Memorie della Resistenza: i crimini della "Banda Carità"

305
Scarica in PDF
Ricevi gli aggiornamenti direttamente sul tuo MESSENGER!
FIRENZE, 25 APRILE 2012- Chiunque transitasse da via Bolognesi a Firenze tra il 1943 e il 1944, uden...

FIRENZE, 25 APRILE 2012- Chiunque transitasse da via Bolognesi a Firenze tra il 1943 e il 1944, udendo la melodia di canzoni napoletane non poteva non essere percorso da un brivido di terrore. Le canzonette partenopee erano suonate al pianoforte da Padre Ildefonso, al secolo Epaminonda Troya,  un ambiguo monaco benedettino con tendenze nazifasciste. La musica non serviva, infatti, per rendere meno cupi i momenti terribili di quei tormentati anni bensì per nascondere le urla strazianti dei prigionieri del numero civico 67. Negli scantinati e in altri locali della villa la “Banda Carità” torturò brutalmente centinaia di partigiani e antifascisti.

Un gruppo spietato di circa duecento persone che si accanì senza pietà su uomini e donne, “colpevoli” di stare dall’altra parte della barricata. Tuttavia la politica e gli ideali quando si parla della “Villa Triste”(in generale, tutti i luoghi teatro di torture e violenze da parte dei repubblichini e nazisti vennero chiamati in tal modo dall'opinione pubblica)  in cui agì la “Banda Carità” trovano solo una parziale verità. La banda era composta da criminali della peggior specie (molti di loro affetti da turbe psichiche), che con l’adesione alla Repubblica Sociale Italiana avevano beneficiato di una sorta di amnistia per i loro reati. Un’accozzaglia improvvisata di ladri, assassini e stupratori guidati dal famigerato Mario Carità. Nel libro di Silvio Bertoldi, “Salò vita e morte della Repubblica Sociale Italiana” si legge sul suo conto « Lombardo, figlio di ignoti, cresciuto a Lodi, passa a Firenze dove si mette in luce nel 1920, intruppandosi con gli squadristi. Trova un lavoro di piazzista, poi diventa elettricista in un negozio di radio. Ma viene licenziato perché ruba e allora, forse con i soldi rubati, apre un negozio per conto suo, che fallisce presto. Si salva trasformando il retrobottega in una bisca e in un recapito per avventure galanti: pagano per venirci e Carità incassa. Quando scoppia la guerra, migliora ancora il singolare sistema di campar la vita senza far nulla. Scopre che basta denunciare alla federazione i sospetti di antifascismo, quelli che ascoltano radio Londra. Diventa agente provocatore e spia. »

Sin dal settembre 1943 si era ricostituita a Firenze la 92ª legione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, poi inglobata con altri corpi nella Guardia Nazionale Repubblicana. Carità aveva il grado di “Seniore” (equivalente a un Maggiore del Regio Esercito Italiano), della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.

I metodi usati dalla “Banda Carità” erano crudeli e includevano attentati, infiltrazioni, provocazioni, esecuzioni sommarie e l'uso sistematico della tortura. Inquietanti le figure delle due figlie di Mario Carità: spietate torturatrici e amanti di svariati elementi della banda. Meschini e beffardi gli aguzzini si dilettavano nel martoriare i prigionieri. Mario Carità era l’apri fila di questo perverso andazzo. Spesso entrava nella stanza dove si consumava la tortura ed esclamava con tono di rimprovero verso i suoi uomini “Fermi! Così gli fate male!”. A questo punto il prigioniero vedeva in Carità un inatteso salvatore e si riaccendeva in lui un barlume di speranza. Nel preciso momento in cui il poveretto era sollevato e provava quasi gratitudine per Carità, egli affermava “Questo ragazzo è pallido! Bisogna fargli coraggio…”, e iniziava scaricargli sul viso pugni e calci. Personaggi da girone dantesco come un certo Bandini, un sadico violento che si eccitava nel vedere il sangue durante le torture o i «Quattro Santi» al servizio delle SS tedesche: Natale Cardini, Valerio Menichetti, Luciano Sestini, Arnolfo Natali o, ancora, Pietro Koch, già torturatore fascista senza scrupoli a Roma, sarà in seguito in Italia settentrionale, degno continuatore dei metodi appresi a “Villa Triste”. Sconcertante la figura di un’anziana donna, detta la “Mamma”, con il marito e i due figli nella banda, che fingeva pietà con i prigionieri mettendosi in contatto con le famiglie e chiedendo esorbitanti somme di denaro per fornire informazioni, molto spesso false. L’uso di droghe, specialmente di cocaina e morfina, era largamente diffuso fra i torturatori. Lo stesso Mario Carità fu addirittura costretto a scrivere una lettera di giustificazioni a Benito Mussolini per gli atti scellerati commessi dalla sua banda.

