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Nuove sanzioni USA contro l’Iran, per l’Italia il rischio maggiore è il caro gas

Redazione
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Nuove sanzioni USA contro l’Iran, per l’Italia il rischio maggiore è il caro gas
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Gli scambi diretti con Teheran sono ridotti ma la crisi nello Stretto di Hormuz può pesare su gas bollette e competitività industriale

La nuova offensiva economica annunciata da Donald Trump contro l’Iran riporta la tensione sui mercati internazionali. Washington non intende colpire soltanto Teheran, ma minaccia conseguenze anche per Paesi, banche, imprese e operatori che continueranno a sostenere l’economia iraniana.

Per l’Italia, tuttavia, il pericolo principale non sembra derivare dal commercio diretto con l’Iran. Gli scambi sono ormai limitati e non comprendono forniture significative di petrolio. Il vero elemento di vulnerabilità è rappresentato dall’energia, in particolare dal prezzo del gas, dalle rotte del Gnl e dall’instabilità dello Stretto di Hormuz.

Trump prepara una nuova stretta economica sull’Iran

A quasi sei mesi dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, la Casa Bianca punta ad aumentare ulteriormente la pressione su Teheran. Trump ha annunciato una campagna economica particolarmente aggressiva, avvertendo che anche i soggetti stranieri capaci di offrire sostegno finanziario, logistico o commerciale alla Repubblica islamica potrebbero essere colpiti.

Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha anticipato l’arrivo di nuove misure, definite tra le più severe mai applicate contro l’Iran. I dettagli dovrebbero essere illustrati lunedì e potrebbero riguardare banche, compagnie assicurative, società di navigazione, aeroporti e imprese coinvolte nei rapporti con Teheran.

Il punto centrale riguarda le cosiddette sanzioni secondarie statunitensi. Questi provvedimenti non si limitano a vietare determinate operazioni alle aziende americane, ma possono penalizzare anche soggetti stranieri che commerciano con entità iraniane sottoposte a restrizioni. Il rischio più concreto è perdere l’accesso al mercato degli Stati Uniti, al sistema finanziario in dollari o ai servizi delle banche internazionali.

Lo Stretto di Hormuz resta il punto più fragile

L’escalation economica arriva mentre il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz continua a essere fortemente condizionato dalla guerra. Secondo la statunitense Energy Information Administration, nel secondo trimestre del 2026 il passaggio di petrolio greggio e prodotti liquidi si è fermato in media a 4,9 milioni di barili al giorno, contro i 21,6 milioni registrati nell’ultimo trimestre del 2025.

La riduzione ha costretto diversi produttori del Golfo a rallentare l’estrazione oppure a utilizzare rotte alternative. L’Arabia Saudita, per esempio, ha dirottato parte delle esportazioni attraverso l’oleodotto East West verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Energy Information Administration

Hormuz è strategico non soltanto per il petrolio. Da questo passaggio transita anche una quota rilevante del gas naturale liquefatto mondiale, soprattutto quello esportato dal Qatar. Di conseguenza, qualsiasi nuova interruzione può provocare un aumento dei prezzi anche nei Paesi che non acquistano direttamente energia dall’Iran.

La Cina è il principale sostegno commerciale di Teheran

La minaccia americana assume maggiore rilevanza osservando la rete dei partner economici iraniani. Il principale è la Cina, destinazione di oltre l’80 per cento del greggio esportato via mare dall’Iran.

Nel 2025 gli acquisti cinesi sono stati stimati in circa 1,38 milioni di barili al giorno. Una parte delle forniture viene gestita attraverso raffinerie indipendenti, pagamenti in yuan, intermediari e operazioni di trasbordo che rendono più difficile ricostruire l’origine del petrolio. In alcuni casi il greggio iraniano viene dichiarato come proveniente dalla Malaysia o dall’Indonesia. Reuters

Un altro partner fondamentale è stato finora rappresentato dagli Emirati Arabi Uniti, utilizzati come piattaforma commerciale e finanziaria. Abu Dhabi ha però sospeso a tempo indeterminato le transazioni con l’Iran dopo aver accusato Teheran di nuovi attacchi contro il traffico marittimo nel Golfo.

Più difficili da interrompere sono i rapporti con i Paesi confinanti. La Turchia continua a importare gas iraniano, mentre l’Iraq dipende da quelle forniture per alimentare una parte delle proprie centrali elettriche. Anche Oman, Pakistan, India, Armenia e Azerbaijan conservano legami commerciali o energetici che non possono essere sostituiti rapidamente.

Il commercio tra Unione Europea e Iran è ai minimi

I rapporti economici tra Unione Europea e Iran sono molto più ridotti rispetto al passato. Nel 2025 il commercio di beni ha raggiunto circa 3,7 miliardi di euro, con 800 milioni di importazioni europee e quasi 3 miliardi di esportazioni.

