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La Polonia ai tempi del Covid-19, “tra il panico e l’indifferenza”

Lombardia > Bergamo

BRESLAVIA, 22 MAR - Oltre poter condividere il mio personale vissuto, ho avuto l’opportunità di intervistare italiani residenti in diverse zone della Polonia. Una delle principali differenze con l’Italia, che balza subito agli occhi, è il basso numero di tamponi che vengono fatti qui.

Per fare un esempio lampante, nel mese di Febbraio (dunque quando in Italia si era in piena emergenza Coronavirus) la mia compagna ha avuto un fortissimo e atipico attacco influenzale, caratterizzato inizialmente da mal di gola e raffreddore, poi da insopportabili dolori addominali e da una tosse costante che non le consentiva neppure di dormire la notte. Dopo pochi giorni dal manifestarsi e dall’evolvere dei sintomi, siamo andati in una struttura sanitaria privata della Luxmed (ubicata in Breslavia, dove viviamo) perché potesse essere visitata. Non le è stato fatto nessun tampone, la dottoressa le ha prescritto alcuni medicinali e 5 giorni di riposo. Nell’arco di una settimana è stata meglio, sebbene una leggera tosse è perdurata per un paio di settimane in più. Cosa abbia avuto non lo so, ma so che in Italia le avrebbero fatto il tampone (o quantomeno la avrebbero segnalata come potenziale positiva). Si consideri che fino all’altro giorno qui in Polonia il tampone costava 500 PLN (circa 120 euro) per chiunque avesse voluto fare il test, da pochi giorni invece è gratuito per i sintomatici.

Questo aneddoto ci porta a quella che è stata la credenza dominante dei polacchi fino alla settimana scorsa, ovvero che il Coronavirus fosse un problema soltanto dell’Italia, una cosa lontana. Situazione che ho riscontrato nel quotidiano, percependo in giro la paura delle persone quando mi sentivano parlare in italiano (la cosa mi ha sorpreso doppiamente, considerando che, fino a qualche mese fa, la maggior parte dei polacchi con cui avevo interagito confessava di ritenere l’italiano una lingua particolarmente musicale e piacevole da sentire). Persone che non appena mi sentivano parlare italiano, con sguardo terrorizzato, arretravano istintivamente di due metri o si coprivano bocca e naso con i vestiti (come se potessero essere infettati soltanto da italiani).

La maggior parte degli italiani che ho intervistato, facendo il raffronto con quanto successo in Italia nell’ultimo mese, concordano nel ritenere che molti polacchi non abbiano realizzato il pericolo potenziale. È di questo avviso anche Michele Sanna, residente a Poznan. Egli, come la maggior parte di noi italiani residenti in Polonia, lavora da remoto per una delle tante multinazionali presenti sul territorio e ci dice: “non vedo molta preoccupazione, la gente esce normalmente, soprattutto nei parchi. Penso che non ci sia la percezione del rischio, anche perché qui la situazione per il momento non è ai livelli di altri paesi”. Poi continua dandoci informazioni su quello che sa della percezione degli stranieri “non sono uscito tanto nell’ultimo periodo, quindi non ti saprei dire con certezza. So che ci sono stati problemi coi cinesi il mese scorso, ma verso gli italiani non ho sentito nulla. Un amico italiano, che vive qui a Poznan, mi ha raccontato che nei primi giorni lo chiamavano a ripetizione amici e conoscenti per chiedergli come stava; come se solo il fatto di essere italiano significasse avere il virus”.

