Best of Festival, vince El Escarabajo al Final de La Calle: intervista a Vives, Lacaita e Cruz

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Cosa ci fa uno scarafaggio alla fine di una strada? Perché, alla lettera, questa è la traduzione d...

Cosa ci fa uno scarafaggio alla fine di una strada? Perché, alla lettera, questa è la traduzione del potente cortometraggio El Escarabajo al Final de La Calle di Joan Vives. Alla fine della strada, intanto, sbuca il Cinema Eden di La Ciotat, cinema più antico del mondo nella città legata alla memoria dei Fratelli Lumiére. Qui, nel Best of Festival diretto dall’italo-belga Turi Finocchiaro, il corto di Joan Vives raccoglie l’ennesimo premio, tanto più lusinghiero considerando che il concept del Best of prevede una selezione di più di cinquanta cortometraggi premiati in tutto il mondo, compresi Cannes, Berlino, Clermont Ferrand, gli Oscar e quanto di più rilucente a livello di palmares si possa immaginare.

E riluce, certamente, il Soleil d’Or, riconoscimento principe del festival, assegnato alla divertente commedia di Vives. Ma non è tutto oro quello che luccica: perché nella solare terra di Valencia, la storia comica del Escarabajo al Final de La Calle mescola toni anche neri, apertamente surreali, in un riuscito e baroccheggiante mix di generi ed umori. Nella pescheria del pueblo di San Valero, Lolín (l’incantevole Alexandra Lacaita), ha tre segni particolari: la madre avvenente e desiderata (Carme Juan), che gestisce la pescheria; il telefonino incollato all’orecchio; il singolare dono (?) di avere delle visioni che preannunciano la morte degli altri. Un “bel” giorno tocca allo sventurato Amadeo (Alfred Picó) essere oggetto della premonizione, tra uno sguardo al decolleté della pescivendola ed un’anguilla sgusciante: sì, sarà lui a morire in sette giorni. Ma è davvero una sventura? Mentre la vita gli scivola di mano, il pueblo gli prepara la festa e il funerale. Tra coccole e la paura della morte, Amadeo prova a sentirsi vivo.

Folle, davvero. Ma osiamo ragionarne lucidamente col regista Joan Vives, col direttore della fotografia Artur Cruz e con l’attrice Alexandra Lacaita.

ANTONIO MAIORINO: un cortometraggio diretto da un regista giovane rischia di diventare un esercizio di stile, ma El Escarabajo al Final de La Calle appare assolutamente maturo. Eppure, mi dicevi, nasce proprio nell’ambito degli studi…

JOAN VIVES: sì, l’idea della storia è nata perché dovevamo presentare un progetto alla fine del corso di studi universitari, per cui sentivamo molta pressione per scrivere una sceneggiatura che risultasse eccellente. Restava una settimana per consegnare la sceneggiatura. Da tempo stavo sviluppando un progetto un po’ strano, che non mi piaceva, che avevo rivoltato in mille modi e su cui avevo ricevuto vari consigli dai professori, ma che alla fine trovavo impersonale. Così, una settimana prima della consegna decisi di cambiare con qualcosa che conoscevo e di cui mi piacesse parlare: Valencia e tutto ciò che mi piace della mia terra. Da cinque anni ero andato a studiare a Barcellona. I miei nonni erano morti proprio quella settimana e fu così che pensai di parlare della paura della morte, mischiandola alla ricchezza ed al carattere festoso della gente di Valencia. Ho un’immagine della popolo di Valencia dal carattere agrodolce: la gente a volte è crudele, ma poi si diverte molto nelle strade. Se non conosci le persone di Valencia, pensi semplicemente che abbiano un carattere allegro e vivace. Io invece ho voluto mostrarne questa doppia natura.

A.M: e senti di esserci riuscito?

J.V: credo di sì, spero di sì. Immagino sia difficile farlo con tutte le sfumature, ma almeno in parte, sì, spero di esserci riuscito.

A.M: hai cercato più di ridere della morte o di concentrarti sulla vita per far capire come debba essere vissuta in maniera più autentica ed attiva?

J.V: penso che il film sia un po’ pessimista. Non è un film che finisce con un protagonista che abbia imparato a vivere. L’unico momento in cui Amadeo è stato felice è la settimana in cui credeva di dover morire: la gente gli faceva regali, ma soprattutto gli regalava la propria attenzione. È una riflessione su cosa significhi sapere di morire. Da un lato la vita finisce, ma dall’altro tutto il mondo ti presta attenzione. Ed allora, cos’è peggio? Morire, o vivere finendo nel dimenticatoio?