Anche gli scambi di servizi restano contenuti e nel 2024 sono stati pari a circa 1,6 miliardi di euro. L’Iran rappresenta ormai una quota marginale del commercio complessivo dell’Unione. Commissione europea

Il ridimensionamento è stato provocato dal progressivo irrigidimento delle sanzioni internazionali, dalle difficoltà nei pagamenti e dalla prudenza degli operatori finanziari. A queste restrizioni si sono aggiunte le misure europee contro persone ed entità coinvolte nelle violazioni dei diritti umani e nel sostegno militare iraniano alla Russia. Consiglio dell’Unione europea

L’Italia è il secondo partner europeo dell’Iran

Nonostante la riduzione generale degli scambi, l’Italia è il secondo partner commerciale dell’Iran nell’Unione Europea, dietro la Germania.

Nel 2025 il nostro Paese ha rappresentato il 15,6 per cento dell’interscambio tra Teheran e l’UE, con circa 447 milioni di euro di esportazioni e 132 milioni di importazioni. La Germania ha concentrato il 31,8 per cento degli scambi, mentre i Paesi Bassi hanno raggiunto il 15,5 per cento. Dati Eurostat riportati da Euronews

La posizione italiana può sembrare rilevante in termini percentuali, ma i valori assoluti restano modesti rispetto al commercio complessivo del Paese. Per questo motivo un’eventuale interruzione dei rapporti con Teheran non avrebbe, da sola, conseguenze decisive sull’economia nazionale.

Le esportazioni italiane sono concentrate soprattutto in macchinari industriali, apparecchiature elettriche, strumenti ottici e medicali, prodotti farmaceutici e semilavorati siderurgici. Dall’Iran arrivano prevalentemente ferro, acciaio, alluminio, frutta secca, spezie e prodotti agricoli trasformati.

L’Italia, inoltre, non dipende dal petrolio iraniano. Questo riduce l’esposizione commerciale diretta, ma non elimina le conseguenze indirette derivanti dall’instabilità dell’intera area del Golfo.

Le sanzioni possono bloccare banche e pagamenti

Per le imprese italiane che lavorano con l’Iran, il problema maggiore riguarda la possibilità di effettuare e ricevere pagamenti. Anche quando un’operazione è consentita dalle regole europee, una banca può decidere di non eseguirla per evitare controlli, costi di conformità o rischi nei rapporti con gli Stati Uniti.

Lo stesso ragionamento vale per assicurazioni, spedizionieri e compagnie di navigazione. Un contratto del valore di alcuni milioni di euro difficilmente giustifica il pericolo di essere esclusi dal mercato americano o dal sistema dei pagamenti in dollari.

L’Unione Europea dispone di uno statuto di blocco che contrasta gli effetti extraterritoriali di determinate sanzioni straniere e, nei casi previsti, vieta agli operatori europei di adeguarsi automaticamente. Lo strumento, però, non obbliga banche e imprese ad accettare operazioni considerate troppo rischiose e non garantisce l’accesso ai circuiti finanziari internazionali. Commissione europea

Gas e bollette sono il vero rischio per l’Italia

Il canale di trasmissione più importante per famiglie e imprese resta il costo dell’energia. L’Italia non acquista gas iraniano, ma importa Gnl dal Qatar e opera in un mercato europeo fortemente influenzato dalle rotte del Golfo.

Una riduzione delle esportazioni qatariote aumenta la competizione internazionale per i carichi disponibili provenienti da Stati Uniti, Africa e altre aree. Questo può spingere al rialzo le quotazioni all’ingrosso anche in assenza di una vera carenza fisica sul territorio italiano.

A luglio l’IG Index GME, riferimento per il mercato italiano del gas, ha registrato una media di circa 56,16 euro per megawattora, contro i 36,76 euro dello stesso mese del 2025. Nella seconda metà di agosto i valori giornalieri hanno superato più volte i 60 euro. Gestore dei Mercati Energetici

Gli stoccaggi offrono un margine di sicurezza sulle quantità disponibili, ma non proteggono completamente dai rincari. Il gas accumulato a prezzi elevati finisce infatti per incidere sui costi sostenuti dai fornitori e, successivamente, sulle bollette di famiglie e imprese.

Le conseguenze possono coinvolgere anche i settori industriali più energivori, come siderurgia, ceramica, vetro, carta e chimica. Un aumento prolungato del gas riduce la competitività, alimenta l’inflazione e può rallentare consumi e investimenti.

Cosa bisognerà osservare nei prossimi giorni

Molto dipenderà dal contenuto delle misure che il Tesoro americano presenterà. Se la stretta sarà concentrata sul petrolio iraniano e sugli intermediari asiatici, l’impatto diretto sulle aziende italiane dovrebbe rimanere limitato.

Lo scenario cambierebbe se Washington decidesse di colpire in modo esteso banche europee, assicuratori, porti o società di trasporto. In quel caso Bruxelles dovrebbe valutare una risposta comune e chiarire come applicare lo statuto di blocco alle nuove restrizioni.

Per l’Italia, quindi, il rischio principale non è perdere un mercato di esportazione relativamente piccolo. La minaccia più seria passa dallo Stretto di Hormuz, dal prezzo del Gnl e dalla possibilità che una nuova escalation faccia aumentare gas, elettricità e costi di produzione.

Il commercio con Teheran può essere ulteriormente ridimensionato, ma saranno soprattutto l’andamento dei mercati energetici e la durata della crisi a determinare quanto la pressione americana sull’Iran finirà per pesare sull’economia italiana.


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