Già nella settimana scorsa, diversi membri del governo polacco spiegavano, durante le interviste ufficiali, che in Italia risultano più positivi soltanto perché sono stati fatti più tamponi; questo per dire che la cooperazione dei polacchi nell’evitare aggregazioni, per combattere la diffusione del virus, è fondamentale. Nonostante ciò tra i polacchi è nata inesorabilmente la psicosi per il made in Italy. Il cibo italiano è rapidamente passato nell’immaginario collettivo da status quo a pericoloso. Alcune catene di supermercati, come ad esempio Żabka e Carrefour Polska, hanno cominciato a boicottare pubblicamente i prodotti italiani (segnaliamo che l’ambasciata italiana ha ufficialmente espresso disappunto per questa decisione, sostenendo che la scelta si basi su presupposti privi di fondamento scientifico). Di rimando molti italiani hanno deciso di boicottare per protesta queste catene, tra questi, oltre me, troviamo Roberto Tallarigo, residente a Danzica.

Roberto lavora nell’Opera Bałtycka, che dai primi mesi di Marzo è stata temporaneamente bloccata. Raccontandoci come è cambiata la sua vita, dice “fortunatamente ho un contratto statale a tempo indeterminato, quindi da questo punto di vista mi sento molto tranquillo. Sto facendo una vita molto più sedentaria, ma mi sono adeguato a questi nuovi ritmi, tra virgolette, allenandomi a casa. Sono stato molto soddisfatto per la risposta dei dirigenti del Teatro, in quanto già due settimane prima che in Polonia venissero chiusi i confini, avevano provveduto ad adottare misure preventive ed igienizzanti a tutela dei dipendenti. Mentre per essere sincero, non sono contento di come ha reagito il governo polacco, soprattutto in merito alla decisione di Żabka e Carrefour Polska di bandire i prodotti italiani dai propri scaffali. Ho deciso insieme a molti altri connazionali di boicottare questi supermercati, perché ritengo il loro gesto un atto insensato e discriminatorio”. 

Continuando a raccontarci la situazione in quel di Danzica, ci racconta che “nei primi giorni c’è stata una forsennata corsa ai supermercati. Tutt’oggi è difficile trovare sugli scaffali anche molti generi alimentari di lunga conservazione, come se ci fossero le bombe sulle fabbriche. Anche io sono stato costretto ad adattarmi a fare spesa folle. Inoltre non mi sento rassicurato dal governo, infatti quando i miei genitori mi chiedono notizie ufficiali non so cosa rispondere”. 

Infine per quanto concerne episodi di razzismo verso gli stranieri ci dice “non ho riscontrato nulla di diverso per quanto riguarda la solita percezione nei miei confronti, sebbene una mia collega giapponese è stata vittima di aggressione verbale da un gruppo di giovani”.

In linea con il pensiero emerso, dai feedback finora riportati, è Davide Cutillo, studente Erasmus domiciliato a Varsavia. Lui ci racconta “la cosa che mi ha colpito subito è stata vedere le persone che mi deridevano quando mi vedevano camminare per strada con la mascherina ffp2. Delle persone con cui ho a che fare, sembra che soltanto italiani, spagnoli e francesi abbiano una reale percezione del pericolo (probabilmente perché conoscono la situazione in casa propria). I polacchi sembrano disinteressati, ne vedo tantissimi in giro al fiume senza mascherina. Una cosa che ho notato è che sono aperti anche alcuni negozi di vendita al dettaglio che non trattano beni primari, finanche negozi di videogiochi, nonostante la disposizione di chiusura recente da parte del governo polacco. Inoltre, sebbene ci siano avvisi affissi alle entrate che invitano a mantenere la distanza di un metro, ho notato che la gente fa un po’ come gli pare. La cosa che mi ha lasciato pensare più di tutte è stata vedere quello che succede al centro epidemiologico, che si trova proprio sotto casa mia. La gente che va a fare le visite epidemiologiche per un possibile contagio, non adotta alcuna precauzione, io non dico che dovrebbero andare con la mascherina, ma almeno rispettare le distanze di sicurezza. Perciò l’idea che mi sono fatto è che il governo fino ad oggi è stato molto bravo con le parole, ma molto povero con i fatti”.