A.M: nel film si affacciano elementi horror e fantastici sullo sfondo della commedia. Ogni regista che si confronta con un genere, si confronta anche con i suoi codici ed i suoi stereotipi. Raccontaci come è stato per te. Quanto libero ti sei sentito?

J.V: non mi avvicino mai alla creazione di un film a partire da qualche modello. L’università ti insegna a “rubare”, a partire da qualche riferimento per poi arrivare alla tua personale interpretazione. In questo caso, invece, non abbiamo proceduto esattamente così. Semplicemente, abbiamo molte influenze nella testa ed alla fine vengon fuori in maniera naturale. Nel film tutto è molto barocco, c’è un po’ di falso documentario, un po’ di horror… è un atto di libertà quello di poter usare un genere o l’altro per raccontare la nostra personalissima storia.

A.M: una volta il regista di un film, guarda caso un corto comico, mi ha detto che nella commedia l’elemento chiave è il ritmo. Come hai fatto a mantenerlo alto?

J.V: penso che il nostro ritmo sia molto veloce, direi vertiginoso. Ogni volta che l’azione rallenta, inseriamo un input con qualcosa di inaspettato. Cerchiamo sempre di tenere viva l’attenzione. Ho scritto la sceneggiatura facendo in modo che non ci fosse nemmeno un momento morto. D’altronde sono fatto così, sono una persona iperattiva! Per esempio, quando faccio un disegno, dopo un po’ aggiungo un po’ di barba, poi un orecchino, poi cambio qualche altro dettaglio… non mi sta mai bene! A volte mi chiedo se essere così iper-stimolato, anche dal punto di vista creativo, non sia un eccesso!

A.M: Artur, da direttore della fotografia deve essere stato tutt’altro che banale confrontarsi con la luce mediterranea e solare di Valencia… per un film che parla di morte.

ARTUR CRUZ: Valencia è una città molto speciale perché dal mio punto di vista possiede una luce calda e gialla, ancor di più in estate, il periodo in cui abbiamo girato il film. Tutto ciò si combinava bene con la nostra storia, che voleva mascherare la tragedia con qualcosa di allegro e picaresco, in linea con la descrizione di Valencia che il regista voleva fare. Ciò che ho fatto, dunque, è stato volgere a mio favore questa condizione: la luce calda, solare, estiva ha funzionato benissimo al fine di far avvertire agli spettatori il contrasto con una vicenda incentrata sulla morte. Mi immagino la sensazione: “parlano di un uomo destinato a morire e fanno feste con tanto di cartelli!”. Allo stesso tempo ho voluto rispettare la luce dei bar e della case tipiche della città, con la maggiore naturalezza possibile.

A.M: nel film c’è una partecipazione straordinaria delle comparse, al punto da farne un film corale. Come siete riusciti a coinvolgere le persone?

A.C: l’aspetto principale è quello di girare in un pueblo. C’è una grande differenza tra le riprese in una grande città ed in un pueblo. Nel pueblo la gente è molto curiosa ed attiva, si interessa a quello che succede. Anche il Municipio si è interessato e ci ha aiutato, sollecitando la popolazione a venire ad aiutarci nelle riprese. Alla fine eravamo anche in troppi! Quando in un pueblo non succedono molte cose, o c’è un altro ritmo di vita, ed all’improvviso ci si ritrova con decine di persone con una telecamera, mille cose da fare e mille storie, beh, allora la gente viene e ti chiede cosa stia succedendo. Di lì a chiedere di farsi riprendere dalla telecamera, il passo è breve!

A.M: Alexandra, c’è stato un momento nella prima parte del cortometraggio in cui ti sei sentita eroina di un personaggio horror? Sei protagonista di una scena piuttosto impressionante, quella della premonizione.

ALEXANDRA LACAITA: Non so cosa possa pensare la gente quando mi vede, ma ti posso dire come l’ho vissuto. Sono state delle riprese divertenti, tutto è filato liscio. Già avevo lavorato prima con Joan ed Arturo. Mi fa strano che la gente faccia commenti del tipo “facevi paura!” oppure “ho dovuto coprirmi gli occhi”: non ho questa visione di me!

A.C: naturalmente c’è molta differenza tra il ciò che fai sul set e ciò che vedi sullo schermo. Con l’aggiunta degli effetti, questa distanza cresce. La voce, per esempio: ciò che Alexandra ha detto magari con un filo di voce è stato trasformato nel film in tono decisamente diabolico!

A.M: proprio sugli effetti farò una domanda, ma prima vorrei chiedere un’altra cosa ad Alexandra. Com’è il rapporto tra il tuo personaggio e sua madre? Sembrano quasi costituire un’unica entità, due personaggi in tandem.