Orribile la sorte toccata al gappista Bruno Fanciullacci, tra i personaggi di spicco della Resistenza fiorentina. Venne barbaramente seviziato, quasi evirato con pugnalate al basso ventre. Fanciullacci riuscì eroicamente a resistere e non mise in pericolo i suoi compagni e la lotta partigiana. Riuscì a sfuggire ai suoi torturatori ma fu nuovamente arrestato. Morì, gettandosi dal secondo piano di “Villa Triste”; forse per tentare una disperata fuga oppure essendo consapevole di non poter reggere ad un nuovo interrogatorio. Nel 2003 l'amministrazione comunale di Firenze ha intitolato lo slargo su cui si affaccia “Villa Triste” a Bruno Fanciullacci, medaglia d'oro al valor militare alla memoria. Il trattamento riservato alle donne, accusate di essere partigiane, fu anche peggiore. Tra le grinfie della banda caddero tra gli altri, il democristiano Adone Zoli e i figli, l'azionista Anna Maria Enriques Agnoletti (selvaggiamente torturata e, successivamente, fucilata insieme ai militanti di Radio CORA), il giudice Paolo Barile, il generale Salvino Gritti, il colonnello Leonardo Mastropierro e il il professor Raffaello Ramat. La “Banda Carità” cambiò più volte sede a cominciare da una villetta, requisita a una famiglia ebrea, al numero 22 di via Benedetto Varchi, per passare successivamente nella villa Malatesta in via Ugo Foscolo, per poi stabilirsi in via Bolognesi. Nel luglio 1944, con l’avanzata degli Alleati la banda si trasferì a Padova, dove continuò lo scempio.

Per estorcere confessioni, ottenere informazioni o per semplice passatempo la “Banda Carità” inflisse torture atroci. Pestaggi indicibili, scariche elettriche ai genitali e le unghie strappate con la pinza rappresentarono solo una parte di un diabolico “repertorio”. C’erano poi le torture psicologiche come l’impedire il riposo ai prigionieri per disorientarli e condurli alla follia o fare bagordi in preda all’alcol e alle droghe durante le torture. Coloro che non morirono per le sevizie subite, nella maggior parte dei casi furono fucilati o deportati nei lager tedeschi. Nel maggio 1945, al termine del conflitto, Mario Carità si nascose in una pensione dell'Alpe di Siusi, in Alto Adige, ma venne scovato dagli Alleati. Quando i soldati fecero irruzione nella sua stanza lo sorpresero a letto con la sua amante; dopo aver impugnato una pistola uccise la donna, forse per sbarazzarsi di una testimone scomoda, e ingaggiò una sparatoria con i militari. Riuscì ad uccidere un soldato americano ma fu freddato da una raffica di mitra, anche se le versioni sulla sua morte sono diverse e contrastanti. Furono processati 178 elementi della “Banda Carità” e la Corte d'Assise di Lucca nel giugno 1951, condannò alcuni di essi all'ergastolo, altri a pene minori, altri ancora vennero assolti per insufficienza di prove, o con formula piena. In seguito condoni e amnistie varie abbreviarono enormemente i tempi delle pene.

Oggi passando dai luoghi dove infuriarono le violenze e le torture non si odono più le note al pianoforte di un frate complice ma, chiudendo gli occhi, si riesce a percepire l'enorme sacrificio, a cui uomini e donne furono votati in nome della libertà.

Davide Scaglione
 

InfoOggi.it Il diritto di sapere