Sempre da Varsavia, abbiamo informazioni da Raffaele Marino, un attivista del Movimento 24 Agosto. “Io lavoro in una società che distribuisce macchinari e prodotti per la diagnostica medica a laboratori ed ospedali, un’attività che non si può fermare, soprattutto in questo momento. Un caro amico insegnante d’italiano è stato messo a riposo cautelare di ritorno dalla Puglia, idem una sua amica di Torino. Non credo che in Polonia ci sia razzismo verso gli italiani, che di norma sono ben visti, ma di sicuro i polacchi hanno molta paura delle notizie che arrivano dall’Italia; questo mi lascia pensare che casi di razzismo esplicito possano essere possibili, ma per lo più casi sporadici e isolati simili a quelli avvenuti in Italia verso i cinesi”. Per quanto concerne la sua percezione riguardo i movimenti del governo ci dice “Credo che la Polonia abbia preso provvedimenti con grande ritardo rispetto all’Italia. I voli aerei da e per la Cina sono continuati come se niente fosse, senza effettuare alcun controllo sui passeggeri. I tamponi sono iniziati solo due settimane fa, e ne sono stati fatti un numero troppo limitato”.

Per concludere i feedback dalla capitale, ultimo ricevuto anche cronologicamente, abbiamo Domenico Galasso, pizzaiolo e gestore della pizzeria “A casa mia”. Ci dice “lavorativamente è cambiato che da un giorno all’altro abbiamo dovuto chiudere, con un preavviso per la data di chiusura di meno di 24 ore. Il proprietario ha subito un danno economico molto alto, oltre la mancanza d’incassi, anche solo per gli ingredienti che ha dovuto buttare, minimo 2000 PLN di roba. A livello quotidiano la mia percezione è che in 2 giorni è cambiata Varsavia. Per quanto riguarda il governo ho riscontrato elementi positivi ed elementi negativi. Si è mosso bene perché ha cominciato a chiudere tutto prima che i contagiati fossero un numero troppo elevato, d’altro canto non vedo il senso di chiudere i ristoranti se poi si consente il take away, a mio avviso ha fatto bene il governo italiano a vietarlo. I polacchi sono divisi sulla situazione, c’è chi è molto preoccupato e chi la prende a ridere e se ne frega continuando la propria vita tranquillamente. In generale però devo dire che si vede molta meno gente in giro per le strade, direi il 60% in meno… e quelli che si vedono sono per lo più persone che lavorano”.

Giuseppe Armenio, che lavora in remoto per una grande multinazionale e che ha comprato casa in una zona rurale, a 40 kilometri da Zakopane (forse la zona di montagna più rinomata della Polonia), ci racconta un altro spaccato della nazione polacca, che sembra essere un po’ distante dalle preoccupazioni che vanno aumentando nelle grandi città. “Io vivo qui da due anni ormai, quindi la gente mi conosce e non ha paura anche se sa che sono italiano. Il problema del coronavirus viene percepito come lontano e appartenente ad alti luoghi. Ho notato però sguardi titubanti quando, accompagnando la mia morosa in un ospedale distante da dove vivo, mi hanno sentito parlare italiano. Vorrei infine riportare una confidenza fattami da un medico che lavora a Cracovia, ma che vive dalle mie parti; lui sostiene che i casi dei positivi in Polonia siano sottostimatiti, dati alla mano, perché non si fanno abbastanza tamponi”.

Come ultimo feedback abbiamo le parole inviate da Andrea Borroni, anch’egli lavoratore da remoto, che vive a Cracovia: “Come prima cosa vorrei sottolineare le differenze, ma anche le grandi somiglianze, che ho potuto vedere nel comportamento delle persone. In Italia abbiamo visto persone che all’inizio sottovalutavano la situazione e facevano satira, dal comune cittadino al politico più popolare. Poi siamo passati ad una fase di panico, nel quale le persone si sono lasciate andare all’assalto dei supermercati e alla ricerca dei disinfettanti, a correre persino a mezzanotte ai treni per evadere dalla zona rossa che sarebbe stata delineata dal giorno successivo. Infine siamo arrivati al quasi menefreghismo, con persone che comunque continuano a fare la loro vita per una mera questione di arroganza, come se fosse un crimine rinunciare al classico caffè mattutino con gli amici del bar. Attualmente in Polonia siamo alla seconda fase, che è durata molto meno di quella italiana; mi sono ritrovato da un giorno all’altro con i supermercati totalmente svuotati di merci, salvo poi trovarli vuoti di persone il giorno dopo; quindi sembrerebbe essere stato un solo momento. 