A.L: il rapporto tra la pescivendola e sua figlia Lolín – il mio personaggio – le vede molto unite: sembrano della stessa età perché la madre ha avuto la figlia da giovane, e la figlia è cresciuta solo con la madre, quindi più che una relazione madre\figlia, a volte è una relazione da amiche. Sicuramente in passato la madre deve essere stata iper-protettiva e non averle consentito di fare ciò che voleva. Lavorano insieme nella pescheria. Il mio personaggio, inoltre, ha visioni del futuro e questo la rende un po’ strana agli occhi della gente del pueblo e la fa sentire più unita alla madre. C’è una scena nella seconda parte con gli abitanti del pueblo nella piazza che sembrano, all’improvviso, diventare ostili, vista la piega assunta dai fatti; in quel momento, la madre protegge la figlia. Sai, credo che dal punto di vista della figlia sia un rapporto del tipo: “ok, siamo amiche… a volte t’ignoro, ma quando serve, cerco rifugio da te”.

A.M: ed ora, dagli affetti passiamo agli effetti. Joan, come li avete gestiti?

J.V: è stata opera di Sergi Rejat e Bernat Fontanals, entrambe studenti insieme a noi. Ci hanno messo tre mesi a produrre il modello dello scarafaggio. Era complicato perché si trattava di un processo molto lungo a livello tecnico. Normalmente le animazioni di un film le realizzano team molto numerosi, mentre qui erano solo in due. Però il tempo non mancava. Abbiamo fatto quattro mesi di prove per fare in modo che lo scarafaggio si muovesse come un vero scarafaggio. Penso sia stato un buon lavoro per i mezzi a nostra disposizione. Era un modello 3D combinato con alcuni effetti materiali durante le riprese. Ad esempio, una lampada che si muoveva con dei fili trasparenti, oppure un letto che si muoveva grazie ad una persona sotto, a cui nel film viene aggiunta l’immagine dello scarafaggio. Lo scarafaggio funzionava meglio quando toccava qualcosa e si muoveva. Ebbene, c’è un’inquadratura in cui non tocca nulla, ed infatti quell’inquadratura non mi piace, mi sembra falsa! In sintesi, comunque, questo abbiamo imparato: a combinare effetti digitali con effetti materiali. Per quanto riguarda Alexandra, l’abbiamo truccata con gli occhi totalmente bianchi e la faccia bianca a cui in postproduzione abbiamo aggiunto le vene, con sporgenze e sfumature.

A.M: Joan, Artur, Alexandra: parto dal presupposto che continuiate a lavorare assieme. Lo farete con qualcosa di simile a El Escarabajo, oppure cambierete rotta?

J.V: non sapevamo se questo corto avrebbe avuto successo. Quando l’abbiamo finito, allora, abbiamo velocemente girato un altro cortometraggio, molto diverso da questo: El Día de Los Inocentes. L’abbiamo girato subito dopo con meno soldi e meno personaggi. Non ha molto a che fare con El Escarabajo al Final de La Calle: è, sì, girato a Valencia, con personaggi del pueblo – le due costanti più importanti – ma non è così chiaramente una commedia, non ha aspetti documentari, non mescola i generi. Il nostro primo impulso dunque è stato di fare qualcosa di totalmente diverso. Ora che El Escarabajo ha avuto questo successo, di cui siamo orgogliosi, a dire la verità per il terzo cortometraggio sento un po’ il bisogno di tornare su questa linea: non so se sia una cosa positiva o negativa, ma di certo corriamo il rischio di auto-copiarci, ed è un rischio che dobbiamo evitare.

A.C: la nostra intenzione è di continuare a lavorare assieme perché abbiamo capito di essere complementari. È quasi come scoprire un tesoro. Lavorando assieme tireremo fuori cose molto interessanti. È una piccola famiglia. Dal mio punto di vista sarebbe bello trovare nuove proposte, nuove idee e soprattutto nuove e follie per altre esperienze da condividere.

A.L: dal canto mio, come attrice, sono più che lieta di poter lavorare con Joan ed Artur. Ci conosciamo bene, come diceva Artur, e così lavorare diventa più facile. Grazie alle storie di Joan posso interpretare personaggi molto diversi da me e stimolanti dal punto di vista professionale. Sarei felice di poterlo fare di nuovo!

(IMMAGINI: in alto, dettaglio del poster; all'interno, 1: da sinistra, la giurata Gaëlle Rodeville con Joan Vives, Alexandra Lacaita ed Arturo Cruz nel Best of Festival a La Ciotat; 2: scena del film con Carme Juan e Alfred Picó; 3: Alexandra Lacaita interpreta Lolín)

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Antonio Maiorino

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