzi prevedeva una riduzione complessiva del numero dei parlamentari, ma inserendola in un ampio meccanismo di revisione del bicameralismo perfetto e delle funzioni generali assegnate alle Camere sul piano costituzionale; molti esponenti dem, dunque, contestano il fatto che il semplice taglio numerico servirebbe soltanto ad indebolire in maniera eccessiva la rappresentanza popolare ed in generale le Camere, senza ridisegnarne effettivamente poteri e responsabilità magari anche con una revisione ulteriore della legge elettorale che punti a realizzare un sistema maggiormente proporzionale per evitare che pochissimi partiti possano monopolizzare il Parlamento. Le due posizioni non paiono del tutto inconciliabili, ma resta da capire quanto il Movimento sia disposto ad attendere per completare la riforma senza affrettare il taglio netto che risulterebbe dal ddl arenato a Montecitorio.

Una soluzione di compromesso dovrebbe essere poi ricercata anche relativamente agli atteggiamenti da tenere in politica estera: il PD è convintamente atlantista, mentre il M5S è storicamente scettico sull’appartenenza dell’Italia alle organizzazioni internazionali occidentali come la NATO e l’Unione Europea (nel 2015 raccolse firme per proporre un referendum sull’uscita dall’Euro) e negli ultimi anni ha dimostrato di avere interesse a stringere relazioni amichevoli con Russia e Cina, considerando l’ormai celebre memorandum d’intesa sulla “Via della seta” e la dichiarata contrarietà alla dichiarazione con cui l’UE esprimeva sostegno a Juan Guaidò, il leader dell’opposizione venezuelana anti-Maduro. Tuttavia, anche da questo punto di vista potrebbero esserci margini di trattativa, dato che nel Parlamento europeo il Movimento è passato nel gruppo misto dopo una legislatura di alleanza con partiti di estrema destra e nelle scorse settimane assieme al PD ha approvato la nomina di Ursula von der Leyen come nuovo Presidente della Commissione Europea.

Sull’immigrazione, durante il governo Conte il partito fondato da Grillo e Casaleggio ha appoggiato i cd. “decreti sicurezza” propugnati dal ministro Salvini, allineandosi alle posizioni delle destre soprattutto riguardo le accuse di malafede nei confronti delle ong che soccorrono i migranti. È vero che anche il PD si era spostato a destra con la linea-Minniti riducendo drasticamente gli sbarchi, ma negli ultimi tempi i dem sembrano aver nuovamente rinnegato quell’approccio, come risulta dalle aspre critiche rivolte ai blocchi navali effettuati dalla Guardia Costiera libica e dalle visite di vari esponenti del partito alle missioni assistenziali delle ong che operano nel Mediterraneo. Anche le posizioni relative alle politiche lavorative e di sviluppo economico sembrano lontane: paradossalmente, tra l’altro, in questo caso è il MoVimento ad apparire più a sinistra del PD per quanto riguarda le nazionalizzazioni delle aziende strategiche d’interesse nazionale – come Autostrade, Alitalia e persino Tim – e per gli investimenti nel welfare come il reddito di cittadinanza (che comunque alla fine non è risultato parecchio lontano dal reddito di inclusione della scorsa legislatura), mentre il Jobs Act realizzato dai dem mostrava grande attenzione per il mondo imprenditoriale, facilitando le nuove assunzioni e la crescita delle imprese, ma riducendo nel contempo le tutele per i lavoratori simbolicamente riconducibili al vecchio art. 18 dello Statuto. Anche su infrastrutture e grandi opere il PD sembra più in sintonia col centrodestra che col Movimento ed infatti la maggioranza che ad inizio agosto approvò le mozioni parlamentari a favore della TAV era composta da PD, Lega e Forza Italia; Salvini ha invece fatto circolare un documento in cui sono elencate varie opere che sarebbero state bloccate dal MIT guidato da Toninelli: dal porto commerciale di Pescara alla soluzione per il transito delle navi da crociera a Venezia, passando per l’autostrada Asti-Cuneo e la Gronda di Genova (sulla quale poi lo stesso Toninelli si è affrettato a dichiararsi favorevole). Infine, sarà molto delicata anche la trattativa sulla sanità, nel ricordo delle aspre frizioni che si sono consumate negli scorsi mesi ed anni a proposito degli obblighi di vaccinazione introdotti dalla legge Lorenzin e da sempre osteggiati dai 5 Stelle.

Bisogna comunque tener conto del fatto che in questo momento storico-politico le identità dei due partiti risultano piuttosto fragili: il PD è uscito frastornato dagli ultimi anni di governo ed ha appena cambiato il proprio segretario, che però non riesce ancora a fare grande presa sui gruppi parlamentari e su tutte le minoranze interne; il M5S ha conservato poco delle battaglie e degli approcci con cui era nato dieci anni fa e non è chiaro quanto intenda allontanarsi dalle strategie osservate in quest’anno trascorso al governo. Insomma, al di là dei temi su cui i due partiti si sono scontrati più duramente negli ultimi anni e nell’ambito delle varie campagne elettorali, non è escluso che nell’ambito di un negoziato si possa trovare un compromesso ed instaurare una collaborazione per proseguire la legislatura senza ricorrere ad elezioni anticipate.


Francesco Gagliardi


Fonte immagine: etleboro.org

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