Tuttavia anche qui si possono vedere persone che continuano la loro vita come se niente fosse, anche se il numero di persone che si vedono in giro per strada è nettamente diminuito, e questo nonostante non ci sia un livello di allerta così alto come in Italia. Dal punto di vista istituzionale, si è vista una più rapida presa di posizione dal governo Polacco, forse già forte delle esperienze che erano accadute in Italia nel mese scorso. In italia si è deciso il blocco totale soltanto quando i morti iniziavano ad accumularsi, fortunatamente qui si è deciso molto prima per contenere il contatto tra le persone. Non posso dire di averne subito veri e propri atti di razzismo per essere italiano, sì ammetto che quando mi sono  trovato a parlare al telefono in bus o in tram, nelle ultime settimane sono stato visto un pochino male; è stato universalmente riscontrato anche da tutti i miei amici che vivono nelle grandi città (Varsavia o Cracovia) il verificarsi di occhiate indiscrete o anche frasi in polacco (come se si desse per scontato che gli stranieri non dovessero capire), tuttavia sembra stia accadendo in forma più lieve di quanto è successo in Italia nei confronti della comunità cinese”.

In conclusione le considerazioni che emergono da questi feedback sono che, nella percezione comune del polacco medio, il virus sembrerebbe essere un discorso che riguarda prettamente l’Italia. La paura sta cominciando a serpeggiare tra l’opinione pubblica, sebbene nello specifico la maggior parte delle persone non adotti alcun tipo di misura precauzionale. Il governo polacco, che inizialmente era stato totalmente indifferente alla diffusione dei casi in Cina e Italia (probabilmente pensando, come avvenuto negli altri stati europei, che il virus non potesse valicare i confini), ha via via poi cominciato ad adottare diverse misure restrittive con il manifestarsi dei primi contagi ufficiali:

-              Chiusura delle frontiere per gli stranieri;

-              Quarantena obbligatoria per tutti i polacchi desiderosi di tornare in Polonia;

-              Traffico aereo e ferroviario sospeso

-              Chiusura delle scuole, inizialmente fino al 25 Marzo, in seguito fino a Pasqua;

-              Chiusura di tutti i centri commerciali, tranne che per farmacie, negozi di generi alimentari e prodotti igienici (restano aperte anche le banche);

-              Chiusura di ristoranti, bar, pub e club;

-              Divieto di assembramenti superiori alle 50 persone;

-              Consiglio di evitare trasporti pubblici;

-              Aumento della quantità giornaliera di messe, per poter permettere ai fedeli di prendervi parte mantenendo la giusta distanza di sicurezza.


In conclusione riporto un aneddoto di ieri. Al supermercato a Wrocław ho sentito dire da diverse persone che sarebbe meglio evitare prodotti italiani (quando, fino a prima di questa situazione, i prodotti italiani regnavano in modo indiscusso tra le scelte culinarie dei polacchi). È evidente che troppi polacchi ignorino il fatto che il virus sia arrivato in Italia dalla Germania, o che comunque sia diffuso ufficialmente ormai in tutta Europa. Il danno d’immagine che l’Italia ha subito ad oggi è notevole.

Non possiamo fare altro che augurarci che questa epidemia sia debellata quanto prima e che la paura generata da questa situazione verso i brand italiani, con relative conseguenze economiche per il Bel Paese (che già ha avuto i danni economici più ingenti di tutto l’Occidente), si dissolva velocemente.


Eduardo Fazzari